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Report dall’ultimo viaggio al confine tra la Bosnia-Erzegovina e la Croazia

Un contributo del Collettivo Rotte Balcaniche Alto Vicentino

Il nostro viaggio è iniziato venerdì 29 gennaio pomeriggio, il sabato abbiamo scaricato i furgoni e sistemato il materiale nel magazzino di No Name Kitchen situato a Malijevac, a ridosso del confine croato-bosniaco, luogo da cui NNK organizzerà una grossa importazione destinata a Velika Kladusa e Bihac.

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Nel pomeriggio alcuni di noi sono entrati in Bosnia, a Velika, per incontrare gli attivisti di NNK e portare loro quel poco materiale che potevamo far passare alla frontiera, materiale che loro distribuiranno alle persone che vivono al di fuori dei campi formali, negli squat o addirittura nei boschi, in capanni improvvisati. Altri di noi hanno fatto un giro di monitoraggio lungo i confini che abbiamo verificato essere pattugliati dalla polizia di frontiera croata che ha addirittura abbattuto alberi per migliorare la propria “visuale” sul territorio.

Ci siamo poi diretti a Bihac: lì abbiamo visitato l’altro magazzino di NNK, dove faremo arrivare il prima possibile il grosso del materiale raccolto in queste settimane. Abbiamo portato alcune cose al Dom, un grande edificio fatiscente dove vivono circa un centinaio di persone migranti, alcuni giovanissimi e soli. Abbiamo sentito da loro le storie dei pushback e delle torture subite, mentre la neve cadeva copiosa. Molti dei ragazzi ci raccontano che sono stati respinti addirittura da Trieste, dalla polizia italiana, anche più volte.

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Non bastano le parole per descrivere la vita in queste case abbandonate e nei boschi: l’acqua e la neve entrano da ovunque, con piccoli fuochi i ragazzi cercano di scaldarsi e cucinare qualcosa, tutto è bagnato, freddo e sporco. È la normalità della vita sul confine.
Come possono degli esseri umani vivere lì dentro? Cosa li tiene ancora in vita? Cosa li fa resistere? Questo ci chiediamo, noi tra un po’ ce ne andremo, loro rimarranno qui. Noi passeremo il confine, loro no.

Ora quasi tutte le persone sono ferme in attesa che passi l’inverno, prima di provare per l’ennesima volta il game non appena il clima permetterà di affrontare il pericoloso viaggio, in queste settimane è troppo difficile, alcuni sono morti di freddo negli scorsi giorni, dicono delle voci che arrivano dai boschi. Nessuno sa il loro nome, nessun documento li identifica, ma qualcuno li piangerà a migliaia di chilometri di distanza.

Il confine europeo è uno strumento di dominio che uccide.

Per capirlo e intuire la direzione politica sulle questioni migratorie, basta dire la cifra stanziata dalla comunità europea a Frontex: oltre ai milioni dati alla Bosnia-Erzegovina per costruire nuovi campi di contenimento per migranti, si parla di 1,1 miliardi di euro solo nel 2020. Frontex diventa così l’agenzia europea con maggiori finanziamenti. Questi oltre a garantire milizie scelte per il monitoraggio dai confini, provenienti dalle polizie di tutti gli Stati europei, permetterà alla polizia croata di comprare tecnologie per il monitoraggio e il controllo delle persone, tecnologie che sono prodotte e vendute da grandi corporazioni produttrici di mezzi di difesa e sorveglianza. Di nuovo abbiamo trovato modo di ingrassare con soldi pubblici quelle lobbies che lucrano sulle disuguaglianze. Serve poca immaginazione per capire cosa si potrebbe fare per una vera inclusione in tutto il territorio europeo con cifre simili.

Abbiamo concluso il nostro viaggio domenica, pranzando, anche se nascosti nel furgone, con alcuni amici conosciuti in Grecia. Li abbiamo incontrati fuori dal campo bosniaco di Miral 1, dove vivono da qualche mese. Sono partiti in settembre, sono passati per la Macedonia e la Serbia, poi sono stati respinti tre volte dalla polizia croata. L’ultima volta sono stati picchiati coi bastoni. Ci rendiamo conto di quanto l’amicizia sia importante, perché ti tiene vivo, è un qualcosa di umano che ti mantiene umano quando tutto ciò che ti sta attorno nega la tua umanità: per questo è importante avere compagni di viaggio, avere qualcuno con cui parlare senza paura e di cui fidarsi. Bere un tè caldo insieme, seppur nascosti nel furgone per non essere visti dalla polizia, è importante.

Il problema rimane lo stesso: noi poi ce ne andremo. E lasciare degli amici, lasciarli qui sapendo i rischi che sono costretti a correre, fa ancora più male. Resistete con tutte le vostre forze, gli diciamo. Noi vogliamo resistere con voi. La vostra lotta è la nostra lotta, non possiamo sottrarci. Apriremo quei confini e allora, finalmente, sarete liber*, saremo liber*.

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  1. https://www.meltingpot.org/La-brutalita-della-polizia-nel-campo-di-Miral-in-Bosnia.html

#Lesvoscalling

Una campagna solidale per la libertà di movimento
Dopo il viaggio conoscitivo a ottobre 2019 a Lesvos e sulla Balkan route, per documentare e raccontare la drammatica situazione sull'isola hotspot greca e conoscere attivisti/e e volontari/e che si adoperano a sostegno delle persone migranti, è iniziata una campagna solidale lungo la rotta balcanica e le "isole confino" del mar Egeo.
Questa pagina raccoglie tutti gli articoli e il testo di promozione della campagna.
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