Turchia: la deriva patriarcale e nazionalista anticurda

I finanziamenti miliardari tra l’Unione Europea e la Turchia: prima 6 miliardi 1, recentemente altri 663 milioni 2 rivendicati da Stylianidīs, che dovrebbe essere il Commissario europeo per gli aiuti umanitari e la gestione delle crisi.
Il business di armamenti tra Erdogan ed i Paesi Occidentali3: quelle armi utilizzate per reprimere i venti di libertà provenienti dal popolo curdo. Ed in particolare dalle donne. Curde.

Ogni dittatore, Erdogan non fa eccezione, teme coloro che opprime. Più aumenta il timore, più aumenta la dittatura.

La repressione feroce del Governo turco si abbatte particolarmente sulle persone che teme di più: in questo caso sulle donne. Donne curde.
Perchè sa che la miccia della liberazione partirà da loro. E si espanderà in tutta la Turchia, rovesciandolo.
Ovviamente la repressione ha coinvolto, specialmente dopo l’autogolpe del 2016, diversi strati del popolo turco: è stato il viatico per l’arresto di 2.893 golpisti e 2.745 giudici uniti a 290 morti e 1.440 feriti. Uomini e donne attiviste, professori, politici, giornalisti, scrittrici e poeti: tutti dietro le sbarre.

L’ascesa di Erdogan vede alcuni punti fondamentali: la manifestazione di Piazza Taksim, dopo il tentativo di distruzione del parco Gezi per costruire una caserma militare. Migliaia di uomini e donne, ragazzi e ragazze, a protestare: la repressione sarà cruente.
Le Presidenziali 2014, vinte col 52% dei consensi spianano la strada alle sue politiche liberticide. la Legge Internet 5651, emanata nel 2007 e rinsaldata nel 2014: soppressione della libertà del web e il potere da parte del Presidente di oscurare a piacimento qualunque sito internet e social network non gradito. Che sia Twitter, Facebook, Whatsapp o Wikipedia poco importa. Ciò ha portato al fragoroso naufragare della libertà di stampa, che ad oggi attesta la Turchia al 157 posto su 180 nazioni prese a riferimento.
Del resto, nel 2016 evocherà Adolf Hitler come fautore del modello statale da imitare 4.

Il Referendum Costituzionale (2017) che, nonostante una risicata vittoria (il 51,41%), di fatto porta a sostanziali cambiamenti all’interno del modello statale.
Il potere esecutivo va interamente nelle mani del Presidente, è abolita la figura del Primo Ministro, i parlamentari passano da 600 a 550 ed il mandato presidenziale passa da 4 a 5 anni. Il Presidente può sciogliere le camere a suo piacimento ed il Parlamento non può contestare la scelta dei ministri ed è riformato anche il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), che passa da una composizione di 22 a 13 giudici. Di quest’ultimi, 4 sono scelti dal Presidente. Erdogan, infine, dal 2019 potrà essere rieletto per altri due mandati con un opzione per un terzo: in sostanza, può restare al timone per altri quindici anni. Fino al 2034!

In questo contesto politico di ascesa, Erdogan inasprisce la repressione alle donne: il dittatore perseguita con maggior vigore chi teme. E lui le donne le teme, tremendamente.
Alcuni passaggi chiave: l’8 marzo 2008, in concomitanza proprio con la festa della donna, il direttorato per gli affari religiosi del Governo Erdogan pubblicava una note inquietante e che avrebbe indicato lo stampo della politica che avrebbe intrapreso, diceva: “Il femminismo ha conseguenze negative da un punto di vista etico e morale. Non appena una donna cade vittima del movimento femminista, con l’idea della libertà incondizionata, dichiara nulle molte regole e dichiara nulli valori indispensabili per la famiglia”.
Cade vittima”, trattando il movimento femminismo come un’associazione terroristica, malavitosa. Incompatibilità tra l’essere donna, rivendicare i propri diritti ed il concetto di famiglia. Di fatto, una guerra al mondo femminile.
Secondo passaggio: l’estremizzazione del partito AKP e la guerra ai curdi nasce anche dalla paura del propagarsi, in territorio turco con maggioranza curda, di quanto avviene in alcune zone della Siria del nord: ossia il confederalismo democratico e le sue virtuose forme di autogoverno e cooperative autosufficienti. Gestite proprio dalle donne, rimaste vedove e senza famiglia. In Turchia sono terrorizzati da questo: è uno dei tanti motivi per cui c’è la caccia ai curdi. Hanno paura che il vento democratico, e femminista, soffi anche ad Ankara.

