«Decolonizzare l’antirazzismo. Per una critica della cattiva coscienza bianca»

La presentazione del libro a cura di Tommaso Palmi

Immagine tratta da Commonware

Mettere la razza al centro per abolirla. É questo l’assunto fondamentale da cui parte la riflessione di studiose e studiosi, che hanno contribuito alla realizzazione del libro «Decolonizzare il razzismo. Per una critica della cattiva coscienza bianca». Il testo collettaneo, pubblicato per la collana Input di Derive Approdi e curato da Tommaso Palmi, consta della collaborazione di Anna Curcio, Miguel Mellino, Jamila Mascat, Alvise Sbraccia, Dhanveer Singh Brar e Houria Bouteldja.

Il libro è il frutto di un corso di formazione politica, svoltosi a Bologna nell’autunno del 2019 presso la Mediateca Gateway, con l’intento di fornire strumenti interpretativi per decolonizzare il discorso e la pratica dell’antirazzismo italiano ed europeo. Questo lavoro corale, come spiega Tommaso Palmi, nasce dal senso di insoddisfazione nei confronti della posizione dominante delle pratiche dell’antirazzismo, e dunque, dall’esigenza di sviluppare ed approfondire una prospettiva critica in merito, che lungi dal restare ancorata ad un piano puramente teorico, possa contribuire alla nascita di una pratica dell’antirazzismo sdoganata da una dimensione puramente culturale.

Anna Curcio e Alvise Sbraccia, nell’ambito della presentazione del volume, avvenuta il 20 gennaio presso Mediateca Gateway, si concentrano proprio su tale aspetto fondamentale: la declinazione strettamente culturale del fenomeno razziale. Entramb* gli studios* sostengono la necessità di una prospettiva intersezionale e l’abolizione di una retorica che colloca la questione razziale in una condizione di subordinazione.

Alvise Sbraccia si sofferma in particolar modo sul meccanismo della criminalizzazione, strettamente collegato alle dinamiche della razza. Secondo lo studioso, infatti, la questione criminale e quella razziale sono dinamiche che si rafforzano vicenda. Quello della criminalizzazione è un fenomeno di matrice coloniale e razzista, essendo il colonialismo stesso un progetto criminologico.

Partendo dalla riflessione di Frantz Fanon in Razzismo e cultura, Alvise Sbraccia spiega come le strutture coloniali, una volta terminata l’esperienza coloniale, ritornino dove sono state generate e siano, oggigiorno, di fatto tangibili nei dispositivi di controllo e segregazione urbana delle classi deboli.

Il razzismo, dunque, non è un fenomeno monolitico, ma storicamente eterogeneo, che viene utilizzato per creare di volta in volta le gerarchie razziali necessarie all’organizzazione del sistema sociale. Anna Curcio, nel suo intervento, mette a nudo la debolezza di un discorso sulla questione razziale che trascura le gerarchie della razza. Urge, invece, secondo la studiosa, soffermarsi sul carattere strutturale del razzismo, che definisce i contesti sociali e costruisce il nostro modo di pensare. Canalizzando il discorso della razza nel contesto storico e politico attuale, è evidente come il razzismo sia un elemento costitutivo della società capitalistica e non un suo elemento accessorio. Riprendendo le parole di Anna Curcio, dunque, ogni lotta antirazzista è anche una lotta anticapitalista.

Un discorso sull’antirazzismo, che ignora la matrice coloniale della questione razziale, e dunque, il suo aspetto strutturale all’interno dell’attuale sistema economico e politico, contiene già insisto in sé i semi del suo annichilimento.

Soltanto una pratica dell’antirazzismo libera dalla stereotipizzazione del razzismo può portare alla realizzazione di una realtà politica, in cui i soggetti razzializzati siano finalmente liberi da una rappresentazione di passiva vulnerabilità che, anche nei discorsi umanitari e quelli della sinistra bianca, li colloca in una condizione di marginalità.

Quella umanitaria è divenuta a tutti gli effetti un’industria, entro cui il dispositivo razziale lavora senza sosta nella sua opera di valorizzazione e gerarchizzazione delle differenze. […] Alternando un registro tragico e vittimizzante a uno paternalista, la figura del soggetto migrante viene metabolizzata per rispondere positivamente ai criteri di gestione e governo delle migrazioni internazionali. Quella che si spaccia per integrazione non risulta altro che la precisa collocazione dei e delle migranti all’interno di una più complessa catena di sfruttamento ed estrazione del valore […] 1.

Decolonizzare l’antirazzismo significa, dunque, restituire ai soggetti razzializzati la dignità del proprio esistere e riconoscerli in quanto soggetti attivi della storia e della modernità con cui condividere un progetto di lotta comune. Non un parlare di o parlare per, ma un parlare con, che sia in grado di liberare finalmente i nostri privilegiati corpi bianchi dalla sete di paternalismo e gerarchizzazione.

  1. Introduzione – Decolonizzare l’antirazzismo.pdf su commonware

Liliya Chorna

Nata in Ucraina, cresciuta nel Sud Italia, da anni vivo in Germania, dove lavoro a diversi progetti nel campo della migrazione. Nel 2020 ho conseguito a Napoli la laurea in Comunicazione interculturale in area euro mediterranea con una tesi in Tutela internazionale dei migranti. Guardare alle migrazioni da diverse angolature, in particolare dalla prospettiva post coloniale, mi offre lo spazio per pensare e lavorare ad una collettività più giusta e solidale. Per me l'impossibile è reale.