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Lo sgombero del rifugio autogestito a Oulx: e adesso?

MEDU: lo sgombero, insieme con il restringimento dei luoghi di accoglienza e l'aumento dei controlli alla frontiera, si ripercuote sulle persone più vulnerabili

Foto di Medici per i Diritti Umani

Il 23 marzo 2021 la casa cantoniera di Oulx, che negli ultimi anni ha dato rifugio a migliaia di migranti in transito verso la Francia, è stata sgomberata con un ingente dispiegamento di forze di polizia, Croce Rossa e Vigili del fuoco 1. Al momento delle operazioni, nella casa erano presenti 53 migranti tra cui 20 bambini e numerose donne, per lo più provenienti dalla rotta balcanica, e 13 volontari solidali, poi denunciati.

E ora cosa accadrà? La domanda è d’obbligo, considerando che nel solo mese di febbraio 2021 hanno trovato un riparo temporaneo presso la Casa cantoniera più di 700 presenze e nei 20 giorni di marzo circa 800. Il rifugio Fraternità Massi ne ha ospitate circa 500 a febbraio 2021, di cui 200 appena arrivate a Oulx, 60 respinte da Claviere e più di 200 fermate al confine di Bardonecchia perché in possesso di documenti ritenuti incompleti. Non è stato ancora possibile analizzare i dati in modo sufficientemente esaustivo, tuttavia è già possibile affermare con certezza che la stragrande maggioranza delle persone in transito, soprattutto quelle in condizioni di maggiore vulnerabilità, è stata accolta presso la Casa Cantoniera, mentre il Rifugio “Fraternità Massi” ha fornito riparo a un numero inferiore di migranti, principalmente a coloro che venivano respinti e provvisoriamente ricollocati. Pur con grande difetto è possibile concludere che nel 2021 siano state più di mille le persone accolte ogni mese nelle due strutture, con un trend ancora in crescita nonostante le limitazioni e i rischi derivanti dalla pandemia in corso. I dati e le informazioni che provengono dall’area balcanica lasciano inoltre ipotizzare con realismo una ripresa delle partenze.

Dal giorno dello sgombero, il centro Fraternità Massi-Talita-Kum, l’unico rimasto attivo ad Oulx, è stato costretto a rimanere aperto h 24 per poter accogliere le famiglie trasferite dalla casa cantoniera, mentre gli altri ospiti hanno cercato di partire o di accamparsi in altri luoghi del paese. Stando ai numeri citati, il centro rischia ogni giorno il collasso, spesso con difficoltà a rispettare il rispetto delle misure minime di distanziamento sociale, con rischi evidenti per gli operatori, le persone accolte e la popolazione in generale. Per rendere l’idea, all’indomani dello sgombero, il centro ospitava circa 70 persone a fronte di una capienza stimata minore. Inoltre, il rifugio può funzionare e rispondere ai bisogni basilari dei migranti accolti solo grazie ai tanti volontari e solidali che con generosità offrono il proprio tempo e la propria disponibilità.

E’ facile prevedere come lo sgombero, insieme con il restringimento dei luoghi di accoglienza sui due lati del confine e l’aumento dei controlli alla frontiera ultimamente registrati, si ripercuoteranno inevitabilmente sulle persone più vulnerabili senza apportare nessuna soluzione alla crisi umanitaria dei migranti.

Un esempio emblematico è rappresentato dall’episodio avvenuto il 26 marzo scorso, quando una bambina afghana di 12 anni è stata ricoverata all’ospedale Regina Margherita di Torino dopo essere stata respinta al confine dalla polizia francese insieme alla sua famiglia e ad altre 49 persone fra i quali 20 bambini. Gli operatori di MEDU non hanno visitato direttamente la piccola ma hanno raccolto la testimonianza diretta dei genitori, i quali hanno raccontato come circa 5 anni fa in Afghanistan la bambina si sia trovata coinvolta nello scoppio di una bomba. A quanto si apprende dalle note di stampa, i medici dell’ospedale che hanno visitato la piccola paziente l’hanno trovata in forte stato di shock. Ed in effetti il quadro clinico sembra essere quello di un grave disturbo da stress post-traumatico (PTSD), un disturbo psichico purtroppo molto frequente nelle persone sopravvissute ad eventi traumatici estremi così come rilevato quotidianamente dai medici e psicologi di MEDU nella loro attività di assistenza a migranti e rifugiati sia in Italia che all’estero.

