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L’integrazione subalterna nel monoculturalismo occidentale

Una riflessione critica sul concetto di integrazione

Quando ero una bambina di appena 11 anni le due domande che mi venivano rivolte più spesso erano se mi sentissi più italiana o ucraina e in quale lingua sognassi. Queste domande mi venivano ripetute nella maggior parte dei casi dagli adulti, mentre i bambini, perlomeno quelli che non erano divorati dal verme del bullismo, mi rivolgevano le tipiche domande che si rivolgono alle bambine. Io venivo sempre colta alla sprovvista da questo genere di domande e di solito in completa soggezione cercavo di rispondere qualcosa per accontentare gli adulti. Credo che le mie risposte andassero più nella direzione “italiana” e “italiano”, perché molto spesso seguiva questa esclamazione: “Ah, ti sei integrata bene dunque!”. Io percepivo sempre questo genere di esclamazioni come un’offesa. Erano questa, e non altro, a farmi sentire la bambina diversa da integrare al resto del gruppo. Fu allora credo, in seguito a quella prima esclamazione, che diventai cosciente della mia condizione di migrante.

L’integrazione delle persone migranti è da decenni in Europa al centro del dibattito sociale e politico. Il concetto di integrazione risulta inscindibile da quello di migrazione, tant’è che nei discorsi pubblici molto spesso non si parla di migrazione se non nell’ottica di una possibile e necessaria integrazione. Tuttavia, nonostante tale concetto domini con prepotenza il campo di azione, ma anche e soprattutto la retorica, in tema di migrazione, in realtà non si sa ancora bene, o perlomeno, non si è ancora trovato un accordo su cosa ciò significhi concretamente.

Questo risulta comprensibile se si pensa che il fenomeno dell’integrazione ha una natura fortemente polivalente e soprattutto coinvolge innumerevoli aspetti. In letteratura si distinguono almeno tre diverse dimensioni del processo di integrazione: la dimensione socio-economica, la dimensione legale-politica e la dimensione socio-culturale. Molto raramente, o quasi mai, il processo di integrazione interessa in maniera uguale tutte e tre le dimensioni. L’integrazione inerente alla sfera dell’apprendimento linguistico non implica ad esempio necessariamente l’integrazione economica. Questo spiega non solo come mai gli Stati europei perseguano molto spesso politiche che fanno leva su concetti di integrazione diversi, ma anche perché all’interno dello stesso stato vi siano differenze notevoli a seconda dei diversi livelli di integrazione e degli attori coinvolti.

Il termine integrazione viene spesso utilizzato come sinonimo di assimilazione, assorbimento e incorporazione, anche se inizia a prosperare l’idea di un’integrazione intesa come processo attivo, che coinvolge entrambe le parti, la società ricevente e il/la migrante, e che è volto principalmente ad annullare le discriminazioni mantenendo e rispettando la diversità culturale della persona migrante. Resta da chiedersi, tuttavia, indipendentemente dall’accezione con cui viene utilizzato il termine quale sia il risultato concreto finale. Non è infatti scorretto ritenere che anche nel caso dell’integrazione “illuminata” il risultato finale sia comunque l’assimilazione del/la migrante nel nuovo tessuto sociale e una maggiore omogeneità culturale.

Il motivo di ciò è da ricercarsi nell’eredità della logica coloniale, secondo cui le persone migranti si fanno portatrici della carità degli Stati ospitanti, che benevolmente gli concedono il diritto di essere integrate. Alla base vi è infatti un’idea di subalternità della persona migrante, che è sempre in una condizione di iniziale svantaggio rispetto al resto della società e che deve recuperare tale svantaggio attraverso l’integrazione. I mezzi e le condizioni per realizzare tale integrazione sono però sempre forniti dalle società riceventi, in modo tale che, alla fine del processo, il soggetto migrante è comunque in condizione di svantaggio e subalternità, poiché le cose che ha ottenuto non le ha ottenute da solo, ma gli sono state concesse. Tale meccanismo non è tangibile soltanto da parte della privilegiata società bianca occidentale, ma anche da parte delle persone migranti è possibile cogliere un atteggiamento di riconoscimento e gratitudine nei confronti della società ricevente e delle possibilità da essa offerte. Ma non c’è alcun motivo per essere riconoscenti per qualcosa che dovrebbe spettarci di diritto. È questa l’integrazione illuminata occidentale, che si basa su una semantica ben precisa, sintetizzabile in questo modo: ti tolgo un tuo diritto e poi te lo restituisco, facendoti credere che non ti sia dovuto.

