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Respingimenti illegali e violenza alle frontiere. Regione balcanica, gennaio 2021

Il rapporto di Border Violence Monitoring Network (traduzione integrale)

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Sommario generale

A gennaio, il Border Violence Monitoring Network (BVMN) ha segnalato 21 respingimenti illegali, che hanno colpito complessivamente 684 persone. Il report riassume le ultime tendenze delle pratiche di frontiera e fornisce aggiornamenti dai Balcani sulla violenza perpetrata contro i migranti. In particolare, i modelli di pushback sono esaminati insieme a diverse importanti sentenze dei tribunali e a sviluppi a livello dell’UE.

Con l’inizio dei mesi invernali più rigidi, si è notata una leggera flessione dei respingimenti e della mobilità; le persone viaggiano e vengono espulse in gruppi più piccoli. Tuttavia, il controllo è rimasto costantemente duro lungo tutte le frontiere esterne dell’UE. Questa pubblicazione conduce un’analisi sulle pratiche della polizia rumena, rivelando tecniche brutali e torture utilizzate contro i gruppi di migranti. Vengono esaminati gli allontanamenti dall’Ungheria e dalla Croazia, mostrando il modo in cui la geografia dei confini viene utilizzata nei respingimenti “laterali”. A ciò si affianca un aggiornamento sulla sentenza della Corte costituzionale serba, che condanna le espulsioni illegali in Bulgaria.

Seguendo la rotta di transito occidentale, la sentenza dell’Italia su un pushback illegale a catena è uno degli sviluppi più importanti di gennaio. Altri casi dell’area triestina sono descritti e visti con l’analisi del ruolo della Slovenia nei respingimenti a catena. Ci si concentra anche sul costante deterioramento delle condizioni di vita delle persone bloccate nel cantone di Una Sana e sul basso numero di riammissioni ufficiali registrate dalla Croazia alla Bosnia-Erzegovina nel 2020.

In Grecia, l’uso del confine fluviale con la Turchia come punto di preparazione per i respingimenti viene analizzato insieme ai dati BVMN di gennaio. Il report esamina anche le strutture di pre-rimozione e i controlli della polizia, svelando il modo in cui all’interno dei sistemi di asilo e respingimento la detenzione viene utilizzata come arma. Per quanto riguarda le isole dell’Egeo, si presta attenzione alle condizioni di vita di coloro che si trovano in campi esistenti o di recente apertura, con particolare riferimento all’esempio di avvelenamento da piombo a Kara Tepe.

Oltre alle prove qui presentate sul comportamento delle autorità nazionali, una sezione in primo piano riguarda le macchinazioni di Frontex in Ungheria sulla scia della sentenza della Corte di giustizia europea. La relazione approfondisce anche la situazione del transito in Serbia, con un aggiornamento sulla dispersione degli alloggi informali e un’anteprima del nuovo report BVMN sulla violenza interna. Se combinati, gli aggiornamenti provenienti dai Balcani delineano un inizio 2021 disumano, ma coerente con i violenti regimi di frontiera che hanno definito gli ultimi anni.

BVMN è una rete di organizzazioni di controllo attive in Grecia e nei Balcani occidentali tra cui: No Name Kitchen, Rigardu, Are You Syrious, Mobile InfoTeam, Josoor, [re:]ports Sarajevo, InfoKolpa, Escuela con Alma, Centre for Peace Studies, Mare Liberum, Collective Aid e Fresh Response.

Sommario generale
Generale
Rete di testimonianze
Metodologia
Terminologia
Abbreviazioni
Tendenze nella violenza alle frontiere
Pratiche al confine rumeno
I respingimenti laterali verso paesi terzi
Pushback vicino a Šid
Geografia dei respingimenti fluviali ad Evros/Meriç
Centri di detenzione pre-rimozione
Aggiornamento sulla situazione
Italia
• Arrivi in Friuli-Venezia Giulia
• Sentenza sui respingimenti da Trieste
Slovenia
• Sentenza sui respingimenti a catena in Slovenia
Croazia
• Statistiche delle riammissioni del 2020
Bosnia-Erzegovina
• Sviluppi a Lipa
Ungheria
• Frontex si ritira in modo affrettato
Serbia
• Dispersioni da nord
• Nuovo rapporto sulla violenza interna
• Sentenza della Corte Costituzionale sui respingimenti in Bulgaria
Grecia
• Avvelenamento da piombo nel campo di Kara Tepe
• Gravi condizioni invernali nelle isole dell’Egeo
• Detenzione, sfratti e profilazione razziale ad Atene
Glossario dei report, gennaio 2021

Generale

Rete di testimonianze
BVMN è un progetto collaborativo tra più organizzazioni di base e ONG che lavorano lungo la rotta dei Balcani occidentali e in Grecia, documentando le violazioni perpetuate ai confini contro i migranti. I membri delle organizzazioni utilizzano un database comune come piattaforma per raccogliere testimonianze di respingimenti illegali collezionate attraverso interviste.

Terminologia
Il termine pushback è una componente chiave della situazione che si è venuta a creare lungo i confini dell’UE (Ungheria e Croazia) con la Serbia nel 2016, dopo la chiusura della rotta balcanica. Pushback descrive l’espulsione informale (senza giusto processo) di un individuo o di un gruppo verso un altro paese. È in contrasto con il termine “deportazione”, che è condotta all’interno di un quadro giuridico. I pushback sono diventati una parte importante, anche se non ufficiale, del regime migratorio dei paesi dell’UE e di altri paesi.

Metodologia
Il processo metodologico delle interviste sfrutta lo stretto contatto sociale che i nostri volontari sul campo hanno con rifugiati e migranti per monitorare i respingimenti ai confini. Quando gli individui tornano con lesioni significative o storie di abusi, uno dei volontari addetti alla segnalazione delle violenze si siede con loro per raccogliere una testimonianza. Anche se la raccolta di testimonianze in sé si rivolge di solito ad un gruppo non più grande di cinque persone, i racconti possono riguardare anche gruppi di 50 persone. Le interviste hanno una struttura standardizzata che unisce la raccolta di dati (date, geo-localizzazioni, descrizioni degli agenti di polizia, foto di lesioni / referti medici, ecc.) a testimonianze delle violenze.

