Sopravvivere non è reato, essere ambulanti nemmeno

Intervista a Gennaro Avallone, Università di Salerno e Daouda Niang, Associazione Senegalesi di Salerno

Photo credit: Vanna D’Ambrosio (Salerno, 8 maggio 2017 - Corteo degli ambulanti del Senegal e del Bangladesh)

L’atteggiamento diffuso nei confronti del lavoro ambulante è parte di un discorso molto più ampio, che riguarda ciascuno di noi, tanto come individui, quanto come società, riguarda quello che siamo e che vogliamo diventare. Ha a che fare con lo spazio in cui viviamo e ci muoviamo ogni giorno e con il tipo di città che vogliamo costruire per il  futuro. È parte di una narrazione più ampia, dove l’unica realtà è quella percepita, definita da un linguaggio-etichetta e strumentalizzata dal discorso politico, anziché affrontata sul piano sociale. Riflettere sul lavoro ambulante vuol dire riflettere sulle trasformazioni della nostra epoca, sulla digitalizzazione dell’economia e sulla crisi del commercio al dettaglio, che l’emergenza sanitaria ha definitivamente messo a nudo.

Photo credit: Sindacato popular de vendedores ambulantes de Barcelona
Photo credit: Sindacato popular de vendedores ambulantes de Barcelona

La pubblica amministrazione ha sempre avuto un atteggiamento “ambivalente” nei confronti del lavoro ambulante. Se, da un lato, la legge regolamenta il commercio itinerante – esistono due tipi di licenza, quella che autorizza a svolgere il commercio al dettaglio su posteggi dati in concessione per dieci anni (tipo “A”) e quella che autorizza a svolgere il commercio in forma itinerante (tipo “B”) – dall’altro, le politiche comunali ostacolano, di fatto, l’esercizio di quest’attività. Anche se provvisti di licenza, i lavoratori ambulanti non possono vendere la loro merce ovunque. Così, le strade e le piazze delle nostre città si trasformano in un dedalo di “zone rosse” e divieti, che espellono gli ambulanti dal centro, relegandoli a poche  vie periferiche.

Il caso di Salerno è emblematico. Nel 2007 la Giunta del Comune di Salerno aveva autorizzato il commercio ambulante nel sottopiazzale di Piazza della Concordia, adiacente a Lungomare Trieste. La delibera comunale è stata prorogata per molti anni, fino al 2016; nello stesso periodo, sono state inaugurate grandi opere come la Stazione Marittima, il nuovo terrace bar e ristorante Embarcadero e il Surf Lounge cocktail bar. Di pari passo con la trasformazione del territorio urbano e la costruzione di un’identità turistica della città, i lavoratori ambulanti venivano “allontanati” dal lungomare; dal 2016 in poi hanno continuato a vendere nelle sue immediate vicinanze, rischiando multe e sequestri di merce. 

Numerosi sono gli stereotipi che hanno finito per identificare il lavoro ambulante – così come i termini “marocchino” e “vu cumprà” hanno finito per identificare il lavoratore ambulante in senso lato. De-costruire questi stereotipi è possibile solo a patto di riconoscere l’importante funzione di inclusione sociale svolta dagli ambulanti – i quali, potendo vendere a un minor prezzo, si rivolgono alla popolazione meno abbiente – e restituire al commercio itinerante la dignità che merita: si tratta, appunto, di un lavoro, non di un’emergenza di ordine pubblico, né di un’attività residuale. Ufficialmente in Italia sono circa 200mila le persone che svolgono lavoro ambulante, di cui un po’ più della metà di cittadinanza straniera.

Prendere coscienza di questi semplici dati è il primo passo per ripensare gli spazi all’interno delle nostre città e, in particolare, gli spazi destinati al commercio itinerante. Il dibattito, nato in Spagna con il Sindacato popular de vendedores ambulantes de Barcelona, ha raggiunto anche l’Italia.

L’8 Maggio 2017 le lavoratrici e i lavoratori senegalesi e bengalesi della città di Salerno hanno organizzato un corteo nel tentativo di riaprire le negoziazioni con l’amministrazione comunale. Gennaro Avallone, docente universitario, e Daouda Niang, presidente dell’Associazione Senegalesi di Salerno, si sono incontrati proprio nel contesto di quella grande manifestazione.

