Dalla parte di Linea d’Ombra senza se e senza ma

Photo credit: Linea D'Ombra

Ne sono sicuro, e in tanti ne sono convinti, che l’indagine della Procura di Trieste nei confronti di Gian Andrea Franchi e Lorena Fornasir dell’associazione Linea D’Ombra si scioglierà come neve al sole. Ma, nonostante questa certezza, è un segnale che deve allarmare e far sentire con ancora più intensità la nostra vicinanza. La perquisizione nell’abitazione privata di Gian Andrea e Lorena, che ha portato al sequestro dei telefoni personali, oltre ai libri contabili dell’associazione e diversi altri materiali, sta facendo provare indignazione e rabbia a chiunque non sia in malafede e abbia conosciuto le attività dell’associazione. Associarli a, come si legge nella nota diramata dalla Questura, “un’organizzazione criminale, finalizzata all’ingresso e al transito in territorio nazionale di immigrati irregolari, a scopo di lucro” è qualcosa di infamante ed estremamente grave. Per chi come noi li ha visti all’opera, di questo teorema, ciò che fa più indignare è accostare “a scopo di lucro” alle loro figure.

Le indagini che li colpiscono si inseriscono appieno in quella scia di criminalizzazione della solidarietà che ha già provato in passato ad ostacolare altri/e attivisti/e, volontari/e ed organizzazioni impegnate su altri confini e nelle operazioni di soccorso nel Mediterraneo. L’accusa in tutti questi casi vuole sanzionare chi aiuta, chi si mostra solidale e tende una mano, chi salva vite. Anni fa la campagna #WelcomingEurope scrisse che in metà degli Stati membri dell’UE distribuire cibo, offrire un passaggio, acquistare un biglietto del treno, ospitare un migrante o salvare una famiglia da un annegamento sono comportamenti che possono far multare o incarcerare. Questo avviene perché c’è un’ambigua e mai chiarita formulazione della Direttiva Europea sul favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, che non chiarisce la differenza tra tratta, traffico di esseri umani e aiuto umanitario. Per rimanere in Friuli Venezia Giulia le accuse tentarono di infangare, senza riuscirci, l’associazione Ospiti in Arrivo di Udine.
In Francia l’espressione “crimine di solidarietà” è apparsa nel 1995 e si è definitivamente consolidata nel corso degli anni. Il contadino della Val Roja Cédric Herrou, e tante persone meno note, si sono ritrovate sotto indagine, arrestate e con limitazioni della propria libertà perché hanno aperto le porte della loro casa oppure hanno offerto un passaggio a uomini, donne e bambini per attraversare un confine mortale. Nel Mediterraneo la dottrina Minniti prima e quella di Salvini in seconda battuta, con l’avallo di qualche giudice zelante, ha bloccato navi di soccorso e messo alla sbarra numerosi attivisti/e. Molti di loro sono stati prosciolti da ogni tipo di accusa, altri come l’equipaggio della Iuventa sono tutt’ora sotto processo.

A Trieste perciò non c’è solamente una volontà di delegittimare le azioni di Linea D’Ombra per gettarla poi nella macchina del fango mediatico, c’è di più; ci troviamo di fronte a un balzo in avanti.

Quello che è successo ieri mattina si chiama ritorsione.

E’ una ritorsione contro un’idea di società nella quale i confini sono aperti e le persone si prendono cura delle altre senza alcun tornaconto, dove la parola solidarietà mantiene un significato profondo. La motivazione è che il loro “presidio” di cura verso le persone in transito a Trieste è qualcosa che le autorità faticano a inquadrare e gestire, perché per sua natura non è disciplinabile e assoggettabile a nessun ricatto. Solo una breve pausa imposta dalla polizia durante il lockdown ha tolto dai luoghi in cui si raccolgono i migranti le attività quotidiane di Linea D’Ombra. Poi immancabilmente, ogni giorno in piazza della Libertà, nei pressi della stazione ferroviaria, loro sono lì, a metterci la faccia, le mani e il cuore. Sono lì a curare le ferite, a dare informazioni, a fare rete e trasformare quella piazza in un “punto di vista politico e umano sulla città e sul confine“. Ci hanno provato i fascisti, le calunnie, le minacce, ma loro sono ancora lì. E quando una piazza diventa un crocevia di idee, corpi, istanze di giustizia e libertà che si incontrano, un faro che svetta oltre il porto cittadino, l’autorità inizia a vacillare e si incattivisce.

Anche grazie ai 14 rapporti dei viaggi in Croazia e Bosnia di Linea D’Ombra conosciamo le storie dei migranti intrappolati, respinti e torturati. Sappiamo qual è il livello degli abusi e delle violenze lungo i confini della cosiddetta rotta balcanica. Il loro lavoro, insieme a quello di organizzazioni che operano sul campo, ci ha fornito un quadro dettagliato sulle responsabilità dell’Unione europea e degli Stati membri, Italia compresa. Ma alla sbarra, indagati e giudicati per aver fatto alzare muri e barriere, ordinato tali abusi, o per aver sottoscritto accordi che ne legittimano l’operato, non troviamo mai nessuno. Dovremmo proprio iniziare a capovolgere questa idea distorta di giustizia e fare tutto il possibile perché Linea D’Ombra possa continuare a operare.

Leggi anche:
– Comunicato di Linea D’Ombra: Lorena e Gian Andrea sotto accusa per reato di solidarietà
Tutti i report di Linea D’Ombra pubblicati su MeltingPot

Redazione

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Stefano Bleggi

Coordinatore del Progetto Melting Pot Europa.
Mi sono occupato per oltre 15 anni soprattutto di minori stranieri non accompagnati, vittime di tratta e richiedenti asilo; sono un attivista, tra i fondatori di Libera La Parola, scuola di italiano e sportello di orientamento legale a Trento presso il Centro sociale Bruno, e sono membro dell'Assemblea antirazzista di Trento.
Per contatti: stefano.bleggi@meltingpot.org