Abbreviazioni
BiH – Bosnia-Erzegovina
HR – Croazia
SRB – Serbia
SLO – Slovenia
ROM – Romania
HUN – Ungheria
ITA – Italia
MNK – Macedonia del nord
ALB – Albania
GRK – Grecia
TUR – Turchia
EU – Unione Europea

Tendenze nella violenza alle frontiere

Pratiche al confine con la Romania
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Mappa di un pushback di gennaio (Fonte: BVMN)

Come descritto nelle pubblicazioni precedenti, molti migranti stanno ora scegliendo di percorrere la strada attraverso la Romania dalla Serbia (e talvolta dalla Bulgaria). Con la continua militarizzazione del confine ungherese e le segnalazioni di un uso eccessivo della forza da parte dei funzionari di frontiera croati, questo sviluppo sulla rotta orientale è tutt’altro che sorprendente. Ma questo cambiamento è stato anche abbinato a un aumento dei respingimenti, e l’UNHCR ha riferito di un aumento delle espulsioni dalla Romania dopo la fine del primo lockdown per il COVID-19.

Dall’inizio del 2020, BVMN ha documentato 16 respingimenti dalla Romania, che hanno interessato un totale di 223 persone, per lo più direttamente in Serbia. Tutte queste testimonianze, tranne una, riportavano notizie di violenze inflitte dai funzionari di frontiera rumeni. La maggior parte dei respingimenti dalla Romania alla Serbia sembrano seguire un modello simile. I migranti, una volta arrestati, subiscono solitamente il furto o distruzione dei loro effetti personali, come power bank, telefoni e denaro. Diverse testimonianze includono segnalazioni di agenti rumeni che bruciano oggetti personali dei migranti. Inoltre, vengono spesso segnalate aggressioni fisiche per mano della polizia rumena, in particolare percosse con manganelli e calci.

Ma le violazioni non si limitano alle aggressioni fisiche. Un rapporto di dicembre ha descritto come gli agenti rumeni costringessero i migranti a fare esercizio fisico mentre erano in piedi sulla loro schiena. Questa nuova forma di abuso si è ripetuta in un incidente di gennaio (vedi 2.1), che comprendeva un livello orribile di violenze. Oltre agli esercizi di push-up, i migranti sono stati costretti a mangiare carne di maiale, mentre gli agenti li deridevano per le loro credenze religiose. Ciò indica una tendenza profondamente preoccupante alla tortura, a trattamenti crudeli, inumani o degradanti al confine rumeno.

Un ragazzino ha iniziato a gridare, così due agenti di polizia hanno iniziato a saltare sulle sue gambe. Tutti abbiamo provato dolore, ma non potevamo urlare, se avessimo gridato o pianto, ci avrebbero torturato di più.”

Un’altra tendenza degna di nota che può essere notata in diverse testimonianze è la presunta cooperazione tra autorità rumene e serbe. Delle 16 testimonianze raccolte, 12 includono segnalazioni di funzionari di frontiera rumeni che informano le autorità serbe e consegnano loro gruppi di migranti arrestati alla frontiera. Un rapporto di giugno 2020 ha descritto persino guardie di frontiera rumene che entrano in territorio serbo ordinando ai migranti di entrare in Romania per poi respingerli indietro. Altri gruppi hanno ripetutamente condiviso storie simili, suggerendo che questo potrebbe non essere un evento isolato.

I respingimenti laterali verso paesi terzi

I “respingimenti” come suggerito dal termine, comportano l’espulsione dei gruppi di transito nel territorio (o territori) da cui sono entrati. Recenti report dall’Ungheria (vedi 1.2 e 1.3) lo dimostrano chiaramente; qui la polizia generalmente cattura i gruppi di migranti entro 10-20 km dal confine e li espelle in Serbia entro 24 ore dall’arresto. Questo modello spinge le persone indietro lungo la loro rotta di transito, ed è la modalità prevalente di gestione delle frontiere nei Balcani, come si vede nei respingimenti a catena dall’Italia alla Bosnia-Erzegovina.

Eppure c’è anche un piccolo numero di casi che sovverte questa tendenza e altera la geografia tradizionale dei respingimenti. Recentemente è stato effettuato un respingimento dall’Ungheria alla Serbia nei confronti di una persona che era entrata nel paese dalla Romania (vedi 1.1). Invece di seguire il processo di espulsione dell’individuo in Romania, la polizia ha creato un circuito, spingendo la persona lateralmente in Serbia. Mentre i respingimenti diretti sono intrinsecamente illegali, questo caso presenta un ulteriore livello di abuso.

Ho mostrato loro i miei documenti, ma mi hanno mandato indietro.

L’intervistato, che era stato registrato in un campo in Romania, è finito per essere allontanato in Serbia, dove non aveva nessun accesso all’alloggio e nessuna richiesta di asilo attiva, e si trovava ancora una volta al di fuori dell’UE. Precedentemente l’uomo era già stato espulso dall’Ungheria; la prima volta era stato rimandato direttamente in Romania. Nel secondo caso invece gli agenti hanno deciso di espellerlo verso sud attraverso il confine serbo, seminudo e derubato dei suoi effetti personali. Che sia il risultato della forza dell’abitudine, o dell’intenzione di interrompere il transito, o una punizione per aver attraversato più volte il confine, questo caso rappresenta un livello di spostamento spaziale che supera la maggior parte dei casi registrati.

Nel contesto globale dei respingimenti, l’espulsione di una persona in un luogo diverso da quello da cui si è allontanata è stata definita dai gruppi di monitoraggio come un “rimpatrio laterale“. No Más Muertes, che documenta le espulsioni collettive al confine Usa-Messico, nota come le autorità di frontiera facciano in modo di espellere le persone ad una distanza maggiore da dove hanno attraversato inizialmente il confine, e che il processo è una “forma di punizione crudele e insolita“. Nel contesto dei Balcani, i respingimenti spesso fanno sì che le persone camminino per giorni per tornare al punto di partenza, con conseguente esaurimento fisico e mentale. Ma gli esempi più evidenti di questo processo “laterale” son quelli in cui i migranti vengono allontanati in paesi da cui non erano entrati, come si vede in quest’ultimo caso.

Esempi alternativi di questa pratica di rimozione possono anche essere visti se si considerano gli arrivi in aereo. BVMN ha riferito in precedenza di una famiglia che era entrata in Ungheria dagli Emirati Arabi Uniti in aereo, e che è stata guidata dall’aeroporto di Budapest al confine serbo e respinta. Una cosa simile è avvenuta anche in Croazia, con l’espulsione in Bosnia-Erzegovina di due studenti nigeriani che erano arrivati in aereo con i visti per partecipare ad un torneo sportivo e che sono stati oggetto di una cruda profilazione razziale.