Il loro incontro è stato l’inizio di un percorso di ricerca e collaborazione, che ha successivamente coinvolto altre persone e ispirato il libro “Vivere non è un reato. Lavoro ambulante e diritto alla città”.

Photo credit: Àngel García
Photo credit: Àngel García

Quando le città si sono trasformate in “spazi in cui si combatte”, basati su logiche di “inclusione selettiva”?
Gennaro Avallone: La città conflittualmente inclusiva costruita tra gli anni Cinquanta e Settanta ha subito profonde trasformazioni. Da un lato, si è passati da una conflittualità sociale e politica, fondata su interessi diffusi e legittimi contrapposti, ad una conflittualità inter-individuale e tra categorie sociali, basata su contrapposizioni asimmetriche tra quanti sostengono e rappresentano rivendicazioni legittime e quanti non sono legittimati ad avanzare rivendicazioni.
Dall’altro lato, si è passati da città inclusive, seppur in maniera contraddittoria, a città basate su logiche di “inclusione selettiva”. 
All’interno di queste realtà è possibile distinguere tra la popolazione che vive la città in maniera “legittima” e un’altra parte della popolazione, che invece nel corso del tempo è stata definita “illegittima”. Stiamo parlando di una serie di figure sociali costruite come pericolose o non decorose, a prescindere dai comportamenti delle singole persone. Per queste categorie sociali la città è diventata un luogo ostile, dove, tuttavia, è necessario stare, perché è lì che si svolgono le attività economiche e la vita. La città è, quindi, un luogo di “inclusione differenziale”, dal momento che una parte della popolazione non ha alcuna possibilità di inserimento nel tessuto sociale. Però i diritti o sono per tutti oppure “non sono” diritti. Nel momento in cui vengono messi in discussione per una quota della popolazione, i diritti non sono più universali, viene meno la loro stessa natura.

Photo credit: Fotomovimiento
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Cosa si intende per lavoro ambulante come “spazio di resistenza”? 
Gennaro Avallone: Vuol dire che una parte della popolazione straniera, ma anche italiana, svolge il lavoro ambulante per sfuggire a processi e rapporti di sfruttamento, tipici del lavoro dipendente. Una ribellione che parte dalla rabbia scaturita dalle testimonianze dirette di  molti dei lavoratori ambulanti della città di Salerno che, dopo periodi di difficoltà lavorativa, hanno deciso di lasciare la città per lavorare come braccianti agricoli in Sicilia. Hanno raccontato di situazioni che violano qualsiasi diritto umano: malpagati e costretti a vivere in casolari senza nemmeno l’acqua calda. In questa realtà, esercitare il lavoro ambulante significa, dunque, resistere alla subordinazione, mantenendo uno stato di autonomia. 

Fa riflettere come i termini “vu cumprà” o “marocchino” siano entrati a far parte del lessico comune con cui, anche inconsciamente, si è passati ad identificare il lavoratore ambulante in senso lato. In che modo il linguaggio utilizzato, anche da parte di soggetti istituzionali, ha contribuito ad una narrazione di repressione, marginalizzazione e criminalizzazione del lavoro ambulante? 
Gennaro Avallone: Nel corso degli anni, le istituzioni hanno contribuito a riconoscere nel lavoratore ambulante straniero una “figura fastidiosa”, pericolosa, se non, addirittura, nemica. Tutto viene racchiuso nell’etichetta inferiorizzante del “vu cumprà”, risalente agli anni 80. Ancora oggi, la stampa continua ad utilizzare quest’espressione, nonostante la categoria stessa dei giornalisti, attraverso la Carta di Roma, si sia impegnata a superare qualsiasi linguaggio che sia discriminatorio.  E’ bene ricordare che dal punto di vista legislativo, sono previste due licenze per svolgere il lavoro ambulante: una è, sostanzialmente, la licenza per i mercati; l’altra è quella per il lavoro itinerante. La legge prevede anche come certificare il fatturato per poi pagare le tasse. Il fatto che periodicamente le amministrazioni comunali costruiscano campagne di repressione e controlli, ha contribuito ad alimentare la narrazione del lavoro ambulante come attività illegale. In realtà, l’attività svolta dal venditore ambulante in possesso di licenza, è un’attività legale.

