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Respingimenti illegali e violenze ai confini. Regione balcanica, dicembre 2020

Il rapporto di Border Violence Monitoring Network (traduzione integrale)

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Sommario generale

Nel corso di dicembre 2020, il Border Violence Monitoring Network (BVMN) ha raccolto 25 testimonianze di respingimenti illegali, che hanno coinvolto un totale di 707 migranti. Queste si aggiungono ad un anno di prove coerenti e convincenti raccolte da BVMN, che dimostrano l’uso sistematico dei respingimenti alle frontiere esterne dell’Unione europea. In questo rapporto, gli aggiornamenti riguardano una serie di abusi, tra cui pratiche di respingimento, violenza interna e la crisi relativa agli alloggi per il periodo invernale.

Vengono raccontati anche gli eventi sconvolgenti che continuano ad interessare Lipa, in Bosnia-Erzegovina. La chiusura del campo, seguita da un vasto incendio, ha lasciato moltissime persone senza un rifugio, danneggiando ulteriormente una comunità già provata dal sistema di campi finanziato dall’Ue. La relazione esamina anche la pratica di bruciare i vestiti condotta dalla polizia croata, azione particolarmente brutale viste le bassissime temperature invernali. Queste tendenze sono considerate in linea con le recenti denunce penali lanciate dal Center for Peace Studies, membro di BVMN, e insieme ai contributi degli attivisti che lavorano con i migranti che arrivano a Trieste, Italia.

Al confine greco con la Turchia, le testimonianze raccolte a dicembre riportano alcune delle violazioni più gravi registrate fino ad oggi. I resoconti che descrivono l’uso dell’area di confine tra Bulgaria, Grecia e Turchia, offrono una visione dei recenti modelli di geografia dei confini, e l’impegno di più agenzie di frontiera nei respingimenti a catena verso la Turchia.

Parallelamente, la presente pubblicazione fornisce un’analisi di un caso di studio di un pushback da Lesbo, esaminando il modo in cui il controllo delle acque e delle isole dell’Egeo continua ad essere governato da processi di detenzione in isolamento ed espulsione violenta.

Sul piano giuridico, a dicembre è stata emessa una sentenza della Corte di giustizia europea contro l’allontanamento dell’Ungheria dal diritto d’asilo dell’UE. Questo risultato, che conferma anni di prove fornite da BVMN e altri, è visto in relazione all’ulteriore aumento della militarizzazione delle frontiere al confine meridionale con la Serbia. Anche il transito e l’accoglienza in tutta la Serbia sono sempre più plasmati dalla violenza e da logiche di sgomberi; il rapporto esamina le azioni di repressione della polizia contro le comunità di migranti e la criminalizzazione dell’assistenza.

Oltre alla violenza perpetrata dalle forze dell’ordine e dalla polizia locale, durante il mese di dicembre BVMN ha anche documentato diversi casi di abusi da parte di altre istituzioni statali e gruppi fascisti. In Grecia, i video pubblicati dal ministero dell’Asilo e le prove della violenza di destra contro un centro per minori aumentano il peso delle prove che ritraggono la situazione repressiva contro le comunità di migranti in tutto il paese. Questo rapporto fornisce anche un aggiornamento della situazione covid-19 nei campi a Samos e l’uso di respingimenti illegali dalla Macedonia del Nord alla Grecia.

BVMN è una rete di organizzazioni di controllo attive in Grecia e nei Balcani occidentali tra cui: No Name Kitchen, Rigardu, Are You Syrious, Mobile InfoTeam, Josoor, [re:]ports Sarajevo, InfoKolpa, Escuela con Alma, Centre for Peace Studies, Mare Liberum, Collective Aid e Fresh Response.

Sommario generale
Generale
Rete di testimonianze
Metodologia
Terminologia
Abbreviazioni
Tendenze nella violenza alle frontiere
Respingimenti da una chiesa a Lesbo
Uso dell’area di confine vicino a Orestiada
Utilizzo dei cancelli a Idomeni
Fosse con roghi usate dalla polizia croata
Aggiornamento sulla situazione
Croazia
• Denuncia penale presentata per un caso di stupro
Bosnia-Erzegovina
• Incendio nel campo di Lipa
Italia
• Pausa negli arrivi invernali
Ungheria
• Sentenza della Corte di giustizia europea
• Militarizzazione del confine
Serbia
• Situazione a Šid
Grecia
• Video del Ministero dell’Asilo
• Situazione a Samos
• Attacco razzista contro un rifugio per minori
Glossario dei report, dicembre 2020

Generale

Rete di testimonianze
BVMN è un progetto collaborativo tra più organizzazioni di base e ONG che lavorano lungo la rotta dei Balcani occidentali e in Grecia, documentando le violazioni perpetuate ai confini contro i migranti. I membri delle organizzazioni utilizzano un database comune come piattaforma per raccogliere testimonianze di respingimenti illegali collezionate attraverso interviste.

Terminologia
Il termine pushback è una componente chiave della situazione che si è venuta a creare lungo i confini dell’UE (Ungheria e Croazia) con la Serbia nel 2016, dopo la chiusura della rotta balcanica. Pushback descrive l’espulsione informale (senza giusto processo) di un individuo o di un gruppo verso un altro paese. È in contrasto con il termine “deportazione”, che è condotta all’interno di un quadro giuridico. I pushback sono diventati una parte importante, anche se non ufficiale, del regime migratorio dei paesi dell’UE e di altri paesi.

Metodologia
Il processo metodologico delle interviste sfrutta lo stretto contatto sociale che i nostri volontari sul campo hanno con rifugiati e migranti per monitorare i respingimenti ai confini. Quando gli individui tornano con lesioni significative o storie di abusi, uno dei volontari addetti alla segnalazione delle violenze si siede con loro per raccogliere una testimonianza. Anche se la raccolta di testimonianze in sé si rivolge di solito ad un gruppo non più grande di cinque persone, i racconti possono riguardare anche gruppi di 50 persone. Le interviste hanno una struttura standardizzata che unisce la raccolta di dati (date, geo-localizzazioni, descrizioni degli agenti di polizia, foto di lesioni / referti medici, ecc.) a testimonianze delle violenze.