L’aspetto subalterno delle pratiche di integrazione al giorno d’oggi è evidente soprattutto nell’ambito socio-economico. Le persone migranti occupano infatti nel mercato del lavoro posizioni lavorative nella maggior parte dei casi rifiutate dagli autoctoni poiché mal retribuite. Prendiamo il caso della Germania, che ha una lunga tradizione di politiche migratorie volte all’importazione di manodopera straniera. La Germania ha una forte carenza di operatori sanitari a causa della scarsa retribuzione, che rende tale lavoro poco attraente agli occhi dei giovani tedeschi e attinge da anni al serbatoio di manodopera estero. Fino ad un anno fa, tuttavia, chiunque volesse fare ingresso in Germania per lavorare in uno dei settori a mancanza di manodopera, veniva sottoposto ad un test di ordine di precedenza, in base al quale viene esaminato se non vi fossero tedeschi disponibili a coprire tale posizione. Solo in caso negativo la persona riceveva l’autorizzazione per il visto. È possibile dunque parlare di integrazione, quando ancor prima di fare ingresso sul territorio, la persona migrante si trova in una condizione di subalternità rispetto agli autoctoni?

Inoltre, resta da chiedersi: esiste davvero una volontà reale da parte degli Stati ospitanti di perseguire un processo di integrazione che possa definirsi davvero tale? In tal senso è illuminante la risposta fornita da un lavoratore algerino in Francia, intervistato da Sayad: “Vorrebbero che fossimo francesi, ma allo stesso tempo ci viene fatto capire che non riusciremo mai a raggiungerli. È questo che chiamano integrazione1. Tale considerazione esprime in maniera perfetta le contraddizioni del sistema capitalistico del mondo occidentale. Da una parte, infatti, la globalizzazione capitalistica spinge ad uniformare e ad omologare, in virtù di un monoculturalismo occidentale dominante e dall’altra parte , però, con il suo carattere violentemente competitivo è di per sé escludente e marginalizzante.

Altro aspetto critico inerente all’integrazione riguarda la comune e pervasiva narrazione secondo cui il/la migrante e la sua diversity siano una ricchezza da sfruttare per lo Stato ospitante. L’integrazione risulta dunque un processo valoroso soltanto se rappresenta un vantaggio per la comunità ricevente e se è funzionale alle esigenze del capitalismo. Siamo davvero capaci di pensare all’integrazione soltanto in termini di profitto, e soprattutto, smetteremo mai di misurare il valore di una persona migrante soltanto in termini di impatto sul benessere socio-economico della società di arrivo?

Qui non si sta negando la necessità e l’importanza di un sistema che garantisca i diritti delle persone migranti, che assicuri loro autonomia economica e la piena partecipazione alla cittadinanza, piuttosto si stanno mettendo in discussione le basi e l’approccio di un sistema di integrazione ancora profondamente condizionato dal sistema coloniale. Si tratta dunque di ripensare un processo di integrazione ancorato a uno schema di dominio e gerarchizzazione e di costruire un processo di interazione che si basi su una vera uguaglianza e pari dignità per tutte e tutti.

Una possibile risposta ai problemi che il concetto di integrazione porta con sé e soprattutto alla direzione da seguire, ci è offerta dall’etimologia della parola stessa. La parola integrazione deriva dal latino e nel suo significato originario significa rendere integro, ossia aggiungere qualcosa in modo da rendere completo. Richiama dunque un’idea di perfezione da raggiungere e allo stesso tempo di nostalgia e di mancanza dell’elemento di cui qualcosa è priva. Se adottiamo questa prospettiva è chiaro dunque che non è il o la migrante a dover essere integrat*, quanto la società, attraverso la presenza fisica delle persone migranti.

Rendere integra una società non vuol dire renderla un sistema omogeneo e chiuso in se stesso, piuttosto una realtà aperta alle infinite possibilità del futuro, e soprattutto, accettare la propria condizione di corpo sociale mutilato, che solo nell’interazione e nel dialogo con l’altro può trovare sollievo a tale condizione. Soltanto se prendiamo consapevolezza delle migrazioni come un fatto sociale assolutamente normale, oltre che totale, e non un problema da regolamentare, possiamo costruire insieme una società più diversa, oltre che più inclusiva, aperta e emancipata, semplicemente più giusta.

  1. Abdelmalek Sayad, La doppia assenza. Dalle illusioni dell’emigrato alle sofferenza dell’immigrato, Milano, Corina, 2002, p. 352.

Liliya Chorna

Nata in Ucraina, cresciuta nel Sud Italia, da anni vivo in Germania, dove lavoro a diversi progetti nel campo della migrazione. Nel 2020 ho conseguito a Napoli la laurea in Comunicazione interculturale in area euro mediterranea con una tesi in Tutela internazionale dei migranti. Guardare alle migrazioni da diverse angolature, in particolare dalla prospettiva post coloniale, mi offre lo spazio per pensare e lavorare ad una collettività più giusta e solidale. Per me l'impossibile è reale.