Photo credit: Fotomovimiento
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C’è una frase del libro che mi ha colpita: “Il fatto che l’Europa è il paradiso lo abbiamo imparato a scuola”. Quali sono le aspettative di chi migra? 
Daouda Niang: La nostra aspettativa è quella di venire in Europa e trovare il paradiso. La colonizzazione ha influenzato tanto la nostra istruzione. A scuola, sin da bambini, ci insegnano la storia e la geografia della Francia, non abbiamo però una parte del programma che ci dica chi siamo e da dove veniamo. Cresciamo già con l’idea che l’Europa sia il posto perfetto, dove chiunque trova fortuna.
La colpa, a mio parere, rimane del nostro Governo, che non cambia i programmi scolastici e non lascia che i suoi cittadini conoscano e comprendano la loro storia. Non si pensa al fatto che tutto questo costa la vita a molte persone che intraprendono lunghi viaggi in mare. A parte quello che leggiamo sui libri, queste credenze vengono rafforzate quando vediamo un senegalese che è stato in Europa due, tre anni e, al suo ritorno, possiede tutto quello che non aveva prima: una macchina, una casa, una moglie. Anche se, col tempo, qualcosa sta cambiando; molti di noi, arrivati in Europa, si rendono conto che anche qui esiste la povertà. Si finisce per lavorare nell’agricoltura, come lavapiatti o a svolgere tutti gli altri lavori che gli europei non vogliono più fare.

Photo credit: Fotomovimiento
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Cosa vuol dire che “i senegalesi sono culturalmente ambulanti”?  
Daouda Niang: E’ importante fare una piccola premessa. Il Senegal è un posto caratterizzato da forti migrazioni interne. Una terra in cui, in genere, piove poco; eccetto nella regione di Casamance, dove piove circa per sei-otto mesi all’anno. Fino ad alcuni decenni fa, chi lavorava nel settore agricolo, trascorsi i mesi di pioggia, decideva di trasferirsi a Casamance, per poter continuare a lavorare. Con l’inizio dei conflitti in Casamance, dovuti ai movimenti indipendentisti e separatisti, e con la crisi del settore agricolo, dovuta alla salinizzazione dei terreni, le persone hanno iniziato ad avere paura di spostarsi in quella regione e hanno cominciato a restare nei loro villaggi. è stato così che molta gente ha iniziato a trasferirsi a Dakar, la capitale, per iniziare a lavorare come venditore ambulante. Questo perchè per avviare questo tipo di attività bastano pochi euro e permette ai lavoratori di mantenere la famiglia. Infatti a proposito di questo, bisogna uscire dalla concezione secondo cui i genitori lavorano per investire sul futuro del figli. Spesso è il contrario: sono i figli a lavorare per mantenere la famiglia. 

Esistono alcuni luoghi comuni sui lavoratori ambulanti. Ad esempio, c’è chi sostiene che facciano concorrenza ai negozianti, potendo vendere la merce a prezzi più bassi; non si tiene conto, però, dell’importante funzione di inclusione sociale che il lavoro ambulante svolge nei confronti delle fasce economicamente più deboli della popolazione. 
Daouda Niang: I negozianti sanno bene che il lavoro ambulante non compromette in alcun modo i loro guadagni. Le persone che comprano dai lavoratori ambulanti non sono le stesse persone che comprano nei negozi. Si tratta delle fasce meno abbienti della popolazione. Adesso molti acquisti si fanno online, i negozi stanno chiudendo, anche per gli ambulanti vendere non è più facile come una volta.

Photo credit: Fotomovimiento
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Secondo un altro luogo comune, i lavoratori ambulanti – che per la maggior parte sono cittadini stranieri – non hanno il permesso di soggiorno o comunque svolgono quest’attività in maniera irregolare. In realtà, non è così. Ci puoi spiegare quali sono le difficoltà connesse al rinnovo del permesso di soggiorno?
Daouda Niang: Noi lavoratori ambulanti siamo in regola e paghiamo le tasse. In un certo senso, siamo obbligati a farlo, altrimenti non avremmo diritto al rinnovo del permesso di soggiorno. In Questura dobbiamo presentare la documentazione che attesta il regolare pagamento delle tasse. Noi teniamo un registro – che prende il nome di “registro del corrispettivo”; ogni volta, a fine giornata, dobbiamo indicare il guadagno. Questo registro poi lo diamo al commercialista per il calcolo dell’iva. Trascorsi cinque anni, si matura il diritto al soggiorno illimitato. Per poter rinnovare il permesso di soggiorno, noi lavoratori autonomi dobbiamo dimostrare, ogni anno, un reddito non inferiore all’importo dell’assegno sociale (5.517,96 euro nel 2020). Il requisito reddituale può costituire un ostacolo. Oggi è più difficile raggiungere la soglia di cinquemila euro; soprattutto se consideriamo che per gli ambulanti non c’è più tanto lavoro come una volta. Però la legge non è mai cambiata. Se non hai il permesso di soggiorno, sei una persona che non esiste. Così facciamo sacrifici, pur di ottenerne il rinnovo; piuttosto rinunciamo a comprare un biglietto per tornare in Senegal, per visitare le nostre famiglie. Le nostre famiglie in Africa dipendono da noi. Se le cose vanno male in Italia, vanno male pure in Africa. 