Abbreviazioni
BiH – Bosnia-Erzegovina
HR – Croazia
SRB – Serbia
SLO – Slovenia
ROM – Romania
HUN – Ungheria
ITA – Italia
MNK – Macedonia del nord
ALB – Albania
GRK – Grecia
TUR – Turchia
EU – Unione Europea

Tendenze nella violenza alle frontiere

Respingimenti da una chiesa a Lesbo
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Chiesa di St. Barbara a Pamfila, Lesbo (Fonte: GoogleMaps)

Nel 2020 sempre più migranti che arrivano sulle isole greche sono stati arrestati dalla guardia costiera ellenica (HCG) o dalla polizia greca e portati in mare, messi su gommoni di salvataggio e lasciati alla deriva vicino alle acque turche. Per questo motivo molte persone, una volta arrivate sulle isole dell’Egeo, cercano di nascondersi, nel timore di essere respinte.

Uno di questi incidenti, che esemplifica il carattere sistematico di tali respingimenti dalla Grecia, si è verificato all’inizio di dicembre (vedi 11. 5). Un gruppo di 30 persone provenienti dalla Somalia e dalla Repubblica Democratica del Congo era a pochi metri dalle coste di Lesbo, quando una nave della guardia costiera si è avvicinata al gommone. Temendo un respingimento, tredici persone sono saltate in acqua e hanno nuotato fino a riva. Una volta a terra, hanno visto gli agenti dell’HCG prendere il resto del gruppo a bordo della loro nave, perquisirli e colpirli violentemente a mani nude e con manganelli.

I migranti che sono riusciti a raggiungere terra si sono nascosti in una foresta ed hanno inviato messaggi alle ONG, avvisandole del loro arrivo e chiedendo aiuto. Poiché non riuscivano a contattare nessuno, sono entrati nella chiesa di Santa Barbara, situata al centro del paese di Pamfila, e hanno chiesto accoglienza.

Un uomo che lavorava in chiesa ha assicurato al gruppo che sarebbero potuti restare fino all’arrivo di un prete. Tuttavia, poco dopo sono arrivati due uomini in abiti civili. Hanno parlato con il dipendente della chiesa, che ha poi detto al gruppo di lasciare immediatamente la struttura. Fuori dall’edificio gli uomini hanno comunicato al gruppo di aspettare. Pochi minuti dopo è arrivata un’agente donna in uniforme greca della polizia, accompagnata da cinque uomini che indossavano abiti neri e passamontagna. Hanno preso i telefoni dei migranti, che sono stati portati in un luogo di detenzione e trattenuti per circa due ore prima di essere riportati sulla costa. Ad aspettare sulla riva c’erano sei uomini, vestiti con uniformi HCG e passamontagna, con un RHIB (piccola nave) su cui hanno fatto salire il gruppo.

Gli agenti hanno portato i migranti in mare e li hanno trasferiti su una nave della guardia costiera, sulla quale molti altri agenti mascherati stavano aspettando. La nave più grande ha navigato per un’altra ora, prima di fermarsi e sbarcare il gruppo su un gommone di salvataggio arancione. I tredici migranti sono stati successivamente lasciati alla deriva su questa imbarcazione di salvataggio inagibile nel bel mezzo del Mar Egeo.

In diversi momenti del loro calvario i migranti hanno espresso chiaramente l’intenzione di chiedere asilo. Una volta tornati in Turchia, hanno appreso che gli altri 17 membri del loro gruppo originale erano stati respinti con gommoni di salvataggio prima ancora di mettere piede a Lesbo. L’intero caso è un esempio illustrativo del modo in cui forze delle frontiere marittime e delle isole vengono utilizzate per portare avanti detenzioni e pericolosi respingimenti di massa.

Uso dell’area di confine vicino a Orestiada

I respingimenti a catena sono diventati una pratica fissa delle frontiere esterne dell’UE. Si tratta di un processo con il quale i migranti vengono respinti attraverso più paesi uno dopo l’altro, una tendenza comune nelle espulsioni dalla Slovenia, attraverso la Croazia, in Bosnia-Erzegovina e Serbia. Si è osservato che queste pratiche sono state avviate dall’Italia e dall’Austria nel 2020 e costituiscono il 15% dei rapporti raccolti sulla banca dati di BVMN.

In genere, un respingimento a catena comporta il trasferimento di gruppi di migranti alle forze di polizia di ciascun paese, in un processo altamente coordinato. Ciò si è visto a dicembre con casi che descrivono in dettaglio l’uso orchestrato dei valichi di frontiera ufficiali (come tra Italia e Slovenia, vedi. 4.2). Tuttavia, questa non è necessariamente una caratteristica di tutti i respingimenti a catena. Alla fine del 2020, BVMN ha iniziato a osservare una tendenza comune nell’area di Orestiada a nord di Evros, un’area utilizzata per eseguire espulsioni a catena indirette dalla Bulgaria alla Turchia.

Geograficamente caratterizzata come una sezione di territorio greco incastonata tra i due paesi, la posizione di Orestiada consente alle autorità bulgare di espellere le persone, nella consapevolezza che saranno facilmente intercettate dalle autorità greche e infine rimandate in Turchia. Ad esempio, a dicembre, un uomo tunisino di 33 anni è stato catturato in Bulgaria, derubato di tutti i suoi averi e aggredito da un cane poliziotto (vedi 10.1).


[Ha] continuato a camminare sul territorio greco per altri due giorni, ma poi non riusciva più ad avanzare perché era esausto e ferito e ha deciso di fermarsi. Ha deciso di arrendersi alla polizia greca“.

Dopo essere stato catturato dalla polizia greca, è stato trattenuto con un gruppo di altre 50 persone e infine riportato in Turchia. Questo processo si basa non tanto sulla collaborazione formale tra le forze di polizia nazionali, quanto sulla geografia di confine e sulla vulnerabilità dei gruppi di migranti, abbandonati dagli agenti senza vestiti, telefoni, denaro, cibo e acqua nell’area a cavallo tra i tre confini.

Questa tendenza può essere paragonata alla rotta informale di respingimenti a catena usata dalla Serbia, dove le persone vengono spogliate dei loro effetti personali e poi espulse nella Macedonia del Nord, per poi essere catturate e rimandate in Grecia.

