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Il loro futuro appare cupo, ma non deve esserlo

Gli effetti del COVID-19 sulla mobilità dei lavoratori essenziali

Photo credit: Stefano Danieli, #overthefortress a Rosarno nel 2016

Traduzione di Elettra Repetto

Una cosa che la pandemia attuale ha reso evidente è la nostra dipendenza dal lavoro mobile, o migrante e a basso costo. Pensate ai contadini stagionali che fanno sì che il cibo non marcisca nei campi e che lavorano nei supermercati, gli autisti che portano cibo e medicine a chi sta in quarantena, e gli infermieri, i dottori e i lavoratori della sanità che mantengono in funzione l’intero sistema.

Durante la pandemia questo particolare gruppo di lavoratori si è trovato schiacciato in condizioni sempre più insostenibili, a causa di una serie di riformulazioni sia di regole del lavoro che di leggi sulla mobilità.

Siamo infatti stati testimoni della formazione di una nuova divisione tra i lavoratori dipendenti durante la prima ondata – tra quelli che potevano permettersi di lavorare da casa e chi ha dovuto invece continuare a lavorare in presenza in prima linea. Una divisione che è diventata ancora più evidente durante la seconda ondata. Guardiamo quindi ad alcuni degli effetti che la pandemia ha avuto su questo gruppo particolare di lavoratori, conosciuto ora come “lavoratori essenziali” grazie al loro contributo alle società durante il lockdown.

La Crisi del Coronavirus e… del nostro stile di vita

Tra le diverse crisi che il coronavirus ha innescato, più di una è legata al valore esistenziale di certe professioni che sono abitualmente sottostimate dal pubblico così come dai politici.
Giusto all’inizio del primo lockdown, alcuni dibattiti interessanti sui “lavoratori essenziali”, ad esempio gli impiegati pubblici, sono emersi. Le loro funzioni sono state riconosciute di particolare rilevanza per il sistema, sia per quanto riguarda le diverse professioni in prima linea che si occupano degli effetti diretti del covid, sia per chi ha mantenuto funzionante la macchina statale di fronte ad una crisi che ha richiesto uno sforzo massivo.

La piaga del lavoro mobile, migrante, egualmente cruciale al modo in cui le nostre società funzionano, ha ottenuto meno attenzione. Le numerose fornitore di servizi che garantiscono lo stile di vita della classe media, la manodopera necessaria per mantenere la casa, chi si occupa dei bambini o di anziani genitori, la preparazione del cibo, le pulizie, l’aggiustare vestiti e oggetti sono state tutte interrotte dalla pandemia con l’interruzione della mobilità di tale manodopera e di chi garantisce questi servizi.

Così il lavoro mobile lungo la catena di distribuzione globale è stato, e continua a essere, praticamente invisibile.

Mentre alcune di queste professioni, l’infermiera personale che viene da un altro paese, lo studente straniero che lavora nel tuo ristorante preferito, hanno ottenuto poca attenzione, altre sono addirittura state accolte negativamente. Per esempio, le fabbriche di lavorazione carni sono diventate note come centri di trasmissione del virus – e i lavoratori migranti impiegati in queste fabbriche in Europa Occidentale sono stati colpiti in modo sproporzionato dal virus e dai suoi impatti nocivi sulla salute. In duro contrasto con la rivalutazione di lavori prima svalutati, la fatica di questi lavoratori migranti nel mantenere le catene di servizi intatte è stata ricevuta con sdegno invece che con compassione.

Dato questo, il lavoro sedentario sfruttabile è trattato differentemente da quello mobile, migrante dalle società che ne beneficiano. Questa differenza è aggravata da altri effetti del coronavirus e della pandemia, in un effetto congiunto di nuove restrizioni alla mobilità amplificate da una nuova serie di restrizioni lavorative.

Una molteplicità di rischi maggiori durante una pandemia

Il virus pone già in sé un maggiore rischio per le persone di una classe sociale più bassa o di un gruppo marginalizzato nel senso che queste soffrono in modo sproporzionato di sintomi più gravi 1 e rispetto alla grandezza delle loro comunità, costituiscono la percentuale più alta tra le persone morte per il virus 2.

Per questi gruppi, il più alto rischio di esposizione al virus, combinato con un più severo corso della malattia porta come risultato rischi esponenzialmente più alti durante la pandemia. Tuttavia, lungo i primi 12 mesi di pandemia globale, c’è stato poco sforzo per garantire a questi gruppi sociali protezioni speciali. Al contrario, e nonostante il riconoscimento del rischio, il loro impiego in prima linea continua a causa delle necessità economiche individuali e della mancanza di alternative.

Tra l’altro, il peso che grava sui gruppi sfruttati non si limita alla condizione attuale dettata dal coronavirus. Le restrizioni agli spostamenti hanno portato a profonde ripercussioni aggiuntive in tutto il mondo. Per esempio, la proibizione di lasciare il paese sotto il pretesto della salute nazionale e di interessi di sicurezza hanno lasciato le infermiere filippine, dal cui stipendio spesso dipendono le loro famiglie, a non sapere come mantenersi. In altre regioni del mondo, la mobilità pastorizia è stata interrotta a detrimento del bestiame e del mantenimento da questo derivante.

