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Libertà per chi?

L’oppressione invisibile di un’idea

Photo credit: Angelo Aprile

Oggi abbiamo deciso di parlare di libertà. Abbiamo scelto questa parola perché è una parola un po’ ermetica e dalle molte sfumature, le quali portano spesso ad un uso smodato del termine: è applicata ai contesti più disparati e tuttavia il suo significato continua ad essere sfuggente, nonché tendenzialmente – e forse apparentemente – soggettivo. Che cos’è, se esiste, la libertà? Ne esiste una sola?
Ecco, il percorso di oggi sarà un viaggio attraverso questa parola, una navigazione storica della sua genealogia, una breve osservazione delle circostanze che hanno reso e rendono possibile parlare di libertà e i tipi di significati ad essa legati, per scoprire come non sia possibile nominare la libertà senza citare la sua antitesi: l’illibertà. Concluderemo infine osservando uno spaccato di realtà a noi caro, ovvero le dinamiche di libertà/illibertà che contrassegnano il mondo della migrazione verso l’Europa e la costruzione e applicazione di questi concetti ai soggetti in movimento, con conseguenze che vanno ben oltre una semplice discussione intellettuale sul significato della parola scelta.

Ma partiamo dal principio. È possibile dare una definizione del termine libertà? Agli inizi del ‘900 Malinowski, uno dei padri dell’antropologia, parlò del “caos semantico della libertà”, riferendosi alla complessità di descrivere in maniera univoca questa parola, citata da molti ma dal significato costantemente sfuggente. Si potrebbe dire che libertà sia l’insieme di tutti i discorsi, gli immaginari, le azioni che vengono ascritti a questo concetto e che in tal modo lo vanno a delineare. Certo questo non risolve il problema della libertà, non la incasella in un quadro dai confini marcati.

È tuttavia vero che per libertà s’intende comunemente un potere individuale, fondato sulla possibilità d’espressione, di movimento, di autodeterminazione, che a loro volta danno vita ai diritti umani, protetti – o che dovrebbero esserlo – dalle diverse istituzioni statali e sovrastatali. Questi ultimi – i diritti umani – tendono ad essere universalizzati, nel senso che vanno a proteggere quelle libertà e caratteristiche considerate umane a prescindere dal contesto e dalle contingenze storiche; ma questi principi, come tutte i principi e le parole, hanno una storia ben precisa, anche se incline ad essere invisibilizzata. Senza entrare troppo profondamente nel merito della genealogia del concetto di libertà o di diritti umani, riprendiamo Michel-Rolph Trouillot, antropologo haitiano, il quale ha coniato l’espressione “universali nord-atlantici”, dei quali la nostra parola di oggi è un esempio.

Gli universali nord-atlantici, infatti, sono tutte quelle idee, rappresentazioni, nozioni e credenze che vengono ritenuti universali ma che, attraverso una ricostruzione storica non occidentalocentrica, rivelano la loro discendenza da un contesto preciso e la loro appartenenza a valori e a processi storici specifici; il concetto di libertà che utilizziamo noi oggi e che estendiamo indistintamente a tutti i luoghi della Terra è figlio di un punto di vista occidentale e di avvenimenti che hanno reso possibile la libertà in Europa attraverso la privazione della stessa nelle colonie dell’occidente.

Secondo l’analisi di Troullot e di Sidney Mintz (suo mentore), è precisamente nello sfruttamento delle colonie centro-americane e caraibiche – sostenuto dalla manodopera schiavile proveniente dall’Africa e non solo – che si sono potuti realizzare una serie di avvenimenti ed ottenere alcune “vittorie” nel campo della libertà e dei diritti in Europa. È per mezzo del sostentamento proveniente dalle colonie che le condizioni di vita dei lavoratori occidentali sono potute migliorare, è grazie alla schiavitù oltremare che si è costruita l’idea di un’Europa priva di lavoro coatto; un’idea – o meglio un’ideologia – creata per differenziare la civiltà dall’inciviltà del lontano, dove il diritto naturale della libertà diventa principio fondante dell’essere umano. Libertà, quindi, costruita sull’illibertà dell’Altro; libertà neoliberale, che si fa portavoce dell’insieme dei diritti ascritti all’uomo. Libertà che impregna i discorsi dell’occidente su sé stesso e sull’altro, riproducendo velatamente – almeno a livello discorsivo – le pratiche di svalutazione di ciò che occidentale non è.