Sebbene in questi tipi di respingimento non ci sia un’interazione diretta tra i responsabili, c’è comunque un ampio spettro di attori coinvolti per garantirne il completamento. I respingimenti effettuati a dicembre nei pressi della zona tri-frontaliera di Orestiada hanno coinvolto funzionari bulgari e greci, ma anche presumibilmente personale di Frontex (vedi. 11.9), riconosciuto dagli intervistati per la distintiva “fascia blu sul braccio“. Un tale livello di rafforzamento delle frontiere nazionali e transnazionali consente alla rotta di respingimento indiretta di funzionare attraverso l’intersezione dei confini degli Stati membri dell’UE.

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Utilizzo dei cancelli a Idomeni

La chiusura delle frontiere lungo la rotta balcanica nel 2015 ha messo la Grecia in una morsa. A Idomeni si è creata una situazione di stallo, nel momento in cui il piccolo villaggio è diventato uno dei principali punti di attraversamento per le comunità di migranti che viaggiano attraverso la Macedonia del Nord per raggiungere l’Europa centrale. Alla fine di quell’anno, tuttavia, il percorso è stato fisicamente chiuso con oltre 200 km di filo spinato.

Negli ultimi anni, la polizia dei due paesi ha creato e mantenuto un corridoio recintato al confine, utilizzando cancelli per controllare da vicino il flusso delle persone all’interno di questo spazio. In particolare, questi cancelli sono utilizzati per espellere le persone a sud verso la Grecia, e rientrano nell’uso sistematizzato delle infrastrutture di frontiera per controllare e cacciare i gruppi in transito. Da maggio 2020, BVMN ha raccolto 14 segnalazioni che descrivono l’uso di un particolare varco nella recinzione vicino a Idomeni per effettuare respingimenti illegali. Nell’ultimo rapporto (vedi 9. 1) dell’8 dicembre 2020, gli intervistati hanno raccontato che tre agenti della Macedonia del Nord, che indossavano abiti e passamontagna in stile militare, hanno aperto un cancello della recinzione di confine, gridando loro di “tornare” in Grecia.

Il cancello principale si trova ad ovest della stazione di frontiera di Evzoni, il principale attraversamento stradale tra la Macedonia del Nord e la Grecia. Il valico di frontiera ufficiale di Evzoni è agli occhi del pubblico; qui passano molte auto ogni giorno. Invece il cancello vicino a Idomeni utilizzato per i respingimenti si trova in una posizione più remota, vicino alla linea ferroviaria che collega i due paesi, un luogo in cui la polizia beneficia di un livello di privacy che permette di compiere violenze regolari ed incontrollate.

Un rapporto BVMN di settembre 2020, racconta un caso in cui gli agenti hanno aperto la porta del veicolo col quale i migranti erano stati portati al confine, hanno spruzzato spray urticante in faccia all’intervistato e lo hanno espulso attraverso il cancello che porta in Grecia. Un altro rapporto dell’agosto 2020 riporta un caso in cui gli agenti hanno colpito più volte alcuni migranti con i loro manganelli, prima di usare lo stesso cancello per espellerli. Al ritorno in Grecia alcune persone rimangono nella zona di confine, e ciò è evidenziato da un rapporto InfoMigrants di luglio che segnala la presenza di migranti in transito intorno a Idomeni. Molti tuttavia fanno il viaggio verso sud fino a Salonicco, seguendo la linea ferroviaria a piedi o a bordo dei treni. Questo ciclo di attraversamenti e respingimenti è diventato una peculiarità del confine greco-macedone settentrionale, simboleggiato dal cancello attraverso la quale i gruppi di migranti sono costretti a passare da un territorio all’altro.

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Cancello che separa la Macedonia del Nord dalla Grecia (Fonte: Quartz)

Fosse con roghi usate dalla polizia croata

Durante lo sviluppo delle pratiche di respingimento croate, i contorni naturali del confine verde sono stati militarizzati contro i migranti. In particolare, questo si vede nel modo sistematico in cui la polizia croata accende fuochi al confine, bruciando i vestiti e i beni delle persone, prima di espellerle violentemente in BiH, una pratica filmata dalle telecamere già nel 2019.

A dicembre, BVMN ha ricevuto molteplici testimonianze di persone che hanno sperimentato questa specifica forma di violenza. Gli intervistati hanno raccontato che dopo essere stati catturati all’interno del territorio croato dagli agenti, spesso vestiti con uniformi nere e maschere, i loro vestiti e zaini sono stati gettati nelle fiamme al confine (vedi 6.1 e 6.2). Le persone vengono fatte scendere dai furgoni usati per riportarle in Bosnia-Erzegovina e vengono consegnate a squadre di agenti di stanza al confine. Questi agenti spesso hanno già acceso dei fuochi:

Quando il gruppo è arrivato, era ancora buio, ed era già pronto un buco nel terreno in cui bruciava un grande fuoco

La preparazione degli incendi dimostra la natura organizzata del processo di pushback, e la divisione dei ruoli tra diversi gruppi di agenti che svolgono compiti specifici, trasporto, percosse sommarie, denudamento e distruzione degli indumenti col fuoco. Le buche nel terreno suggeriscono anche che luoghi specifici vengono utilizzati ripetutamente, causando l’erosione del terreno, un segno duraturo della violenza che si sta compiendo al confine. Il database di BVMN supporta questa analisi, mostrando un’alta densità di respingimenti in punti particolari lungo il confine verde della Croazia.

Ma la pratica non è limitata ad un solo Stato membro dell’UE, e il 40% dei casi registrati da BVMN attraverso la rotta balcanica ha coinvolto la distruzione di beni tramite roghi o la distruzione di oggetti, come i telefoni, da parte degli agenti. Ad esempio, i report del mese scorso hanno descritto il modo in cui la polizia rumena ha dato fuoco sistematicamente ai beni dei gruppi di migranti, con gli intervistati che si sono feriti nel tentativo di salvare i loro effetti personali dalle fiamme (vedi 1.1).

