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«Il 93% delle volte, a parlare di noi sono i politici o i rappresentanti delle organizzazioni»

Intervista a Alidad Shiri, rifugiato di origine afghana, scrittore, giornalista e studente di filosofia all’Università di Trento

Alidad Shiri oggi vive in Alto Adige, ma è originario dall’Afghanistan. È stato costretto a fuggire dal suo Paese quando aveva soltanto dieci anni, ed è arrivato in Italia nel 2005, quando ne aveva quattordici, intraprendendo un tragitto lungo e pericoloso.
Puoi raccontarci la storia del tuo viaggio?

Io sono cresciuto a Ghazni, una città culturale come Firenze per l’Italia.
Ho avuto un’infanzia molto felice nonostante in Afghanistan ci fosse la guerra, che continua da quarant’anni.
Frequentavo due scuole, quella normale e quella coranica. La prima era sotto un albero, o sotto un tendone, mentre la scuola coranica era in una moschea.
Avevo amici con cui giocavo e la nonna mi raccontava tutte le sere le fiabe per farmi addormentare. C’erano anche momenti di festa in cui tutta la famiglia si riuniva.
Mio padre lavorava in caserma, era a capo di un partito militare e aveva studiato Giurisprudenza.
Purtroppo la mia famiglia, mia mamma, mio papà, mia nonna e la mia sorellina di 6 anni, sono stati uccisi.
Dopo la loro morte sono rimasto circa un anno da mia zia in Afghanistan, poi lei ha detto che dovevamo scappare e siamo andati in Pakistan, a Quetta, dove sono rimasto per due anni. Poi sono andato in Iran, e anche lì sono rimasto 2 anni. Avevo 12 anni e lavoravo in una fabbrica dalle 7 di sera alle 7 di mattina.
Da lì sono partito per l’Europa. È stato un viaggio molto difficile, ho attraversato la Turchia e la Grecia, e poi sono arrivato in Italia, viaggiando legato al semiasse di un tir.
Sono rimasto li sotto per due notti e un giorno, finché la nave è arrivata a Venezia, e dopo sono rimasto altre quattro ore legato al tir in movimento, mentre viaggiava verso Bressanone. Appena si è fermato sono sceso.
È stato un viaggio tra la vita e la morte, ci ho messo quattro anni e sei mesi per arrivare dall’Afghanistan all’Alto Adige.

Da qualche anno hai deciso di condividere la tua storia attraverso libri e interviste, come rivendicando il diritto a raccontarla, cosa che invece viene spesso negata ai protagonisti delle migrazioni. So che proprio per porre rimedio a questa mancanza esiste UNIRE, l’Unione Nazionale Italiana per i Rifugiati e gli Esuli, di cui fai parte anche tu. Quali sono gli obiettivi di UNIRE e attraverso quali iniziative li portate avanti?

In questi anni ho fatto forse più di ottocento presentazioni e incontri in giro per l’Italia, dal Brennero a Siracusa.
Come si può vedere dai dati pubblicati ogni anno dall’Associazione Carta di Roma, i migranti nei media italiani vengono presentati sempre da altri. Il 93% delle volte, a parlare di noi sono i politici o i rappresentanti delle organizzazioni.
Solo il 7% delle volte possiamo presentarci noi stessi.
E così abbiamo tantissimi portavoce: qualcuno parla con toni paternalistici, ci presenta come poveracci che hanno bisogno di aiuto, qualcun altro ci descrive come delinquenti e spacciatori.
Per questo abbiamo deciso di creare UNIRE. C’è stato molto lavoro dietro: siamo un gruppo di rifugiati e per due anni abbiamo fatto un percorso di riflessione, anche con l’aiuto dell’UNHCR, l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, quindi abbiamo creato l’associazione attraverso cui cerchiamo di raccontare la nostra storia, di auto-presentarci ed auto-narrarci.
Una volta alla settimana facciamo anche degli incontri per raccontare i nostri Paesi di origine, perché crediamo che se non si va ad approfondire la radice del problema è impossibile capire.

Infatti nei media italiani non si parla più di Afghanistan, eppure la guerra sta continuando.
Anche negli ultimi mesi, nonostante siano in corso i colloqui di pace tra il governo e i talebani, vi sono state nuove ondate di violenza ed attentati, anche contro studenti, giornalisti e figure istituzionali. Puoi spiegarci come si è evoluta la situazione in questi ultimi anni e quali prospettive aprono questi negoziati di pace?

In questo momento la situazione è difficile, perché ci sono continui attentati: negli ultimi 10 mesi sono stati quasi 20.000.
Secondo me il Paese si trova tra due macellai.
Da una parte ci sono i talebani, che vogliono rialzare la testa, far vedere che loro sono i padroni e usano delle tecniche per costringere il governo afghano e gli Stati Uniti a liberare molti dei loro criminali in carcere.
Finora il governo ha liberato 5500 persone e il 98% di loro sono ritornati a combattere.
Ora chiedono la liberazione di altre 7000 persone, e vogliono un governo provvisorio islamico in cui viga la Shari’a, il che è difficile perché c’è stato un percorso nel frattempo.
Io ricordo, quando ero in Afghanistan mia sorella in quanto donna non poteva studiare, oggi invece ci sono tante donne giornaliste, magistrati eccetera, e ogni giorno ci sono attentati anche contro di loro.
Dall’altra parte, invece, c’è il governo, in cui ci sono tantissimi signori della guerra, mentre i giovani non hanno voce.
Sia i talebani che il governo cercano di uccidere, così finiscono sulle prime pagine dei quotidiani internazionali.
I talebani vogliono il governo provvisorio, ma il governo afghano non vuole cedere il suo potere e la situazione purtroppo è molto difficile. Anche in questi giorni i delegati talebani sono andati in Iran, sono stati accolti e parleranno anche della situazione dei migranti che vivono in Iran. Sembra quasi che siano più forti del governo afghano.