Per quanto riguarda i respingimenti terrestri che corrispondono a questo modello di espulsione in un paese terzo, BVMN ha anche documentato l’espulsione in Serbia di un gruppo inizialmente arrivato in Croazia dalla Bosnia-Erzegovina. Sebbene questi incidenti rimangano anomali rispetto ai respingimenti diretti effettuati alle frontiere, danno informazioni sulle possibili tattiche utilizzate dalle autorità per interrompere il transito e/o effettuare rimpatri più rapidi, indipendentemente dalla destinazione.
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Studenti nigeriani rimandati indietro dalla Croazia (Foto: Guardian)

Respingimenti vicino a Šid

L’inverno è arrivato a Šid, in Serbia. Ma nonostante il freddo, i migranti stanno ancora cercando di entrare nella zona di relativa sicurezza dell’Unione europea. Anche se Šid si trova al confine serbo con la Croazia, diversi individui e gruppi partono da qui per raggiungere altre parti dei confini esterni dell’UE. Questi percorsi alternativi spesso li conducono in treno attraverso Belgrado e poi a Subotica (confine ungherese) o Kikinda (confine rumeno).

Come descritto in altre sezioni del report, la violenza si sperimenta lungo tutti i confini, e i respingimenti dalla Croazia non sono diversi. In gennaio una testimonianza ha illustrato la pratica di espellere forzatamente persone dal paese attraverso i binari del treno che collegano Belgrado a Zagabria (vedi. 3.1). Altri rapporti degli ultimi mesi mostrano che il sito di respingimento a Tovarnik è rimasto costantemente attivo, e qui la polizia ha preso di mira sia gli autotrasporti che i passaggi ferroviari e pedonali.

Recentemente le persone che sono tornate a Šid hanno anche riferito di alcuni individui e gruppi che sono stati detenuti per due o più settimane in Croazia prima del loro respingimento. Questo si basa finora su prove aneddotiche raccolte da volontari sul campo, ma i gruppi di migranti credono che ciò sia collegato al possedimento di carte da campo serbe e che gli agenti sospettino attività di contrabbando. Al ritorno in Serbia la detenzione è un rischio crescente, e un gruppo di migranti riferisce di essere stato tenuto in prigione dopo essere stato arrestato sui binari del treno che portano a Tovarnik.
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Rappresentazione visiva della rotta di un pushback recente (fonte: BVMN)

Geografia dei respingimenti fluviali ad Evros/Meriç

Nel corso di gennaio, BVMN ha raccolto testimonianze che documentano i respingimenti sul fiume Evros / Meriç al confine greco-turco, che hanno coinvolto oltre 500 migranti. Tramite questi incidenti BVMN ha identificato un modello che vede le autorità greche utilizzare piccole isole del fiume per mettere in atto i respingimenti spesso lasciando gruppi bloccati lì per periodi indefiniti. Al di là del trattamento disumano, (donne incinte sono state lasciate senza cibo, acqua o riparo) diversi rapporti indicano che le persone sono poste a rischio diretto di annegamento nel fiume (vedi 8.4).

In modo ironico la Grecia da un lato sostiene che le inondazioni rappresentano un motivo per non organizzare operazioni di soccorso o recuperare i corpi di coloro che sono annegati, e dall’altro usa il livello dell’acqua e la complicata geomorfologia del fiume per smentire l’accusa di respingimenti.

Una testimone (vedi 8.5) offre un esempio convincente dei pericoli associati a questa pratica. Egli racconta che otto uomini nordafricani sono stati spinti nel mezzo dell’Evros con l’ordine di saltare nel fiume mentre “l’acqua era all’altezza del loro petto“. Gli uomini sono stati costretti a nuotare fino ad un’isola da dove potevano raggiungere le coste turche. Durante il tentativo di attraversamento, tuttavia, un uomo è stato spazzato via dalla corrente, ed è riuscito a sopravvivere solo afferrando un albero caduto nel fiume.

Dopo aver assistito a questa scena, gli uomini rimasti sull’isola hanno avuto paura di attraversare perché non sapevano nuotare. Con indosso i vestiti bagnati fradici, sono rimasti bloccati lì per tre giorni a temperature sotto lo zero, fino a quando non sono stati infine recuperati dalla polizia greca e respinti in Turchia.

La cosa forse più inquietante è che gli agenti avrebbero assistito a tutto questo, impiegando più di 72 ore per intervenire. L’ipotermia è la seconda causa di morte tra i gruppi di migranti nella regione di Evros. Similmente ai casi dell’area dei tre confini tra Bulgaria, Grecia e Turchia, che viene utilizzata per attuare respingimenti a catena indiretti, questo fenomeno rappresenta una strumentalizzazione della geografia, o come è stato eloquentemente dichiarato: “una forma ibrida di violenza di confine, che incorpora esplicitamente la stessa ecologia fluviale”.
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Il punto in cui il fiume Ardas converge con l’Evros/Meriç (Fonte: Ifor Duncan e Stefanos Levidis)

Centri di detenzione pre-rimozione

I centri di detenzione per la pre-rimozione (PDC o PROKEKA come sono noti in Grecia) sono stati a lungo motivo di preoccupazione per BVMN a causa delle loro condizioni e del legame con le espulsioni illegali. Da aprile 2020, BVMN ha identificato un modello emergente di migranti detenuti nei PDC in tutta la Grecia (spesso per anni e anni) prima del trasferimento definitivo e del respingimento oltre il confine greco-turco. Situati principalmente sulla terraferma, i principali PDC sono Petrou Ralli, Corinto, Paranesti, Xanthi, Amygdaleza e Fylakio, anche se il catastrofico sistema di detenzione sulle isole non deve essere dimenticato.

Nel 2019, è stato stimato che 23.300 richiedenti asilo siano stati trattenuti in Grecia. Questo passaggio all’incarcerazione di massa è stato sostenuto da modifiche al diritto d’asilo greco attuate dal partito di estrema destra Nuova Democrazia, che ha esteso il periodo massimo di detenzione di un richiedente asilo da 3 a 18 mesi. Ancor prima della sua attuazione, la legge era etichettata come una “trappola continua“.

Eppure non è solo la legge che è cambiata. Fino al 2019, lo stato dell’economia greca era usato per giustificare la detenzione; si sosteneva che i costi per una corretta integrazione dei migranti fossero troppo elevati. Tuttavia, con il miglioramento dell’economia greca, le retoriche razziste hanno sostituito questa narrazione. I commenti di un funzionario di Petrou Ralli sono indicativi: “Sono appena arrivati in Grecia e son diventati schiavi… quindi, in un certo senso, qui hanno una vita migliore ,perché li nutriamo e forniamo loro un alloggio.’

Paranesti è un caso emblematico delle questioni che affliggono i PDC. Sul sito sono state documentate una moltitudine di violazioni, che è lunga quanto scioccante, tra cui problemi igienici, strutture igienico-sanitarie rotte, bambini internati, servizi medici inaccessibili e ampi ritardi nelle procedure di asilo. Insieme a periodi di detenzione indeterminati, tali terribili condizioni hanno causato episodi di dissenso tra i detenuti. O, come si legge in una lettera aperta dei manifestanti, “richieste di essere liberi e [trattati] come esseri umani“.