La pratica di dare fuoco ai vestiti e beni è un’estensione del trattamento disumano e degradante affrontato dai migranti, ed è intimamente collegato al denudamento forzato delle persone durante i respingimenti. Gli incendi assicurano che le persone non abbiano nulla durante il ritorno in Bosnia-Erzegovina e in altri paesi di transito lungo il percorso, il che significa che dovranno affrontare lunghi viaggi a piedi, semi-nudi e che successivamente dovranno lottare per recuperare degli abiti. In questo modo, gli incendi diventano uno strumento informale, insieme all’uso regolare di pistole, manganelli e altre armi, per compiere violenze ai danni dei migranti.

Aggiornamenti sulla situazione

Croazia
Denuncia penale presentata per un caso di stupro

Il Centre for Peace Studies (CPS), un membro di lunga data di BVMN con sede a Zagabria, ha presentato altre due denunce penali al pubblico ministero croato contro ignoti membri della polizia, per il loro coinvolgimento in atroci violazioni durante i pushback, incluso lo stupro. Gli agenti incriminati avrebbero arrestato gruppi di migranti, compresi bambini, e li avrebbero consegnati ad agenti mascherati vestiti di nero, corrispondenti alla descrizione dell'”unità speciale” o di agenti dell’operazione “corridoio” dispiegata nelle aree di confine dal ministero dell’Interno croato (MUP).

Secondo uno dei gruppi oggetto di questi abusi, i migranti sono stati picchiati con manganelli dagli agenti e poi costretti a spogliarsi al confine vicino alla città bosniaca di Velika Kladuša. Le testimonianze dell’incidente raccolte dal Danish Refugee Council (RDC) e condivise in uno scioccante articolo del Guardian hanno spiegato le modalità dell’evento:

Ci hanno preso uno per uno e ci hanno ordinato di toglierci i pantaloni e di stenderci in terra“… “Uno di loro [gli agenti] si è scattato un selfie con [coloro] che erano senza vestiti.

Uno dei migranti aggrediti durante l’incidente ha anche riferito di essere stato violentato da un agente “con un ramo“.
Mustafa Hodzic, un medico di Velika Kladuša che ha esaminato la vittima, ha confermato le ferite alla schiena e alle gambe e le prove di abusi sessuali:

Non ho mai visto niente del genere. Anche se non è la prima volta che in quanto medico vedo segni di violenza sessuale sui migranti, violenza che, secondo i racconti dei richiedenti asilo, è perpetrata sul territorio croato da funzionari croati vestiti di nero“.

Oltre al riscontro medico, ulteriori prove che dimostrano che i soggetti di queste denunce penali si trovavano in Croazia al momento dell’incidente sono arrivate sotto forma di fascicoli giudiziari dal tribunale della regione di Karlovac.

Un articolo pubblicato sul portale di notizie croato Jutarnji, ha raccontato che alcuni membri del gruppo di migranti si trovavano davanti a un giudice dopo essere stati trattenuti per resistenza all’arresto, fatto che fornisce prove concrete della loro posizione prima del violento respingimento. Ma nonostante questa serie di prove il MUP continua a negare tutte le accuse che indicano i loro agenti come i diretti responsabili di respingimenti transfrontalieri illegali, torture e violenze sessuali.

Ad ottobre 2020, riferendosi alla tendenza all’ultraviolenza, la segretaria generale della RDC Charlotte Slente ha dichiarato che, “più di 75 persone in una settimana hanno denunciato trattamenti disumani, percosse feroci e persino abusi sessuali“.

La frequenza e la ferocia di questi violenti respingimenti può andare avanti solo grazie ad un regime di frontiera sistematizzato e approvato dallo Stato. Ma nonostante la violenza che si verifica al confine HR- BiH sia di dominio pubblico, e sia documentata in un intero volume del “Libro nero dei respingimenti” pubblicato da BVMN in collaborazione con GUE/NGL, non vi è ancora alcuna presa di responsabilità sostanziale a livello nazionale o dell’UE. Il CPS ha richiesto un’indagine efficace e indipendente, unendosi ad altri, come l’eurodeputata Clare Daly, nel chiedere un’azione per fermare le violazioni incontrollate dei diritti perpetrate dalla Croazia. In una dichiarazione per il Guardian, Daly ha affermato la complicità di Bruxelles in questi abusi:

Il sangue di queste persone, così orribilmente maltrattate al confine croato, è sulle mani della Commissione europea“.

Bosnia-Erzegovina

Incendio nel campo di Lipa

La situazione della comunità di migranti nel cantone Una-Sana (USC) della Bosnia-Erzegovina si è drammaticamente deteriorata a dicembre, e altre migliaia di persone sono rimaste senza casa. Il campo temporaneo di Lipa è stato devastato da un enorme incendio, che ha sfollato le 1.200 persone che vi alloggiavano. Secondo un comunicato dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM), le fiamme hanno devastato il campo lo stesso giorno in cui era previsto lo sgombero.

Da quando il campo di Lipa è stato costruito sono stati rivolti molti appelli per la mancanza di alloggi e servizi di base; problemi che non sono mai stati risolti. In una lettera inviata al Presidente del Consiglio dei Ministri della Bosnia-Erzegovina e al Ministro della Sicurezza, Selmo Cikotic, il Commissario per i Diritti Umani del Consiglio d’Europa, Dunja Mijatović ha espresso la sua preoccupazione per il fatto che, un anno dopo la chiusura del campo di Vucjak, fosse in corso un’altra crisi umanitaria nell’USC.

All’inizio di dicembre, dopo le pressioni dell’Unione Europea, il Consiglio dei Ministri ha decretato all’unanimità la trasformazione del campo temporaneo di Lipa in un campo ufficiale, con la proposta di fornire alloggi provvisori all’interno dell’ex campo di Bira, nella città di Bihać. La proposta di ospitare gli abitanti di Lipa per quattro mesi, mentre si svolgevano i lavori di costruzione, è stata avanzata dal governo di Una-Sana e dal sindaco di Bihać.

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L’incendio distrugge Lipa (Fonte: InfoMigrants)

Il pomeriggio del 22 dicembre, alcuni cittadini di Bihać si sono riuniti di fronte a Bira e hanno bloccato diversi furgoni dell’OIM che trasportavano 46 migranti che dovevano essere ospitati nel campo. Poco dopo, anche un veicolo dei vigili del fuoco è arrivato davanti all’ex fabbrica, ed è stato parcheggiato davanti a uno degli ingressi, con lo scopo di bloccare ulteriori accessi. La mattina seguente si è tenuta una riunione straordinaria all’USC, e le autorità locali hanno contestato la decisione del governo centrale di Sarajevo di trasferire persone da Lipa a Bira. In risposta, quello stesso giorno l’OIM ha iniziato a ritirare il proprio personale da Lipa, e solo poche ore dopo è scoppiato l’enorme incendio, che ha causato la fuga di migliaia di persone nei campi vicini.