Sono 40 anni che le persone in Afghanistan vivono tra violenza, insicurezza e disillusione per il futuro.
Questo ha costretto centinaia di migliaia di famiglie a fuggire dalle loro case, e molti giovani a lasciare il paese.
Ad esempio, è di pochi giorni fa la notizia di 7 ragazzi afghani trovati nel retro di un camion che, come te, stavano cercando di raggiungere l’Europa in questo modo così pericoloso e indegno rispetto alla loro età e alla loro storia. A tuo avviso come dovrebbero muoversi l’Europa e le istituzioni internazionali per proteggere questi ragazzi, e che ruolo deve giocare l’istruzione, considerando che questa generazione rappresenta la possibilità di un futuro diverso per l’Afghanistan?

Oggi i giovani scappano ancora di più, perché non vedono un futuro possibile.
Scappano anche se hanno studiato, e avevano il sogno di aiutare il loro Paese, anzi, il nostro Paese.
Sono costretti, tra i talebani da una parte e il governo afghano dall’altra.
I talebani non vogliono assolutamente la pace, perché controllano il mercato della droga e sono finanziati da molti paesi. Mentre il governo, come ti dicevo, è formato da tanti signori della guerra che non vogliono cedere il posto ad una nuova generazione istruita.
Le istituzioni internazionali, secondo me, se volessero avrebbero la possibilità di intervenire: potrebbero costringere il governo a favorire la presenza dei giovani e delle donne. In fondo sono loro i finanziatori del governo afghano.
Oggi fuggono tantissimi giovani, ma anche tante donne, anziani e bambini, perché non vedono un futuro.
In questi giorni vediamo le immagini orribili che arrivano dai campi della Grecia, o dalle case abbandonate in Bosnia, e quella è solo una parte. Ci sono tantissime altre persone in Pakistan, in Iran e in Turchia.
Io, per l’Associazione Carta di Roma, ho seguito il percorso dei rifugiati dalla Turchia alla Grecia.
Ho intervistato tantissimi giovani che avevano studiato, che avevano anche un master e volevano rimanere in Afghanistan, ma ad un certo punto non avevano altre possibilità e sono dovuti scappare.
La situazione delle donne è ancora più difficile, basti pensare che sei anni fa c’erano duemilacinquecento giornaliste donne, e oggi sono millecinquecento. Mille in meno. Questo perché purtroppo spesso vengono attaccate e uccise, e sono costrette a scappare.

Vorrei concludere dedicando uno spazio al ricordo di Agitu Ideo Gudeta, ad un mese dalla sua scomparsa.
So che vi conoscevate bene, e ci piacerebbe che condividessi un suo ricordo, per permettere anche a chi non ha avuto la fortuna di incontrarla di capire la sua storia e la forza…

Si, la conoscevo ed era una donna straordinaria.
Era un’amica, spesso parlavamo. Specialmente nell’ultimo periodo, quando mi aveva dato una mano per preparare un incontro sull’Etiopia, dedicato al conflitto tra il governo centrale e la regione del Tigray.
Lei, infatti, era nata in Etiopia, faceva parte di una famiglia benestante, ed era riuscita ad arrivare in Italia, a Trento, per studiare sociologia. Una volta laureata è tornata in Etiopia, e voleva dare una mano ai contadini e aiutare la sua gente.
Nel suo Paese aveva avviato un progetto di progresso sociale per un’economia solidale, ma era stata minacciata dai Tigrini che all’epoca erano al potere. Era stata umiliata e costretta a fuggire. Una volta arrivata in Trentino ha fatto domanda di asilo politico, e ha avviato un’attività, facendo la barista per mettere da parte i soldi e facendo molti sacrifici.
Qui ha realizzato il sogno che non era riuscita a realizzare nel suo Paese, quello di portare a termine un’impresa ecologica in armonia con la natura. È stata un’imprenditrice di successo.
Era anche una pacifista: l’ultima volta che abbiamo parlato, nonostante i suoi trascorsi con i Tigrini, non li odiava, diceva che il governo centrale doveva trovare una soluzione pacifica, che non poteva attaccare e uccidere ancora.
È stata, secondo me, una persona meravigliosa. Anche lei parlava sempre dell’auto-narrazione, e diceva sempre che abbiamo moltissimi portavoce ma noi non abbiamo la voce. Ultimamente voleva anche scrivere un libro che poi purtroppo non è riuscita a realizzare. Le avevo chiesto se voleva qualcuno che scrivesse la sua storia, lei aveva detto “Ma perché non posso scriverla io? Parlo bene la lingua, la racconto io!”. Era una donna meravigliosa.

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Chiara Zannelli

Chiara Zannelli, studentessa di Scienze Politiche all'Università di Padova. Interessata al tema delle migrazioni. Faccio parte della redazione di Radio Melting Pot.