Un’interruzione massiva dei trasporti pubblici ha significato, per chi ne dipende quotidianamente per spostarsi, la perdita del lavoro o la mancata possibilità di allontanarsi da abusi familiari.

Nuove restrizioni ai confini hanno limitato la mobilità regionale, come in Africa Occidentale, e con il cessare del commercio e dello scambio di servizi tra paesi, gli stipendi si sono ridotti.

Mentre la situazione è già difficile per i lavoratori migranti con documenti, è ancora peggio per chi documenti non ne ha. Per loro, la pandemia significa un circolo vizioso di perdita di lavoro e casa, che è ulteriormente aggravato dalla mancanza di accesso alla sanità e da una generale mancanza di tracciabilità così necessaria in tempi di pandemia. Per i lavoratori che non hanno documenti, lo sfruttamento è peggiorato durante la crisi: i datori di lavoro hanno introdotto controlli severi e aumentato le richieste senza compensare adeguatamente i loro lavoratori per gli sforzi extra. Con una perdita globale di lavoro strutturato e una crescita di forme di lavoro informali, possiamo assumere che sia i casi, che la portata dello sfruttamento siano altamente aumentati.

Così, paradossalmente, tra chi non ha perso il proprio lavoro, nonostante il riconoscimento del valore dei lavoratori essenziali per le società, gli stessi lavoratori essenziali non hanno potuto migliorare la loro situazione. Infatti, con il proseguire della pandemia e le continue richieste ai lavoratori essenziali non sono stati ottenuti maggiori compensi, né diritti ulteriori, né altre forme di compenso.

Che cosa (NON) fa L’Unione Europea

Il 23 Settembre 2020, più di sei mesi da inizio pandemia in Europa, la Commissione Europea ha introdotto il suo Nuovo Patto sull’Asilo e la Migrazione. Questo patto cercava di risolvere l’enigma della leggi sulla migrazione UE e tocca le aree di migrazione, asilo, integrazione e controllo dei confini, e le relazioni dell’UE con paesi terzi. Ciò che non riconosce è il modo in cui le economie e le società europee dipendono dalla manodopera migrante a basso prezzo.

Il patto evidenzia l’attrazione di talenti verso l’UE. Ma, mentre viene posto l’accento sulla migrazione di lavoratori altamente specializzati, non ci si concentra invece sui lavoratori non specializzati, anche se ugualmente “essenziali”. Il patto regola insufficientemente la manodopera sedentaria, mentre quella migrante, mobile, sembra che sia totalmente assente dal dibattito.

Se non durante questa pandemia, ad un certo momento, la questione della manodopera migrante non specializzata dovrà essere discussa. La classe media Europea dipenda da lavoratori meno specializzati e da migranti per mantenere il proprio standard di vita – un approccio che sia più inclusivo rispetto a questo tipo di lavoro è dunque di centrale interesse.

Uno sguardo migliore al lavoro mobile è dunque ciò che è richiesto, uno sguardo che sia se non influenzato da semplice umanità, almeno dalla consapevolezza dei legami preziosi che mantengono le nostre società a galla e dal riconoscere la nostra dipendenza da questi legami globali. Dopo tutto, i lavoratori essenziali mobili non sono presenti nelle economie del nord del mondo per altruismo o noia. Mancando opportunità nei loro paesi d’origine, si trovano a lavorare in posizioni che i gruppi più privilegiati della società non vogliono, lavorano sodo e spesso in condizioni difficili e il loro contributo alla società è sempre maggiore al poco che ricevono come benefit per il loro lavoro.

Una volta riconosciuto come parte intrinseca del “nostro” amato stile di vita, un’azione sul lavoro essenziale migrante è possibile seguendo diverse motivazioni: spinto da interesse privato, nella misura in cui vogliamo egoisticamente mantenere il nostro stile di vita; spinto da compassione, nella misura in cui siamo capaci di restituire alcune azioni solidali dei lavoratori essenziali e condividere risorse. Le crisi globali potrebbero non rinforzare prontamente degli schemi di compassione, ma lasciano spazio per un ripensamento.

Stiamo dunque giungendo al vecchio dilemma: come può l’interesse personale portare ad azioni che beneficino anche gli sfruttati (sui quali il nostro benessere dipende)? Come può la solidarietà dalla “nostra” parte aumentare e includere i lavoratori vulnerabili e invisibili? Che sia per compassione o per necessità, sta a noi usare la nostra attenzione, il nostro voto e i nostri soldi per realizzare questa intenzione e rendere possibile il cambiamento.

  1. Per esempio, un terzo dei pazienti che si trova in terapia intensiva nel Regno Unito appartiene a minoranze etniche (https://www.theguardian.com/world/2020/sep/20/bma-chair-act-now-stop-further-disproportionate-bame-covid-deaths)
  2. Mentre la BBC afferma che le ragioni di questo rimangono “non chiare” (https://www.bbc.com/news/health-52889106), il Guardian sottolinea come variabili gli squilibri sociali, l’appartenenza ad una certa fascia di popolazione e malattie coesistenti (https://www.theguardian.com/world/2020/apr/22/why-are-people-from-bame-groups-dying-disproportionately-of-covid-19)