In seguito, visto che di Lipa era rimasto ben poco, un nutrito gruppo di migranti ha cercato di dirigersi verso la città di Bihać in cerca di riparo. Sono stati bloccati nella zona di Ripac, vicino a Lohovski Most, e la polizia bosniaca e le forze speciali hanno impedito di cercare rifugio nella capitale del cantone. Di conseguenza, molte persone sono state costrette a rimanere a Lipa, con temperature gelide e nessun supporto sostanziale. La Croce Rossa fornisce un pasto al giorno, ma l’OIM ha completamente lasciato il campo, che è attualmente sotto la gestione del Servizio per gli Affari Esteri e del Ministero della Sicurezza.

Una settimana dopo l’incendio, c’è stato un ulteriore tentativo da parte dell’OIM di trasferire i migranti a Bradina, nel comune di Konjic a circa 40 km da Sarajevo, in un’ex caserma delle forze armate. Dopo questo annuncio, le persone a Lipa hanno trascorso più di 24 ore in 20 autobus in attesa di essere trasferite. Ma dopo la protesta delle autorità locali e dei cittadini di Bradina, il trasferimento è stato interrotto, e la gente è stata fatta scendere di nuovo dagli autobus. Durante questo periodo il governo centrale di Sarajevo ha inviato l’esercito nazionale a controllare l’area per diversi giorni e a piantare tende.

Da allora la situazione a Lipa è rimasta drammatica, e molte persone hanno dato il via a uno sciopero della fame, denunciando le condizioni disumane in cui sono costrette a vivere. Attraverso un decreto introdotto nell’autunno del 2019, il lavoro dei gruppi di solidarietà e il supporto della gente del posto sono stati ostacolati, il che significa che al campo arrivano poche risorse. La polizia locale ha anche bloccato l’accesso a Lipa e ai suoi dintorni, creando una situazione sempre più ostile per le persone all’interno. In tutto ciò, l’UE e i suoi partner esecutivi hanno brillato per la loro assenza, e questa situazione di stallo è destinata a durare tutto l’inverno, arrecando ulteriori danni alla comunità di migranti.

Italia

Pausa negli arrivi invernali
Nel mese di dicembre i volontari a sostegno dei nuovi arrivati a Trieste hanno osservato un calo degli arrivi rispetto ai mesi precedenti. Questa tendenza è riconducibile alla ridotta accessibilità del percorso, reso più difficoltoso durante i mesi invernali a causa della neve e delle temperature gelide.

Parallelamente, l’aumento dei controlli alle frontiere introdotto nel corso del 2020 al confine italiano e l’aumento delle misure per il Covid-19 nelle aree urbane e sui trasporti pubblici potrebbero aver contribuito al calo di nuovi arrivi. Ma il fattore forse più preoccupante è il clima di insicurezza che si è diffuso dal maggio dello scorso anno. Le persone che arrivano in Friuli Venezia Giulia (la regione italiana confinante con la Slovenia) sono costantemente a rischio di respingimenti se vengono trovate entro i primi 10 km dal confine (vedi 4.1 e 4.2). Questo produce un effetto a catena, riducendo il numero di persone che si sentono al sicuro entro i limiti della città di Trieste.

Per coloro che riescono ad evitare il rischio sempre presente di espulsione in Bosnia-Erzegovina o in Serbia, la lotta continua a causa di un enorme deficit di alloggi invernali. Come si rileva nel rapporto BVMN di novembre, non ci sono ancora dormitori operativi a Trieste che possano essere contattati dalle strade. Le persone dormono regolarmente per strada e vengono allontanate dagli hotel che dovevano fungere da rifugi di emergenza. Ciò ha accresciuto il senso di sfiducia e paura tra la comunità di migranti ed è una situazione indegna per i migranti e per la comunità locale dei senzatetto.

Il senso di alienazione rivolto da parte delle autorità italiane ai migranti è stato simboleggiato dalla bravata effettuata al commissariato Fernetti in occasione della Giornata internazionale dei migranti. È stato eretto un cartello segnaletico di legno per segnare l’incrocio delle rotte in l’Italia e i punti di partenza delle persone che arrivano a Trieste. La cruda ironia non è passata inosservata; cartelli indicanti la Bosnia e la Serbia installati da una forza di polizia direttamente coinvolta in respingimenti a catena verso questi paesi.

Ungheria

Sentenza della Corte di giustizia europea
Il 17 dicembre 2020, la Corte di giustizia europea ha riscontrato che le leggi ungheresi in materia di asilo violano le norme dell’UE. In risposta ad una procedura d’infrazione, avviata dalla Commissione già nel 2015, la Corte ha riscontrato che è “praticamente impossibile” presentare domanda di asilo in Ungheria. La sentenza si è concentrata sull’accesso estremamente limitato al sistema ungherese di asilo, riferendosi principalmente al blocco causato dalle zone di transito (strutture di tipo carcerario che, fino a poco tempo fa, erano l’unico punto di accesso al sistema ungherese di asilo).

L’ironia della questione è che, a seguito di un’altra sentenza della Corte di giustizia del maggio 2020, l’Ungheria aveva già chiuso le sue zone di transito. Questo fa parte della strategia dell’Ungheria: superare in maniera consapevole i confini fissati dal diritto europeo e internazionale, sapendo benissimo che ci vorranno anni prima di affrontare eventuali conseguenze. Un fenomeno molto simile si sta verificando di nuovo: da quando le zone di transito sono state chiuse, nuove leggi stabiliscono che l’unico modo legale per richiedere la protezione internazionale in Ungheria è attraverso le sue ambasciate a Belgrado o Kiev.