Tuttavia, invece di migliorare la struttura, le autorità greche hanno elaborato una soluzione semplice: i respingimenti di massa. Nel marzo 2020 oltre 300 persone sono state violentemente espulse da Paranesti alla Turchia dopo una serie di scioperi della fame (la questione è attualmente oggetto di un’indagine BVMN).

Più in generale, BVMN ha segnalato una serie di casi (vedi 8.7) che mostrano come i PDC siano sempre più utilizzati per organizzare i respingimenti. In una testimonianza, un intervistato ha riferito che il personale di Xanthi ha detto ai detenuti che erano liberi e potevano continuare il loro viaggio, solo per riuscire a stiparli all’interno di un furgone e riportarli in Turchia. Esempi del genere ci fanno concludere che i PSC sono diventati una parte fondamentale dell’apparato di respingimento in Grecia.

Con migliaia di persone che vivono in uno stato di “impermanenza permanente“, il suicidio e l’autolesionismo sono ora endemici anche nei PDC. In alcuni casi risalenti al 2012, i detenuti hanno tentato il suicidio bevendo detersivo e saltando giù dagli edifici, e una persona ha anche ingoiato lamette da barba. Ci sono alcuni raggi di luce, tuttavia. Attualmente, agli osservatori internazionali viene ancora concesso l’accesso ai PSC, dove possono portare l’attenzione e, si spera, controllare questi abusi. La domanda è: quanto durerà?
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Detenuti ad Amygdaleza (Fonte: Ekathimerini)

Aggiornamento sulla situazione

Italia
Arrivi in Friuli-Venezia Giulia

L’ultimo mese ha visto pochissime persone raggiungere Trieste, in Italia. Secondo i volontari che assistono i migranti al loro arrivo, le poche persone che sono state in grado di attraversare la rotta dei Balcani occidentali sono per lo più famiglie. Il basso numero di arrivi può essere attribuito sia al tempo che al proseguimento dei respingimenti a catena dal Friuli-Venezia Giulia. A gennaio, le squadre di segnalazione hanno raccolto due testimonianze di respingimenti a catena, attraverso Slovenia e Croazia, in Bosnia-Erzegovina (vedi 4.1 e 4.2), mettendo in luce che il nuovo anno non è che una proseguimento della violenza sistemica del 2020.

A livello locale, ulteriori incidenti nella zona di confine hanno contribuito al crescente livello di sospetto e sentimento anti-migranti. Un caso rilevante riguarda un autista di autobus che ha chiamato la polizia dopo aver visto un gruppo di cinque persone entrare in un autobus in una zona vicino al confine (vicino a Mattonaia). Sul posto è arrivata la polizia che ha ammesso quattro persone alla procedura di asilo e al campo di quarantena, mentre l’altra persona è stata arrestata con l’accusa di traffico e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

A livello governativo, i cambiamenti di personale all’inizio del nuovo anno hanno provocato ulteriori pressioni per frenare la migrazione al confine con la Slovenia. Il 30 dicembre Irene Tittioni ha assunto la direzione della Questura di Trieste. Avendo precedentemente lavorato allo sviluppo dei pattugliamenti transfrontalieri sia con l’Austria che con la Slovenia, quella di Tittioni si prefigura come una posizione già dura sulla migrazione, che si riflette sia a livello regionale che nazionale in Italia.
Contro tali forze, tuttavia, i gruppi locali continuano ad agire in solidarietà con le persone che intraprendono questo pericoloso viaggio.

L’8 gennaio 2021, attivisti di No Cpr, No Frontiere, Linea d’Ombra e Strada Sicura hanno organizzato una manifestazione davanti al consolato croato, per protestare contro i continui respingimenti a catena dall’Italia e le condizioni estreme delle comunità di migranti in Bosnia Erzegovina. I gruppi hanno portato testimonianze di attivisti a Bihać e Zagabria, denunciando le violenze perpetrate dalla polizia croata e l’aumento dei fondi europei destinati al controllo delle frontiere.

Volontari curano ferite di migranti arrivati a Trieste (Fonte: Strada SiCura)

Sentenza sui respingimenti da Trieste

Il Tribunale di Roma ha emesso a gennaio una sentenza sul respingimento a catena illegale di un pakistano dall’Italia, attraverso Slovenia e Croazia, fino in Bosnia-Erzegovina. Il ricorrente, il cui caso è stato documentato da BVMN, è stato rappresentato da avvocati della rete giuridica italiana ASGI, che hanno fornito prove conclusive del fatto che gli agenti di polizia italiani hanno violato più leggi nazionali e internazionali nell’esecuzione del rimpatrio.

Il richiedente è stato arrestato dalla polizia italiana in piazza della Libertà a Trieste, messo in stato di fermo, costretto a rilasciare le impronte digitali e a firmare i documenti. Tali procedure sono state eseguite con la falsa promessa che sarebbe stato portato in un campo, ma nonostante avesse chiarito e ripetuto richieste di asilo, il richiedente è stato portato con la forza alla frontiera ed espulso in Slovenia. Da lì, è stato espulso in Croazia, e infine respinto in modo violento da agenti croati mascherati in Bosnia-Erzegovina.

Il giudice ha constatato che il respingimento avviato dalle autorità italiane ha violato le leggi in materia di asilo, detenzione, accesso a rimedi efficaci e non respingimento.

Ai sensi dell’articolo 10, paragrafo 3, della Costituzione italiana, il tribunale ha riconosciuto il diritto del richiedente di entrare immediatamente in Italia e di avere pieno e adeguato accesso al sistema di asilo. La decisione ha anche un’incidenza diretta sull’accordo bilaterale tra Italia e Slovenia, ampiamente utilizzato dalla primavera 2020 per effettuare analoghi respingimenti. Come ha affermato l’ASGI, la sentenza emanata dal giudice implica direttamente:

l’illegalità della procedura di riammissione attuata al confine orientale italiano sulla base di un accordo firmato tra Italia e Slovenia nel 1996, mai ratificato dal Parlamento italiano“.

La speranza è che questa nuova sentenza della Corte contribuisca alla lotta per porre fine a tali pratiche e forgiare vie sicure e legalizzate verso l’UE. Tuttavia, nonostante la decisione del tribunale, BVMN ha continuato a registrare respingimenti avviati dalle autorità italiane (vedi 4.1 e 4.2), che stanno costantemente utilizzando la procedura di riammissione, che generalmente segna il primo passo di un violento respingimento a catena.
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Ponte al confine tra Croazia e Bosnia-Erzegovina (Fonte: ASGI)

Slovenia

Sentenza sui respingimenti a catena in Slovenia

Nella sentenza del 7 dicembre 2020, il Tribunale amministrativo di Lubiana ha dichiarato che, a seguito del procedimento abbreviato sulla base dell’accordo di riammissione con la Croazia, la Slovenia ha violato il divieto di espulsioni collettive, il divieto di tortura e il diritto di accedere a una procedura di asilo di una persona respinta ad agosto 2019. Il ricorrente, un uomo camerunense attualmente ancora bloccato in Bosnia-Erzegovina, è stato consegnato alle autorità croate senza che fossero state eseguite le giuste procedure, come un colloquio adeguato e il diritto di presentare una domanda di asilo.