La situazione, già pessima, si è aggravata con l’Alliance People, ovvero l’alleanza tra AKP e MHP di estrema destra. Una politica con l’ideale di patriarcato e l’astio verso il “femminismo” non può che avere risvolti negativi: la violenza sulle donne ha registrato un incremento di +1400% sotto l’AKP.
Nel 2011, con promulgazione della legge 633, il Ministero degli Affari Femminili è diventato il Ministero per la Famiglia e le Politiche Sociale: sembra una sottigliezza, ma non lo è. Per il Governo turco, dal 2011, le donne non sono soggetti indipendenti, bensì sono strettamente inserite nel contesto della famiglia. E stop.
Questo concetto è stato peraltro sottolineato, senza filtri, da Erdogan: ha placidamente affermato che le donne debbono avere almeno tre figli. Poi ha rettificato, in negativo: da tre a cinque. La donna che non ha figli o ne ha solo uno non ha valore per il Governo.

Anno 2014: Bulent, all’epoca vice ministro, afferma: “La donna deve essere casta, non deve ridere ad alta voce in pubblico”. E si chiede dove sono le donne turche che arrossiscono facilmente e abbassano il capo quando l’uomo le guarda in faccia. Della Istanbul multiculturale vogliono far in sostanza far rimanere le briciole.
Altra riforma: per salvaguardare la famiglia tradizionale, è stato istituito il regolamento denominato “Chiedi al consulente familiare”. Le coppie in procinto di divorziare vengono mandate in questi centri di consulenze direttamente dal tribunale, di fatto istituzionalizzando una forma di pressione psicologica assai forte. Perché passare dal consulente vuol dire ricevere gravi pressioni: la donna non deve divorziare. Poco importa il suo volere.
Nuovo punto: le donne rimaste vedove ricevono sussidi, quelle divorziate in dissesto finanziario invece no.

Un anno prima, nel 2013, le nuove normative per spingere al matrimonio in età giovanile, avevano visto l’accrescersi di matrimoni combinati tra minorenni e uomini adulti. Molte ragazzine siriane finiscono in questa rete. Nelle scuole vengono introdotti addirittura i libri di genere.
A testimonianza di quanto detto, nel 2018, il “famoso” Ministero per gli Affari religiosi pubblica sul sito web istituzionale una nota: viene legalizzato il matrimonio in età di pubertà, il limite anagrafico per le bambine è nove anni.
Il Dipartimento ha poi ritirato la nota, ma rimane comunque prassi sviluppata. Di fatto un membro del Governo ed un Ministero intero spingono ai matrimoni precoci.
Altro punto: l’AKP sta cercando da tempo di introdurre una normativa, ossia ridurre la pena di uno stupratore se contrae matrimonio con la vittima.
In questo quadro s’inserisce la vita delle donne single: timbrate come “immorali”, lo Stato ha dato autorizzazione alle Guardie ausiliari di sorvegliare le donne che vivono da sole.
In riferimento al triennio 2016-2019 ci sono dati inquietanti, i femminicidi sono in aumento: 329 (2016), 409 (2017) e 440 (2018). Nel 2019 invece 4.744: in Turchia viene ammazzata più di una donna al giorno.

Il “massacro delle cantine

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In questo contesto s’inserisce la storia di vita di donne che hanno combattuto per la rivendicazione dei propri diritti, per l’eguaglianza, per la lotta alla dittatura.
Derya Koc aveva 25 anni: donna, curda, copresidente dell’HDP (Partito democratico dei popoli).
A gennaio 2016 si trova a Cizre, cittadina di 100.000 abitanti in Anatolia sud orientale: la situazione è assai drammatica, poiché è in corso l’assedio militare dell’esercito turco. Deciso non solo ad ammazzare i civili curdi definiti terroristi, ma a cancellarli. Farli sparire. L’obiettivo è farli crepare, come topi.
Il 4 settembre 2015 un provvedimento del Governatore di Sirmak impone un coprifuoco di 24 ore su tutta la popolazione: chiusi i negozi, chiuso l’ospedale, chiusa la rete elettrica e perfino silenziate le reti per i cellulari. La città è isolata, non ha connessione nel mondo. Perché il massacro deve avvenire in silenzio.