Photo credit: Fotomovimiento
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In qualità di presidente dell’associazione senegalesi di Salerno, ci descrivi qual è la realtà del lavoro ambulante in questa città? Com’è cambiato nel corso del tempo l’atteggiamento dell’amministrazione comunale?
Daouda Niang: A Salerno il lavoro ambulante sta scomparendo. Prima eravamo almeno trecento ambulanti, oggi ne siamo a malapena cinquanta. Tutti scappano da questa attività, c’è poco lavoro e non si può mai star tranquilli in nessun posto. Il lavoro ambulante è legale e regolamentato, ma dove lo si può esercitare? Il Comune non dice dove si può vendere. Quindi, se da un lato è il Comune che rilascia agli ambulanti la licenza per svolgere questo lavoro, dall’altro non concede spazio.
Gennaro Avallone: I singoli Comuni decidono dove si può svolgere il lavoro ambulante, ma spesso le aree autorizzate sono quelle dove non c’è mobilità, dove non passa mai nessuno. Il commercio itinerante dovrebbe, invece, essere messo in condizione di essere svolto.

Quali sono le vostre proposte per il futuro?  
Gennaro Avallone: Le proposte di cui parliamo nel libro sono il frutto di un convegno internazionale tenutosi un anno prima della sua pubblicazione. Dato che il convegno ha avuto luogo nel periodo pre-pandemia, tali proposte andrebbero ri-pensate, adeguandole alla situazione attuale. In primo luogo, nel libro si chiede certezza. Le amministrazioni comunali devono fare delle politiche chiare, perché sono loro a determinare il regolamento rionale sugli spazi di vendita. Si chiedono spazi che siano realmente fruibili, in cui si possa concretamente vendere. Se si rende possibile il lavoro ambulante solamente nelle traverse lontano dal centro è chiaro che non si sta ponendo in essere una misura dagli effetti reali. In secondo luogo, si chiede di smetterla con la campagna di criminalizzazione: stop alle campagne di sicurezza.
Terza questione, occorre regolamentare il commercio al dettaglio. La pandemia ci ha mostrato che gli ambulanti non c’entrano con la crisi del commercio. Il commercio è in crisi perché, da più di venticinque anni, abbiamo riempito le nostre città di centri commerciali e hanno fatto la loro comparsa attori come Amazon e altri grandi colossi, con la vendita online e la consegna a domicilio. Pertanto, è evidente che bisogna pensare a politiche di commercio al dettaglio che siano rivolte alla città, politiche su che cosa vogliono essere le nostre città.
Politiche del genere vanno costruite coinvolgendo tutti i soggetti interessati: dettaglianti, ambulanti, media e grande distribuzione e amministrazioni locali e regionali. Bisogna realizzare tavoli di partecipazione alla politica della città. Se le città si mostreranno inclusive, saranno le persone ad andare verso i dettaglianti; altrimenti a pagarne le spese sarà anche una parte della media distribuzione.

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Alessandra Pelliccia

Mi sono laureata in Giurisprudenza all'Università di Bologna, dove ho poi frequentato un corso di alta formazione in pratiche sociali e giuridiche nell'accoglienza ed integrazione dei migranti.
Sto svolgendo il tirocinio forense presso uno studio specializzato in diritto dell'immigrazione.
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Serena La Marca

Laureata in Giurisprudenza, con l'ambizione di poter dare un contributo concreto circa la gestione del fenomeno migratorio.
Attualmente sono operatrice volontaria presso il SAI Casa Makeba, presente sul territorio di Bologna.
Svolgo anche volontariato per Avvocato di Strada ODV a Bologna, dove gestisco, insieme ad altr* volontar*, un help desk immigrazione.