La Corte ha sottolineato che la Slovenia non ha recepito le disposizioni della direttiva dell’UE sulle procedure di asilo, che richiede che le autorità responsabili dei controlli alle frontiere siano “adeguatamente informate e formate per identificare ed elaborare una domanda di protezione internazionale“. In questo caso specifico:

la richiesta di protezione internazionale del ricorrente è rimasta inascoltata e non è stata registrata nei file della polizia; di conseguenza il ricorrente non è stato considerato un richiedente asilo“.

La constatazione, che di per sé rappresenta un passo cruciale nell’attribuzione di responsabilità per le procedure di frontiera illegale, traccia anche un interessante parallelo con la sentenza del Tribunale di Roma emessa a gennaio. Le decisioni dei tribunali nazionali degli Stati membri potrebbero avere un effetto a catena a livello dell’UE, dove procedure di espulsione analoghe sono state ignorate o implicitamente autorizzate per troppo tempo. Sia il giudice italiano che quello sloveno hanno contestato la base giuridica degli accordi di riammissione che vengono attuati senza rispettare i diritti fondamentali e violando il principio di non respingimento. Si tratta di una svolta importante nel riconoscimento ufficiale di trattamenti degradanti ed inumani in Croazia, ma anche della complicità degli Stati membri vicini che approvano i respingimenti a catena attraverso il loro territorio.
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Cartografia dei respingimenti a catena sloveni (Fonte: BVMN)

Croazia

Statistiche delle riammissioni del 2020

Secondo un rapporto del portale di notizie Istraga, l’anno scorso circa 208 persone sono state coinvolte nell’ambito dell’accordo bilaterale di rimpatrio dalla Croazia alla Bosnia-Erzegovina. Questa cifra è in netto contrasto con le 15.000 persone che sembra siano state espulse illegalmente dalla Croazia nel corso del 2020 secondo le forze di polizia del cantone di Una Sana.

L’accordo di riammissione firmato nel 2002 prevede che gli Stati confinanti si scambino formalmente cittadini di paesi terzi e forniscano una notifica preventiva di tali espulsioni al destinatario (in questo caso il servizio per gli affari esteri della Bosnia Erzegovina).

Tuttavia, anni di flagranti violazioni da parte della polizia di frontiera croata dimostrano che questo accordo non viene rispettato e nella stragrande maggioranza dei casi le persone vengono violentemente respinte attraverso il confine verde senza alcun previo accordo con le autorità della Bosnia-Erzegovina. Lo stesso BVMN l’anno scorso ha registrato il pushback di almeno 1.812 persone, nessuna delle quali segnala di essere stata espulsa in base all’accordo di riammissione. Esempi raccolti a gennaio testimoniano questo fatto, riportando il caso di respingimenti effettuati in tratti remoti del confine (vedi 6.1), lontano dai valichi ufficiali dove potrebbe verificarsi uno scambio con gli agenti della Bosnia-Erzegovina.

L’articolo di Istraga ha confrontato dati della Bosnia-Erzegovina con i dati ufficiali di riammissione della Slovenia al fine di ottenere un numero stimato di respingimenti a catena che potrebbero essere stati portati avanti dalla Croazia. Da ciò viene fuori che 9.950 persone hanno subito respingimenti a catena dall’Italia o dalla Slovenia verso la Croazia nel 2020. A ciò si aggiunge il numero di persone catturate e respinte direttamente dalla Croazia; in questo modo la cifra aumenta significativamente. L’insabbiamento sistematico della questione da parte del ministero dell’Interno croato consente solo di avere delle stime di questo fenomeno, ma è probabile che le persone respinte nel 2019 siano state circa 25.000.

Bosnia- Erzegovina

Sviluppi a Lipa

Numerosi report, tra cui quelli di organismi di monitoraggio come Human Rights Watch, hanno denunciato la situazione degradante della comunità di migranti costretta a vivere nel campo di Lipa, nel cantone bosniaco di Una Sana (USC). Dopo molti controlli internazionali e le richieste di BVMN e di altre organizzazioni per i diritti umani di trovare una soluzione di alloggio per le migliaia di persone che vivono nel sito temporaneo, rimane ancora un’impasse a livello cantonale sulla riapertura del Centro di accoglienza temporaneo di Bira come soluzione provvisoria.

All’inizio di gennaio, l’Unione europea ha annunciato che avrebbe fornito altri 3,5 milioni di euro in aiuti umanitari a sostegno dei rifugiati e dei migranti che si trovano ad affrontare una catastrofe umanitaria. Tuttavia, l’attenzione delle autorità locali sulla ricostruzione del campo di Lipa getta seri dubbi sul fatto che questi fondi possano fare una differenza trascurabile per le persone bloccate in USC.

Dallo scoppio dell’incendio del 23 dicembre dello scorso anno, il sito di Lipa è stato sotto la gestione del Servizio degli Affari Esteri della Bosnia-Erzegovina. Se il cambio di agenzia doveva portare a una nuova configurazione della gestione del campo, l’SFA ha invece recentemente proceduto alla riassunzione di gran parte del personale dell’ex Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM) che lavorava nel sito.

Le organizzazioni che erano precedentemente presenti a Lipa devono ora presentare una richiesta specifica all’SFA per accedere al campo. Il Consiglio danese per i rifugiati, che ha fornito un sistema di riferimento sanitario, ha già preso le distanze dal sito a causa di condizioni “non etiche“.

L’SFA dà però un’interpretazione diversa e afferma che sono forniti tutti i servizi di base, grazie alla “sincronizzazione di tutti gli organismi pertinenti“. Ma il fatto che questa “sincronizzazione” includa un insieme attivo di polizia, forze speciali e militari nazionali in loco durante la costruzione e la manutenzione di Lipa è anche indicativo del modo in cui viene ora gestita.

Ungheria

Frontex si ritira in modo affrettato

Gli impatti della sentenza della Corte di giustizia europea di dicembre 2020, che ha abbattuto punti chiave del diritto d’asilo ungherese, hanno continuato a rimbombare a livello internazionale. In particolare, il riconoscimento da parte della Corte del fatto che le pratiche dell’Ungheria violano il principio di non respingimento ha suscitato reazioni, sia da parte della società civile che da parte delle istituzioni dell’UE.