È questo il caso che coinvolge i soggetti migranti che, colpiti dalla parola libertà, si fanno centro d’intersezione dei diversi modi in cui questa parola è concepita. Ancora una volta, la “società occidentale” s’impone: alcuni valori sono costitutivi dell’essere umano. La libertà è l’aspirazione massima. Ma chi ne ha accesso?

L’inghippo sta proprio qui, nel doppio movimento della libertà di universalizzazione/esclusione – e nell’oscuramento di quest’ultima pratica. Così il soggetto globale può considerarsi tale nel momento in cui desidera, manifesta e agisce per i suoi diritti. Ma ecco che, applicato all’Altro, questo discorso rivela tutta la sua natura ipocrita ed elitaria: non tutti possono né devono essere liberi, e la gestione delle migrazioni verso l’Europa ne è una dimostrazione.

Se volessimo schematizzare in modo riduttivo il complesso intreccio di cui abbiamo parlato finora, risulterebbe all’incirca così: i paesi ricchi del mondo hanno creato la loro nozione di libertà sulla base di possibilità ottenute per mezzo dello sfruttamento del “sud del mondo”, sul quale si sono inoltre instaurati legami di subordinazione tutt’ora esistenti, e che frequentemente possono essere considerati come una delle cause prime della mobilitazione delle masse del giorno d’oggi.

Il concetto di libertà neoliberale ha inoltre permeato gli immaginari dei soggetti a livello globale, ai quali gli individui rispondono mettendo in atto la volontà di aderire a tale immaginario – partire, ad esempio, potrebbe essere una manifestazione di questa volontà. Tuttavia, come abbiamo visto, l’occidente non può ammettere questa presa di posizione da parte del “soggetto altro”, ma non può neanche dichiarare apertamente la natura occidentalocentrica dei valori liberali e dei diritti umani.

Tutte queste contraddizioni ricadono sui soggetti che si muovono, andando a formare un groviglio difficilmente districatile all’interno del quale abbiamo dei doppi movimenti costanti: il sistema-mondo come struttura di dipendenza tra alcuni paesi ed altri, le conseguenze di ciò come causa delle migrazioni, l’introiezione dell’immaginario neoliberale da parte dei soggetti coinvolti, la tensione fra l’ideale occidentale di un’umanità mondiale e le pratiche di gestione dei flussi che spesso deumanizzano i soggetti migranti. Ognuno di questi nodi andrebbe ulteriormente approfondito con un’analisi critica, e in questo articolo si è deciso solamente di citarli per rendere l’idea della numerosità degli agenti – materiali ed immateriali – coinvolti e della difficoltà di fornire risposte o indagini semplicistiche.

D’altronde è proprio qui che si situa il lavoro di questa rubrica: formulare domande più che rispondere, complessificare più che chiarire. È attraverso questa ricerca costante che tentiamo di ampliare la conoscenza della realtà in cui siamo immersi; rallentiamo su ciò che ci circonda, andando a scavare nei significati che troppo spesso vengono accolti come dati, preesistenti ad ogni creazione umana, ricordando(ci) che è anche nella consapevolezza di questa costruttività che risiede la possibilità del cambiamento.

Lidia Tortarolo

Quasi antropologa e aspirante ricercatrice. Vivo a Milano ma vorrei spesso essere Altrove. Mi interesso di migrazione perché non posso non farlo: è qualcosa che mi prende lo stomaco, me lo rigira. Al momento mi sto occupando principalmente di temi legati all’antropologia della violenza e all’antropologia medica, in relazione al contesto migratorio della Rotta Balcanica.