La città è accerchiata: esercito e carri armati stringono nella morsa la popolazione. Per il Governo non esistono uomini, anziani, donne e neanche bambini: sono tutti terroristi. Appena Erdogan vince le elezioni, quando i risultati dei brogli dell’1 novembre 2015 diventano ufficiali, la prima cosa che fa neanche 24 ore dopo è ordinare l’attacco: bombardamenti e offensiva su tutti i fronti.
Il 14 dicembre il coprifuoco viene esteso per 78 giorni: Cizre deve inginocchiarsi e viene accerchiata. Muoiono innocenti, muoiono i bambini.
I civili si asserragliano dentro le cantine, poiché le abitazioni vengono colpite e distrutte dalle bombe sganciate dall’aviazione turca: sperano di salvarsi. Ma il soldato turco ha un solo ordine: ammazzare.
Il “massacro delle cantine” sarà chiamato. Perché i civili lì si rifugiano, e lì saranno massacrati.
Anche Derya si nasconde in una cantina, poiché il palazzo dove risiede è stato bombardato: la donna chiama alcuni deputati dell’HDP, riferisce che ha cercato rifugio nello scantinato insieme ad altre venticinque persone. Altre venti sono state trucidate. Riferisce inoltre di aver chiamato il 112 ed il 115, per essere soccorsi in ospedale: non verrà nessuna ambulanza, non ci saranno sirene spiegate.
Ma lacrime, paura, sudore, abbracciate dalla morsa impietosa della morte.
Derya riesce miracolosamente a chiamare il padre: “La situazione è critica, siamo circondati. Possiamo essere assassinati in qualsiasi momento. Nel seminterrato al piano di sotto, hanno ucciso e bruciato 20 nostri amici. Siamo circondati dai carri armati, sparano anche a noi. Il telefono si spegnerà da un momento all’altro”.
Riferisce altre due cose: mancanza di acqua e cibo. Ed un odore aggressivo e tagliente simile a quello del gas che si propaga tramite le condutture fognarie. E che i feriti, per rallentarne la propagazione, hanno provato a tappare i fori del lavandino.
Nella cantina la situazione diventa drammatica: disidratazione, bocca asciutta, polmoni che non riescono a riciclare l’aria divenuta tossica per le armi chimiche utilizzate dall’esercito turco per finire i superstiti. E ferite gravi: le schegge delle bombe e delle granate hanno colpito l’occhio di un ragazzo, anche Derya è ferita ad un piede.

Non possiamo respirare” sussurra Derya: è l’ultimo saluto a suo padre.
Durante la chiamata, in sottofondo, risuona l’inno di Mehter: cantato dai militari ottomani secoli addietro, cantato dai soldati turchi oggi mentre ammazzano gli innocenti.
Il cadavere di Darya sarà trovato il 16 febbraio 2016 all’interno proprio di una cantina.
E’ il “massacro della cantine” di Cizre, voluto da Erdogan.
A Cizre verranno assaltati anche i cimiteri, una razzia inaudita.
Hanno paura anche delle nostre ossa” ha dichiarato il Consiglio provinciale delle donne dell’HDP di Mugla.
Ma al Governo turco non basta e stordisce cosa succede dopo: c’è il timore che i luoghi del massacro diventino punto d’incontro per le commemorazioni dei curdi, memoria collettiva.