Finora la sentenza non ha indotto il governo ungherese a cambiare rotta. I dati pubblicati dalla polizia ungherese mostrano chiaramente che i respingimenti sono andati avanti senza sosta dalla sentenza della Corte di giustizia europea: tra la sentenza e la fine di gennaio ne sono stati effettuati poco meno di 5.000. In risposta, la Commissione ha espresso la sua preoccupazione, affermando che “intende prontamente comunicare con l’Ungheria per informarsi sulle azioni intraprese e pianificate per dare seguito alla decisione del tribunale“.

L’Ungheria ha giustificato il proseguimento della sua pratica di respingimenti con preoccupazioni sulla pandemia. Il fatto che tali giustificazioni possano o meno reggere in tribunale è quasi irrilevante: in entrambi i casi, consentono all’Ungheria di continuare ad agire impunemente.

In contrasto Frontex, l’Agenzia europea delle frontiere e della Guardia Costiera ha reagito e “ha deciso che sospenderà tutte le attività in Ungheria“. Sebbene questa mossa sia chiaramente benvenuta, merita una contestualizzazione. In una dichiarazione, il Comitato ungherese di Helsinki (HHC) ha riassunto dei documenti interni di Frontex che dimostrano chiaramente che già dal 2016 Frontex era a conoscenza di gravi violazioni dei diritti umani al confine tra Ungheria e Serbia. In effetti, il responsabile dei diritti fondamentali dell’Agenzia ha raccomandato a Frontex di porre fine alla sua cooperazione. Analogamente, le denunce dell’HHC hanno portato a indagini che hanno coinvolto Frontex in gravi violazioni dei diritti umani per diversi anni.

È sconcertante che Frontex non abbia reagito prima a queste preoccupazioni, perché è improbabile che la stessa pressione giuridica (violazioni dimostrate da una sentenza della Corte di giustizia dello Stato ungherese) possa essere raggiunta in altri contesti di confine. I fili comuni che collegano le risposte dell’Ungheria e di Frontex alla sentenza sono: esistenza di processi elaborati e nessun chiaro potere di esecuzione che porta a un’aspettativa di impunità e a una quasi totale mancanza di responsabilità.
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La recinzione di confine in Ungheria meridionale (Fonte: Rigardu)

Serbia
Dispersioni da nord

Fuori dai 5.665 posti disponibili in alloggi gestiti dal governo serbo, molte persone affrontano l’inverno in un rifugio improvvisato o per strada. I campi ufficiali con capacità di ospitare grandi numeri di persone si trovano principalmente nella Serbia meridionale, e così un gran numero di migranti è costretto in alloggi di fortuna nella zona di confine nord-serba. Con solo 490 posti disponibili nei tre campi settentrionali gestiti da KIRS (Subotica RTC, Sombor RTC e Kikinda RTC), le ONG presenti nella Serbia settentrionale stimano che i migranti che dormono all’aperto siano attualmente circa 700-1000, con poco o nessun accesso ai servizi forniti dagli attori statali.

Mentre la maggior parte delle persone si sistema in case abbandonate o vagoni ferroviari, c’è anche un numero crescente di migranti che dormono all’aperto nelle immediate vicinanze dei campi ufficiali. Intorno al campo di Sombor, ad esempio, ci sono attualmente circa 70-80 persone che dormono in tende di fortuna nella foresta adiacente. Con temperature che scendono frequentemente sotto lo zero e nevicate regolari nel mese di gennaio, questa popolazione è particolarmente vulnerabile al freddo e ad alto rischio di ipotermia e congelamento. Le persone che soggiornano lì hanno riferito che non stanno ricevendo alcun supporto materiale dai funzionari del campo per ripararsi dalle dure condizioni. Nel frattempo, anche quelli all’interno del campo soffrono condizioni degradanti, e molti dormono sul pavimento.

Le persone che dormono in case abbandonate o vagoni ferroviari hanno mezzi leggermente migliori per ripararsi dal freddo, ma vivono comunque in una situazione precaria con la mancanza di accesso alle strutture igieniche, alle cure mediche o al supporto alimentare. Inoltre, a gennaio c’è stata un’altra serie di sgomberi abusivi su larga scala, che hanno interessato le località di Subotica (vicino al confine ungherese), così come Majdan (vicino alla Romania). Circa 200 persone sono state trasportate con la forza nel sud della Serbia. Come si è visto negli sgomberi precedenti, gli agenti sono arrivati alla prime ore del mattino, sorprendendo le persone nel sonno e negando loro la possibilità di raccogliere le loro cose prima di essere messi su autobus e condotti a Preševo RTC al confine tra Serbia e Macedonia del Nord.

Alcuni migranti hanno segnalato autorità di polizia locali che usano troppa forza e violenza; calci, percosse con pugni e manganelli, violenze contro minori non accompagnati. Questi sgomberi verso sud sono particolarmente gravi in quanto a seguito di tali episodi di rimozione forzata documentati da BVMN sono stati segnalati casi di espulsioni dalla Serbia alla Macedonia del Nord e persino respingimenti a catena verso la Grecia.

Nuovo rapporto sulla violenza interna

A gennaio BVMN ha pubblicato il suo secondo report di una serie speciale che si concentra sulla violenza contro i migranti all’interno dei confini statali. La violenza, come documentato in questa relazione tematica sulla Serbia, si riferisce all’aggressione fisica diretta, sia contro le comunità di transito che contro le loro necessità immediate come riparo, cibo o altri beni essenziali, minacce alla loro sicurezza e integrità fisica. Il rapporto viene pubblicato insieme a una cronologia interattiva della storia della Serbia come paese di transito.

Analizzando i dati quantitativi e qualitativi raccolti nel periodo maggio-dicembre 2020, la pubblicazione fa luce sulla violenza sistematica che i migranti in Serbia stanno affrontando, perpetuata da diversi attori statali e non statali.

Tra le altre scoperte, la relazione mostra che, oltre alla violenza fisica regolarmente inflitta dalle autorità statali durante i respingimenti, le comunità di transito sono spesso bersaglio di violenza fisica all’interno dei confini serbi. Sebbene la maggior parte dei rapporti su questo argomento indichino la polizia come principale autore, è noto che anche il personale dei campi e la popolazione locale sono stati coinvolti in diversi incidenti, compresi attacchi violenti con feriti.

Il coinvolgimento della popolazione locale in queste azioni si collega all’aumento dell’incitamento all’odio e alla violenza fascista nei confronti di coloro che transitano in Serbia. Come discusso nel rapporto, questo aumento può essere osservato sia nell’afflusso di interazioni sulle pagine dei social media di destra che hanno incitato all’odio contro i migranti nell’ultimo anno, sia nelle manifestazioni di piazza e nella creazione di gruppi di pattugliamento locali in diverse parti del paese.