Questo sistema è in palese violazione del diritto internazionale, come sostiene Erno Simon, portavoce dell’UNHCR Ungheria, dichiarando che questo mina: ” sia l’accesso al territorio, che l’accesso a una procedura equa, i due pilastri del sistema giuridico internazionale del secondo dopoguerra“. Anche in questo caso l’Unione europea sta portando avanti una procedura d’infrazione, ma, come ha dimostrato la sentenza di dicembre, una volta conclusa tale procedura, l’Ungheria potrebbe essere già andata oltre.

Altre parti della recente sentenza sono più promettenti. La sentenza si è rivolta alle pratiche di respingimento dell’Ungheria. Riaffermare l’illegalità dei respingimenti (che sono stati de facto legalizzati in Ungheria dal 2016) è importante, soprattutto alla luce della sentenza di quest’anno della Corte dei diritti dell’uomo, che ha di fatto ritenuto legali le espulsioni collettive effettuate dalla Spagna, e della tendenza a confondere la linea di demarcazione tra respingimenti e riammissioni (ad esempio tra Italia e Slovenia). Inoltre, con la sentenza si mette in chiaro che le dichiarazioni di crisi, attive in Ungheria dall’”estate delle migrazioni” del 2015, non sono sufficienti per scavalcare le norme UE. Si tratta di un segnale raro ma gradito da parte di un’istituzione dell’UE, soprattutto alla luce delle miriadi di sospensioni dei diritti verificatesi durante tutta la pandemia di Covid-19.

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Respingimenti dall’Ungheria (Fonte: Hungarian Helsinki Committee)

Militarizzazione del confine

Da quando la rotta migratoria attraverso la Serbia e l’Ungheria è diventata uno dei principali valichi di frontiera verso l’UE nel 2015, l’Ungheria ha continuato a rispondere militarizzando il suo confine meridionale con la Serbia, cosa che è diventata evidente quando è diventato il primo paese della regione a erigere una recinzione di confine alta 4 m e lunga 175 km. Anche se molti migranti stanno ora prediligendo percorsi diversi, ad esempio attraverso la Bosnia-Erzegovina e la Croazia verso ovest, o la Romania verso est, una notevole quantità di persone transita ancora per il confine serbo-ungherese. Questo fatto non è evidente nei rapporti e nei media mainstream, ma le statistiche raccolte dall’UNHCR hanno mostrato che, nel solo mese di novembre, si sono verificati almeno 1567 respingimenti dall’Ungheria alla Serbia.

A cinque anni dalla sfortunata “Estate delle migrazioni“, che ha segnato l’inizio di un’intensa spinta alla militarizzazione delle frontiere da parte dell’Ungheria, le autorità stanno ancora cercando di erigere ulteriori barriere fisiche per bloccare l’accesso al territorio. Dopo il rilevamento di diversi tunnel, l’Ungheria ha costruito una barriera sotterranea lunga 10 km che è stata terminata ad ottobre 2020. Il ministero dell’Interno ungherese ha anche annunciato che ci sarà la possibilità di aggiungere altri tratti barriera sotterranea, a seconda della situazione. Questa misura rientra nel modello di crescente dispiegamento di polizia di frontiera, con il doppio del numero di funzionari inviati al confine e l’utilizzo di ulteriori imbarcazioni militari sul fiume Tisa al confine meridionale dall’inizio del 2020.

Questi processi di fortificazione del confine forzano i migranti a percorrere percorsi più pericolosi e clandestini, e ci sono rapporti regolari su persone che annegano nel fiume Tisa o si feriscono gravemente mentre cercano di attraversare la recinzione di confine. Dalla quantità relativamente bassa di migranti che sono raggiunti dai team sul campo, è difficile stimare i numeri di questi incidenti, è ci sono solo dati parziali sui ferimenti, sparizioni e morti.

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Confine ungherese con la Serbia (Fonte: Infomigrants)

Serbia

Situazione a Šid
Le comunità in transito a Šid, in Serbia, stanno affrontando crescenti pressioni da parte di attori interni ed esterni, nonché dal clima invernale. Anche se al momento non c’è neve in questa parte della Serbia, fa freddo e piove, cosa che rende miserabili le già difficili condizioni di vita. Attualmente si stima che 100 persone vivano in alloggi informali a Šid e dintorni.

In passato Šid era popolare nei mesi invernali come punto di sosta sulla strada per la Croazia, in quanto non pone le stesse condizioni geograficamente estreme di altre aree più montuose del confine, essendo relativamente pianeggiante. Tuttavia, il transito attraverso questo confine non è meno pericoloso e la polizia croata usa regolarmente la violenza durante i respingimenti. Oltre a questo, a dicembre, c’è stato un violento incidente tra le persone coinvolte nella rete di trafficanti locali e altri migranti, situazione che ha portato al trasferimento di molti di loro nei campi, e quindi ad un limitato accesso al confine.

Inoltre, i cosiddetti “giochi di taxi” sono diventati più difficili dopo che un gruppo di tassisti è stato arrestato nei pressi di Šid, come riporta l’agenzia di stampa serba Telegraf. Da allora sempre meno tassisti sono disposti a trasportare i migranti, specialmente tra Šid e la vicina Batrovci al confine con la Croazia. Le comunità di migranti segnalano anche un aumento della presenza della polizia negli alloggi improvvisati e nelle tendopoli in cui vivono, tendenza conforme a un più ampio modello di molestie e sgomberi avviati in tutto il paese. Le cose stanno diventando sempre più difficili anche per gli operatori di assistenza, tra cui il partner BVMN No Name Kitchen.

Come riportato da Radio Slobodna Evropa, tre volontari sono stati fermati nel loro furgone il 12 dicembre. I volontari hanno immediatamente chiamato un avvocato, un attivista del gruppo serbo Klikaktiv, ma la polizia si è rifiutata di comunicare con lui. Gli agenti hanno abusato verbalmente dei volontari, hanno preso a pugni uno di loro e arrestato un altro che faceva parte della comunità locale.

Il 28 dicembre, un volontario NNK è stato espulso dalla Serbia, nonostante gli sforzi di Klikaktiv. Riferisce di essere passata dalla sua solita attività, all’essere lasciata sola al confine in Croazia al buio. Questi incidenti hanno sconvolto tutti i volontari e si aggiungono al peggioramento generale delle condizioni a Šid. Un recente podcast realizzato da BVMN in collaborazione con Klikaktiv ha analizzato questa tendenza alla criminalizzazione della solidarietà.