Erdogan così appalta una commessa all’azienda TOKI, legata a stretto giro al partito governativo AKP, con l’obiettivo di costruire palazzi dove sono stati massacrati i civili nelle cantine.
La TOKI è l’industria immobiliare pubblica della Turchia ed è stata ovviamente interpellata anche per la costruzione degli immobili destinati ai rifugiati siriani (che prevedevano 140 villaggi di massimo 5.000 persone e dieci città di 30.000 abitanti): nel 2013, però, è stata investita del più grande scandalo di corruzione e riciclaggio di denaro della storia della Turchia. All’epoca Erdogan era primo ministro e furono coinvolti anche i suoi figli, esponenti dell’AKP, affiliati di Al Qaeda: addirittura furono scovati 4,5 milioni di dollari nella residenza del direttore della Halkbank.
La prassi della TOKI è la seguente: ricevere appalti da Erdogan per e guadagnare fiumi di denaro. Un’altra industria a guadagnarci è stata la Mardin Cimento: all’epoca dell’annuncio del piano immobiliare ha visto le quotazioni in borsa schizzare del +20% (maggiore incremento degli ultimi venti anni).

La politica di Erdogan contro i curdi non è fatto solo di guerra e morte, ma anche di cancellazione di intere città. Succede a Hasankeyf, in Anatolia, città di 12.000 anni che corrisponde ai criteri UNESCO. Erdogan vuole cancellare completamente la storia dei curdi, così succede che il sultano ordina la costruzione della diga Ilisu (finita nel 2019) e che segna la fine dell’esistenza di Hasankeyf ed altre 199 cittadine site sulla valle del Tigri.
Il Governo ha asserito di trasferire la popolazione locale nella nuova città che sorgerà, in cui di mezzo risulta nuovamente la TOKI, che ha ricevuto vagonate di miliardi per costruire anonime case in un’anonima collina con temperature invivibili: il punto è che possono accedere alle nuove abitazioni soltanto chi ha determinati requisiti. Ovvero: residenza ad Hasankeyf entro il 2016 e certificato di proprietà.
Qui però la stragrande maggioranza della popolazione non ha il certificato di proprietà, perché viveva in abitazioni di fortuna. E non aveva la residenza, nonostante famiglie da generazioni vivevano lì.
Inoltre, nella nuova città, vige il divieto di portare animali e non è possibile la coltivazione causa mancanza di terreni stessi, e questa è una tragedia per una popolazione che da centinaia di anni fonda la propria sussistenza proprio su bestiame ed agricoltura.
La maggioranza della popolazione rimane fuori dalle nuove case, nel limbo chiamato “nulla”: la stragrande maggioranza di 90.000 persone non sanno più dove andare. Dove vivere.
Hasankeyf e i 199 villaggi limitrofi vengono sommersi dall’acqua: sono la nuova Atlantide, non metaforicamente ma proprio realmente.

Con la scusa del piano idroelettrico nazionale viene distrutta la storia millenaria di una città e del popolo curdo. Con questa diga, inoltre, verrà tolta acqua alla Siria ed all’Iraq e la Turchia acquista un ruolo di predominio sui Paesi limitrofi. Ovviamente tra le politiche di cancellazione del tessuto edilizio urbano passato ed il nuovo c’è sempre di mezzo la TOKI, che è stata incaricata tra le tante anche della costruzione dei vari muri come quello al confine con l’Iran, con l’Iraq, con la Siria: il tutto ha il reale obiettivo di isolare ancora di più il Kurdistan e gonfiare le tasche del capitalismo turco (solo nel 2018 ha costruito 65.000 unità abitative).

  1. Io non ho sogni | L’accordo UE – Turchia: genesi, applicazione, criticità a due anni di distanza
    https://www.meltingpot.org/Io-non-ho-sogni-L-accordo-UE-Turchia-genesi-applicazione.html
  2. L’Europa ci ricasca: 663 milioni ad Erdogan
    https://www.meltingpot.org/L-Europa-ci-ricasca-663-milioni-ad-Erdogan.html
  3. La Francia vende armi ad Erdogan per un miliardo di euro https://dossierlibia.lasciatecientrare.it/la-francia-vende-armi-a-erdogan-per-un-miliardo-di-euro/
  4. https://www.agi.it/estero/turchia_erdogan_choc_serve_presidenza_come_hitler-346721/news/2016-01-01/

Pietro Giovanni Panico

Laureato in Scienze Politiche presso l'Università della Calabria e consulente legale specializzato in protezione internazionale.
Sono appassionato di diritto e cooperazione internazionale.
Ho collaborato con svariate testate giornalistiche online sui temi dei diritti umani e immigrazione.