Inoltre, viene analizzato l’uso di sgomberi e trasferimenti improvvisi da parte delle autorità statali (comunemente durante la notte o nelle prime ore del giorno). Il picco di questi incidenti è stato accompagnato da un alto grado di violenza fisica, nonché dal furto e dalla distruzione di rifugi, coperte e altri effetti personali. Lo studio di questi casi consente una comprensione più olistica del modo in cui i gruppi di destra e gli organi statali, come la polizia, funzionano all’unisono per effettuare una repressione diffusa.

La relazione esamina anche gli ostacoli istituzionali che si frappongono all’accesso a diversi servizi, uno dei quali è l’accesso al sistema di asilo. Un’altra forma di violenza strutturale esplorata è la mancanza di accesso alle cure mediche, che mette in pericolo la salute fisica dei migranti, specialmente di quelli che dormono all’aperto.

Sentenza della Corte costituzionale sui respingimenti in Bulgaria

Una sentenza della Corte costituzionale serba emessa a gennaio si è pronunciata a favore di un gruppo di richiedenti asilo afghani che sono stati espulsi illegalmente in Bulgaria. Il caso, che risale al 2017, si concentra sull’esperienza di un gruppo di 25 persone arrestate in Serbia vicino al confine bulgaro. Il gruppo è stato fermato durante il viaggio verso la Serbia centrale in veicoli guidati da due civili. La polizia ha arrestato gli autisti per traffico, mentre il gruppo di migranti è stato preso e trattenuto in carcere a Gradina. La cella della stazione di polizia era in cattive condizioni e i migranti sono stati lasciati senz’acqua.

Il giorno seguente, il gruppo è stato portato in un tribunale locale ed è stato processato per “reati amministrativi“. La corte ha constatato che le autorità serbe erano obbligate a trattare le persone come potenziali richiedenti asilo e che al momento del rilascio dovrebbero “fornire documenti per [il loro] alloggio in un centro di accoglienza“. Ma nonostante ciò, i testimoni presentati alla corte hanno dichiarato che la polizia poi li ha costretti su un furgone, guidati in un’area boschiva del confine con la Bulgaria ed espulsi collettivamente dal territorio serbo.

Non ci hanno picchiato, ma hanno preso i nostri documenti per il centro di accoglienza per richiedenti asilo serbo

Questo processo di rimozione alla frontiera verde, pur violando direttamente il diritto nazionale e internazionale, è una caratteristica fin troppo comune dei respingimenti in tutta l’Europa sudorientale. L’avvocato che ha guidato il caso, Nikola Kovacevic, ha dichiarato che è “difficile sopravvalutare l’impatto della sentenza“, e che lo sviluppo è stato un “avvertimento ai ministeri dell’Interno e della Difesa” che stanno effettuando questi respingimenti.

Esempi degni di nota di questa pratica includono i respingimenti dalla Serbia alla Macedonia del Nord. Casi del genere, che hanno raggiunto il picco durante l’epidemia iniziale di COVID19, hanno colpito persone registrate in modo simile all’interno dei centri di accoglienza (Tutin e Preševo). Come i migranti afghani favoriti dalla recente sentenza della Corte costituzionale, i gruppi sono stati rimossi dalle autorità serbe in un furgone e in questi casi soggetti a forza eccessiva. In questo contesto di violazioni in corso, la nuova sentenza ha una particolare rilevanza e segna un passo verso la giustizia per coloro che sono soggetti a respingimenti transfrontalieri illegali.
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Foto delle condizioni nella stazione di polizia di Gradina (Fonte: DW)

Grecia
Avvelenamento da piombo nel campo di Kara Tepe

Le condizioni continuano a peggiorare nel Centro di accoglienza e identificazione di Lesbo, noto anche come “Moria 2.0”, dove rimane una generale mancanza di strutture igienico-sanitarie sicure e adeguate per oltre 7.000 persone nel mezzo di una pandemia, cibo al di sotto degli standard e accesso ridotto ai servizi legali, medici e psicosociali. Inoltre, le tende estive in tela offrono poca protezione dal freddo, dalle inondazioni e dai forti venti che sono una caratteristica particolare di Kara Tepe, data la sua posizione su una piccola penisola rivolta ad est verso la costa turca.

Eppure, nonostante le condizioni inospitali, il rischio di avvelenamento da piombo nel campo (a causa dell’uso precedente del sito come poligono di tiro) è forse uno dei motivi di preoccupazione più urgenti. Non sono stati eseguiti test per il piombo o bonifiche del suolo prima che le persone fossero trasferite nel campo a settembre 2020. In ottobre, gli esperti di tossicologia avevano avvertito che anche se tutti i proiettili erano stati rimossi, il sito poteva rappresentare un grave rischio per la salute, a causa della presenza di polvere di piombo e frammenti.

A dicembre, Human Rights Watch (HRW) ha pubblicato un rapporto che descrive i potenziali rischi di avvelenamento da piombo nel campo e invita le autorità ad agire. Inoltre, prove raccolte dai migranti hanno anche indicato che le autorità non sono riuscite ad eliminare tutti i proiettili di mortaio inesplosi e le munizioni per armi leggere ancora cariche, che potrebbero ferire o uccidere se maneggiate in modo errato.

Durante una visita al nuovo campo, il primo ministro greco Mitarakis ha affermato che Kara Tepe è “una struttura pulita e un sito caratterizzato da ordine e sicurezza“, affermando al contempo che “sono state completate le indagini e gli studi con le autorità competenti per garantire la qualità del suolo e sono in corso progetti di protezione dalle inondazioni per l’inverno“. In risposta alle lettere dell’HRW, in una lettera del 19 novembre, il ministro dell’Asilo Notis Mitarachi ha dichiarato che il campo non ha “alcuna contaminazione da piombo“, ma non ha fornito alcuna prova a supporto di tale affermazione. Ha detto che il governo ha accettato di condurre test del suolo con la Commissione europea entro un mese, ma non ha rivelato la natura dei test, le aree da testare o la metodologia.

Non è chiaro se le autorità greche abbiano adottato ulteriori misure per garantire la sicurezza e il benessere di coloro che vivono a Moria 2.0; intanto il clima invernale continua a imperversare nel campo e la situazione diventa sempre più terribile. I sintomi dell’avvelenamento da piombo sono spesso difficili da diagnosticare, ma gli effetti negativi sulla salute possono essere irreversibili, inclusi (ma non limitati a) danni cerebrali e nervosi, particolarmente gravi per i bambini in fase di crescita. La gravità dei sintomi aumenta con l’esposizione prolungata. Il diritto alla salute, che comprende la protezione dalle sostanze nocive/dalle condizioni ambientali, è riconosciuto dal diritto internazionale e dalla Costituzione greca. Occorre fare in modo che questo diritto sia garantito ai migranti a Lesbo.