Inoltre, a dicembre una persona della comunità di migranti che vive vicino a Šid ha perso la vita. Il 17 dicembre, Mohammad Almehdi Karboj dalla Siria, che viveva nel campo di Principovac, ha lasciato Šid per attraversare la Croazia in treno. Più tardi quel giorno, il suo corpo è stato trovato vicino alla stazione locale. I volontari di No Name Kitchen si sono messi in contatto con i suoi amici e familiari. Non hanno mai appreso le circostanze della sua sfortunata morte, ma hanno aiutato i suoi amici ad identificare il corpo, organizzato un memoriale e filmato la sua sepoltura a Šid in modo che la famiglia potesse vedere il servizio. Mohammad è una delle tante persone che hanno perso la vita lungo la rotta balcanica nel 2020 e un promemoria del costo umano della militarizzazione dei confini.
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Lo sgombero di alloggi informali è aumentato in Serbia (Fonte: Radio Slobodna Evropa)

Grecia

Video del Ministero dell’Asilo
Nel corso di una conferenza stampa dell’8 dicembre, il ministro greco delle Migrazioni Notis Mitarakis ha mostrato diversi brevi video che ritraggono dei richiedenti asilo che spiegano di aver ricevuto istruzioni di contattare le ONG di monitoraggio per ricevere aiuto per raggiungere la Grecia dalla Turchia. I video sono stati registrati su un cellulare e pubblicati senza i volti, si sentono le voci dei richiedenti asilo intervistati in forma anonima.

Il Ministro Mitarakis non ha fornito alcuna informazione sul contesto in cui sono state condotte le interviste, né ha assicurato che le norme per la protezione degli intervistati fossero state rispettate. In seguito, sono state sollevate domande su come e perché questi video fossero stati girati, e su come il ministero o l’autorità portuale di Lesbo giustificherebbero la pubblicazione di questi materiali, in quanto si tratta di una fuga di notizie ufficiali.

Il partner di BVMN Disinfaux Collective ha condotto un’indagine sui video, scoprendo che erano stati probabilmente registrati all’interno di isobox utilizzati come uffici dall’autorità portuale di Mytilini, a Lesbo. Avvocati e giuristi con una lunga esperienza su temi legati ai rifugiati e all’asilo si sono espressi contro i video, esprimendo forte preoccupazione per la legalità di tali azioni e per il mancato rispetto da parte dello Stato degli obblighi di tutela della riservatezza dei dati personali dei richiedenti asilo durante la procedura di asilo. Un avvocato coinvolto ha dichiarato:

Per quanto riguarda il materiale audiovisivo, in conformità del regolamento generale sulla protezione dei dati personali, è richiesto il previo consenso dell’interessato, che consiste nell’indicazione libera, specifica, esplicita e pienamente consapevole del presente accordo a favore del trattamento dei dati che lo riguardano.

Inoltre, la registrazione video non è prevista in nessuna fase della procedura di asilo, né, naturalmente, nella fase del procedimento pre-indagine condotto dalla polizia o dalla guardia costiera nell’ambito delle indagini sull’ingresso illegale in Grecia.

La principale risposta del ministro Mitarakis a tali critiche è stata quella di ribadire la posizione xenofoba anti-rifugiati dell’attuale governo, dichiarando che “la maggior parte dei migranti sono migranti economici” e che “è ovvio che queste persone non sono in pericolo in Turchia e, quindi,dovrebbero ricevere asilo [in Turchia], se necessario“.

Queste dichiarazioni non si basano sui fatti, visto che i dati del ministero greco delle migrazioni mostrano che circa la metà di coloro che arrivano sono riconosciuti come rifugiati, ma anche che i somali in particolare sono riconosciuti come rifugiati in percentuale molto elevata, oltre il 95% in Grecia.

Inoltre, la Turchia riconosce la tutela dei diritti previsti dalla Convenzione di Ginevra solo per i cittadini siriani, solo temporaneamente e nella stragrande maggioranza dei casi sulla carta, non nella pratica. In altre parole, i somali non possono godere dei pieni diritti concessi dall’asilo in Turchia e sono quindi a rischio in quel paese. Mitarakis ha anche cercato di deviare la colpa concentrandosi su potenziali comportamenti scorretti della guardia costiera turca e altre autorità turche. La loro cattiva condotta, tuttavia, non giustifica la pubblicazione di questo materiale da parte delle autorità greche, e neppure fornisce un alibi per ulteriori comportamenti scorretti.

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Ripartizione del contenuto video (Fonte: Disinfaux Collective)

Situazione a Samos

Il campo Vathy di Samos, inizialmente costruito per ospitare 650 persone, attualmente ne accoglie oltre 3.500, più di cinque volte la sua capacità. Almeno 100 residenti del campo sono già risultati positivi al Covid-19, situazione critica evidenziata dalla dichiarazione rilasciata da MSF secondo cui “le persone in quarantena hanno un accesso molto limitato ai servizi di base, compresi i servizi igienico-sanitari, ma anche il cibo” e soffrono della mancanza di “un piano di risposte mediche comunicato dalle autorità competenti“.

Dall’inizio dell’anno ci sono stati almeno sette incendi nel campo di Vathy: tre ad aprile, due a settembre, uno il 2 novembre che ha distrutto almeno 150 alloggi, e un secondo incendio più grande una settimana dopo, che ha bruciato scorte alimentari e alloggi di 500-700 persone. EuroMed Monitor ha dichiarato chiaramente che il verificarsi di tali incendi nei campi greci è un “inevitabile risultato delle terribili condizioni” create dall’approccio “hotspot” sulle isole dell’Egeo.

L’8 novembre, un’imbarcazione che trasportava 24 richiedenti asilo, tra cui due donne incinte, si è capovolta nei pressi di Samos. Nell’evento, un bambino di 6 anni ha perso la vita. Il padre è stato arrestato e accusato di aver messo in pericolo la vita del figlio, rischiando una pena detentiva di 10 anni se giudicato colpevole. Queste accuse sono un attacco al diritto di chiedere asilo e sollevano serie preoccupazioni sul fatto che la criminalizzazione dei rifugiati sarà utilizzata in futuro come “strategia di deterrenza” per impedire ad altri di cercare sicurezza in Europa.