La testimonianza diretta raccolta da MEDU ha fornito inoltre una descrizione dettagliata dei fatti avvenuti quella notte. La famiglia (insieme ad altri nuclei familiari, anch’essi con bambini piccoli) sarebbe stata intercettata dalla Paf in montagna, inseguita nei boschi e fermata puntando loro le armi addosso per essere poi trattenuta per tutta la notte e parte del giorno successivo all’interno di un container della gendarmerie. Nel corso di quella notte la piccola dodicenne ha cominciato a stare male: fino alle 5 del mattino ha continuato a gridare, a sbattere la testa contro le pareti del container, a delirare gridando disperata che c’era la polizia croata. I genitori e gli altri adulti presenti non sono riusciti in alcun modo a calmarla perché la bimba non riconosceva più nessuno, neppure i propri genitori. Le richieste di aiuto sono state inascoltate e non vi è stato alcun soccorso ma solamente il respingimento verso l’Italia il giorno successivo, non senza ulteriori problemi visto che il nucleo familiare è stato separato senza che venisse dato alcun tipo di informazione, con il panico della bimba in esponenziale aumento fino alla decisione del ricovero al Regina Margherita.

L’inseguimento e il blocco da parte delle polizia francese così descritti possono essere stati degli eventi ri-traumatizzanti in grado di riattivare i vissuti di terrore e di angoscia vissuti nel proprio paese e lungo la rotta migratoria dalla piccola rifugiata afghana e pongono molte domande rispetto alle modalità operative della polizia francese di frontiera le quali, se confermate, sarebbero gravemente lesive della dignità, dei diritti, della sicurezza dei migranti.

Anche a seguito di questo grave episodio, Medici per i Diritti Umani (MEDU), che più volte ha denunciato la crisi umanitaria in corso, torna a chiedere che ci sia una presa in carico dell’attuale emergenza, attenta al contesto locale, predisponendo (o ampliando) con urgenza luoghi di accoglienza sempre rispettosi dei diritti umani delle persone in cammino e dei loro bisogni sanitari, contando anche sulla collaborazione di volontari e associazioni. Chiede inoltre che l’unico rifugio rimasto a Oulx, il rifugio Fraternità Massi-Talità Kum, resti aperto 24 h al giorno sempre e non solo in casi straordinari. Infine, MEDU ritiene imprescindibile, in considerazione della vulnerabilità della popolazione in transito, l’allestimento di un presidio medico, in estensione o complementare a quello presente nel rifugio, ugualmente accessibile a tutti i migranti, indipendentemente dallo status giuridico, che fornisca assistenza medica di base, ma anche, data la composizione dei flussi, un’attenzione ginecologica e pediatrica ed un focus specifico sul disagio psichico.

  1. NdR. Qui la nota dalla pagina FB di “Chez JesOulx – Rifugio Autogestito” https://www.facebook.com/story.php?story_fbid=1068155123669883&id=362786637540072

Medici per i Diritti Umani

Un'organizzazione umanitaria indipendente e senza fini di lucro che nasce per iniziativa di un gruppo di medici, ostetriche e altri volontari impegnati in una missione nelle Ande ecuadoriane.
Si costituisce nel 2004 con l’obiettivo di curare e testimoniare, portare aiuto sanitario alle popolazioni più vulnerabili, e - a partire dalla pratica medica - denunciare le violazioni dei diritti umani e in particolare l’esclusione dall’accesso alle cure.