Gravi condizioni invernali nelle isole dell’Egeo

Le condizioni invernali in tutta la Grecia hanno pesato molto sulle decine di migliaia di persone che vivono in “hotspot” sovraffollati nelle isole dell’Egeo. Parallelamente al deterioramento della situazione a Kara Tepe, anche altri siti stanno sopportando il peso del tempo inospitale e di una cronica mancanza di sostegno.

A Samos, circa 3.500 persone vivono sulle pendici della montagna sopra Vathy in tende e rifugi di fortuna, che offrono poca protezione contro il freddo. Oltre 500 rientrano in almeno una delle categorie vulnerabili, vale a dire neonati, donne incinte, persone con disabilità e malattie croniche, anziani, sopravvissuti alla violenza di genere, donne sole, genitori soli e bambini separati.

A gennaio, le ONG di base di Samos sono intervenute ancora una volta per rispondere alle esigenze immediate, come accogliere 50 dei residenti più vulnerabili del campo, fornire pasti caldi e distribuire kit invernali essenziali. Inoltre, Samos ha sperimentato forti piogge, che hanno portato a condizioni pericolose per i residenti del campo a causa delle grandi quantità di acqua che scorrevano lungo la montagna e attraverso gli alloggi.

Allo stesso modo a Chios, dove oltre 2.000 persone vivono nel campo di Vial, le temperature sono scese a -5 °C. L’amarezza è avvertita duramente dai residenti del campo in quanto le strutture sono situate in una posizione elevata ed esposta.
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Campo di Vathy, Samos (Fonte: AYS)

Il campo di Vial si inonda regolarmente, e l’acqua porta con sé rifiuti e attira ulteriori parassiti negli alloggi. Ciò è stato accompagnato da carenze di elettricità e acqua per tutto il mese di gennaio; coloro che vivono nel campo di Vial hanno dovuto far fronte alla mancanza di accesso al riscaldamento e all’acqua corrente durante il maltempo.

Gli ultimi mesi sono stati sempre più difficili per le 500-800 persone a cui è stata notificata la decisione negativa o il secondo rifiuto della loro domanda di asilo. Questi richiedenti, come analizzato in un recente articolo dell’AYS, “non hanno più il diritto al sostegno materiale del RIC, compreso l’alloggio, l’assistenza in denaro e il cibo“, il che ha “causato sfratti forzati e sgomberi di massa di sezioni del campo“.
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Campo di Vial, Chios (Fonte: Refugee Biryani and Bananas)

Detenzione, sfratti e profilazione razziale ad Atene

Nella città di Atene, la pandemia di COVID-19 continua ad essere utilizzata per giustificare una maggiore presenza della polizia nelle strade. Sotto l’attuale blocco, ci sono sei motivi ufficiali, come fare la spesa, per i quali le persone possono uscire. Inoltre, è stato imposto un coprifuoco dalle 18:00 alle 05:00 nella maggior parte delle aree. La multa, se si riscontra una violazione di queste nuove norme, è di 300 euro, più del doppio di quello che la maggior parte dei richiedenti asilo riceve come sostegno mensile dallo Stato, e quasi equivalente a un mese di stipendio per coloro che hanno un salario minimo.

La presenza della polizia ad Atene ha ampiamente seguito le divisioni socioeconomiche e politiche esistenti: nei quartieri ricchi, la presenza della polizia è minima, e in gran parte non aggressiva. Nei quartieri del centro città, diversi o “di sinistra” come Viktoria, Kypseli ed Exarchia la polizia è aumentata drasticamente.

Sono aumentate le notizie di brutalità da parte degli agenti, mentre i gruppi per i diritti umani e partiti di opposizione avvertono che, con il pretesto di combattere la pandemia, il governo conservatore del Primo Ministro Kyriakos Mitsotakis sta reprimendo le proteste. Comunemente, gli agenti fermano i migranti, controllando la loro conformità alle normative COVID-19 e il loro status legale. Le azioni della polizia nel centro di Atene prendono di mira in modo sproporzionato le persone di colore e hanno portato a un aumento dell’ansia e della precarietà tra le comunità di migranti e di transito a causa di controlli arbitrari e delle potenziali pesanti conseguenze economiche o detentive.

Glossario dei report, gennaio 2021

A gennaio BVMN ha pubblicato 21 report, che hanno coinvolto 684 migranti. Le persone coinvolte sono uomini, donne, bambini con accompagnatori o minori non accompagnati. Riguardano persone provenienti dalla Siria, Iraq, Kurdistan, Palestina, Afghanistan, Pakistan, Bangladesh, Algeria, Marocco, Tunisia, Sudan, e Repubblica democratica del Congo:
• 5 respingimenti in Serbia (3 dall’Ungheria, 1 dalla Romania, 1 dalla Croazia)
• 5 respingimenti in Bosnia Erzegovina (2 dall’Italia, 1 dalla Slovenia, 2 dalla Croazia)
• 1 respingimento dalla Macedonia del Nord alla Grecia
• 10 respingimenti dalla Grecia alla Turchia
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Struttura e contatti della rete

BVMN è un organismo volontario, che agisce come un’alleanza di organizzazioni nei Balcani occidentali e Grecia. BVMN si basa sugli sforzi dei partecipanti e di organizzazioni che operano nel campo della documentazione, dei media e della difesa legale. Finanziamo il lavoro attraverso sovvenzioni e fondazioni caritatevoli, e non riceviamo fondi da alcuna organizzazione politica. Le spese riguardano i trasporti per i volontari sul campo e quattro posizioni retribuite.

Consultate il nostro sito web per l’intero archivio testimonianze, precedenti rapporti mensili e notizie di routine. Seguiteci su Twitter, handle@BorderViolence e su Facebook.

Per ulteriori informazioni sul presente report o su come essere coinvolti si prega di mandare una e-mail all’indirizzo mail@borderviolence.eu. Per richieste di stampa e media si prega di contattare: press@borderviolence.eu

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Border Violence Monitoring Network (BVMN)

Border Violence Monitoring Network (BVMN) è una rete indipendente di ONG e associazioni con sede nella regione dei Balcani e in Grecia. BVMN monitora le violazioni dei diritti umani ai confini esterni dell'UE e si impegna per mettere fine ai respingimenti e alle pratiche illegali. Il network utilizza un database condiviso per raccogliere le testimonianze delle violenze subite da chi transita sulla rotta dei Balcani.
In questa pagina trovate le traduzioni integrali dei rapporti mensili curati da BVMN.