A novembre è stato creato un sistema di segnalazione per le violazioni dei diritti umani, che ha evidenziato che la violenza della polizia, l’eventuale esclusione dai servizi sanitari, la detenzione illegale e i divieti di movimento sono tutti abusi vissuti dai residenti del campo. Le terribili condizioni del campo di Vathy violano le normative internazionali in materia di diritti dell’uomo, in particolare l’articolo 25 della Dichiarazione universale dei diritti umani, che afferma che: “Ognuno ha diritto ad uno standard di vita adeguato che garantisca la salute e il benessere di sé stesso e della sua famiglia…“.

Inoltre un potente terremoto che ha raggiunto il grado 7.0 sulla scala Richter ha colpito Samos il 30 ottobre. Il Comitato internazionale per il salvataggio (IRC) ha pubblicato questo mese un rapporto per denunciare il peso che l’”approccio hotspot” ha avuto sulla salute mentale dei migranti a Samos, dimostrando che “il sovraffollamento e le condizioni di vita pericolose e disumane” dei campi greci hanno condotto a “molti casi di salute mentale gravi“.

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Tende bruciate da un incendio a novembre (Fonte: InfoMigrants)

Attacco razzista contro un rifugio per minori

Il 26 dicembre, quando molti stavano ancora celebrando il Natale, il rifugio per minori non accompagnati gestito dalla chiesa a Oreokastro, Salonicco, è stato oggetto di uno scioccante attacco razzista.

Nonostante il coprifuoco delle 21:00, attualmente in vigore in Grecia, alle 23:00 dodici uomini greci armati di coltelli e sbarre di ferro si sono radunati fuori dalla struttura. Cinque di loro hanno fatto irruzione nei locali e in pochi secondi hanno raggiunto il cortile. Hanno inseguito e picchiato tutti coloro che non sono riusciti a fuggire, gridando ripetutamente “V********* Allah“, “vi massacreremo” e “tornate nel vostro paese!

Dato che erano armati e che si erano radunati illegalmente durante un coprifuoco, è chiaro che l’attacco è stato premeditato. Durante l’attacco quattro minorenni di età compresa tra i 12 e i 15 anni sono rimasti feriti. Uno dei feriti ha avuto gravi problemi respiratori a causa di lesioni da impatto al torace ed è stato quindi ricoverato in ospedale. Secondo un comunicato della polizia solo due degli aggressori sono stati identificati e arrestati, un 38enne e il figlio 14enne. Il figlio è stato scarcerato poco dopo, mentre il padre sarà portato davanti alla procura.

A marzo di quest’anno, la gente del posto ha attaccato un hotel destinato ad ospitare rifugiati a Vilia, e nello stesso mese due persone sono state colpite con armi da fuoco mentre erano fuori dal campo di Moria. A maggio un edificio a Panagitsa è stato dato alle fiamme, e l’ultimo incidente a Salonicco è l’ennesima prova dell’aumento degli attacchi di estrema destra contro le comunità di migranti. Non è nemmeno la prima volta che il rifugio di Oreokastro subisce attacchi di tipo razziale. Ad esempio, nel 2016 e nel 2017 i genitori di una scuola pubblica locale hanno protestato contro l’ammissione di minori che vivono nel centro migranti.

Il governo non ha condannato tale violenza. D’altra parte, un deputato del partito al governo Nuova Democrazia, Konstantinos Bogdanos, ha twittato pochi giorni dopo l’immagine di un condominio che sarà utilizzato per ospitare minori non accompagnati ad Atene, descrivendolo come una “minaccia alla coesione sociale e alla pace“. In un clima sempre più xenofobo e ostile, endorsement politici come questo hanno solo il risultato di esporre i migranti ad attacchi razzisti.

Glossario dei report. Dicembre 2020

A dicembre BVMN ha pubblicato 25 resoconti, che coinvolgono 707 migranti. Le persone coinvolte in questi casi sono uomini, donne, bambini con tutori e bambini non accompagnati. Rappresentano anche un’ampia demografia, con persone provenienti dal’Iran, Siria, Iraq, Giordania, Palestina, Egitto, Yemen, Afghanistan, Pakistan, India, Bangladesh, Algeria, Marocco, Tunisia, Repubblica Democratica del Congo e Somalia.
– 5 respingimenti verso la Serbia (2 a catena dalla Slovenia, 1 dalla Croazia, 2 dalla Romania)
– 6 respingimenti verso la Bosnia Erzegovina (2 a catena dall’Italia, 1 a catena dalla Slovenia, 3 dalla Croazia)
– 3 respingimenti in Grecia (1 dall’Italia, 1 dalla Macedonia del Nord, 1 dall’Albania)
-11 respingimenti in Turchia (1 a catena dalla Bulgaria, 10 dalla Grecia)
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Struttura e contatti della rete

BVMN è un organismo volontario, che agisce come un’alleanza di organizzazioni nei Balcani occidentali e Grecia. BVMN si basa sugli sforzi dei partecipanti e di organizzazioni che operano nel campo della documentazione, dei media e della difesa legale. Finanziamo il lavoro attraverso sovvenzioni e fondazioni caritatevoli, e non riceviamo fondi da alcuna organizzazione politica. Le spese riguardano i trasporti per i volontari sul campo e quattro posizioni retribuite.

Consultate il nostro sito web per l’intero archivio testimonianze, precedenti rapporti mensili e notizie di routine. Seguiteci su Twitter, handle@BorderViolence e su Facebook.

Per ulteriori informazioni sul presente report o su come essere coinvolti si prega di mandare una e-mail all’indirizzo mail@borderviolence.eu. Per richieste di stampa e media si prega di contattare: press@borderviolence.eu

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Border Violence Monitoring Network (BVMN)

Border Violence Monitoring Network (BVMN) è una rete indipendente di ONG e associazioni con sede nella regione dei Balcani e in Grecia. BVMN monitora le violazioni dei diritti umani ai confini esterni dell'UE e si impegna per mettere fine ai respingimenti e alle pratiche illegali. Il network utilizza un database condiviso per raccogliere le testimonianze delle violenze subite da chi transita sulla rotta dei Balcani.
In questa pagina trovate le traduzioni integrali dei rapporti mensili curati da BVMN.