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Rastrellamenti e rimpatri. Il “sistema” italo-tunisino funziona fin troppo bene

Cosa succede nel CPR di Palazzo San Gervasio

Porte del CPR di Palazzo San Gervasio
Photo credit: Emma Barbaro (Le porte del CPR di Palazzo San Gervasio)

È una storia da dimenticare
È una storia da non raccontare
È una storia un po’ complicata
È una storia sbagliata

(De André – Una storia sbagliata)

Scrivo questo articolo perché la mia coscienza, prima ancora che la deontologia professionale, mi impone di fare di tutto affinché non vengano perpetrate ingiustizie nei confronti dei soggetti che si rivolgono al mio studio e alla mia persona per essere assistiti. Non si tratta del solito articolo scritto con lo sguardo di chi osserva dall’esterno.
Photo credit: Emma Barbaro (Terre di Frontiera)
Questa volta scrivo di quanto sto vivendo in prima persona. Non è la prima volta che accade di trovarmi a dover raccontare queste vicende o cose simili, ma questa volta mi sento soffocare più del solito. Non riesco proprio ad abituarmi a questo sistema di barbarie che calpesta la giustizia e rende l’esercizio della legge uno strumento di mera oppressione di soggetti deboli.

Le vicende a cui mi riferiscono ruotano intorno al Centro per i Rimpatri di Palazzo San Gervasio. Le vicende di cui vi parlo, vedono calpestati e violentati i diritti di persone che non fanno notizia e che vengono ignorate da tutti. Esistono diversi modi di esercitare violenza, quello che vi racconto è uno modo subdolo con il quale il “potere” esercita la sua violenza e mostra il suo volto peggiore: il cinismo.

In dieci giorni ho visto passare sulla mia scrivania le storie di 3 ragazzi tunisini a cui ho cercato di dare il mio aiuto. Ragazzi accomunati dalla stessa drammatica vicenda. Prelevati di notte da diversi paesi della Sicilia e trasferiti velocemente presso il Centro di Palazzo San Gervasio. Nessuna telefonata ai parenti o agli amici, nessuna comunicazione di quello che stava accadendo, nessuna possibilità di contattare un avvocato di fiducia per essere assistiti. Persone letteralmente avvolte da una nebbia profonda.

A tutti e tre i giovani di cui vi parlo viene concessa una sola telefonata, dopo essere giunti al CPR di Palazzo San Gervasio. Pochi minuti per dire che va tutto bene. Una telefonata da un numero rigorosamente anonimo perché nessuno deve poter richiamare o provare ad entrare in contatto con quella struttura. Nessuno deve poter penetrare le mura del castello e intralciare il meccanismo perverso che si è messo in moto. Ecco perché nel frattempo i telefonini di proprietà dei cittadini trattenuti vengono spenti. Ecco perché nessuno risponde alle mail inviate da avvocati e familiari.

La procedura non deve subire rallentamenti e perché ciò avvenga è necessario impedire che altri intervengano in questa storia. Ecco perché è importante che i “trattenuti” non abbiano contatti con nessuno. Ma i loro diritti? Ma il diritto di essere difesi da un avvocato di fiducia, di essere assistiti in maniera adeguata, di avere la possibilità di rappresentare ad un giudice terzo ed imparziale fatti e circostanza diverse da quelle che invece vengono rappresentate dalla Questura? E’ chiaro che sono diritti che devono essere sacrificati sull’altare dell’efficienza del meccanismo dei rimpatri. Quello che vi sto raccontando, non avviene per caso. Le norme non vengono calpestate per capriccio, il silenzio non è semplice inerzia. Tutto fa parte del gioco politico che si sta portando avanti.

Così i ragazzi, tutti e tre tunisini, non è un caso che siano tunisini, vengono condotti dinanzi al Giudice di Pace di Melfi, viene loro assegnato un avvocato d’ufficio, e si procede con la convalida dell’espulsione.

Solo dopo che tutti si è consumato i ragazzi ricompaiono magicamente e per una breve telefonata. Almeno i più fortunati, ad alcuni neppure quella telefonata sarà concessa e potranno far sapere di essere ancora vivi solamente dopo il loro arrivo in Tunisia.

Tutto questo accade nel silenzio generale come se fosse normale violare i più elementari diritti di queste persone. Tutto questo accade perché esistono apparati dello Stato che credono che la legge non valga per loro, che loro possono essere al di sopra di quella legge che dovrebbero far rispettare. Tutto questo accade perché siamo al rastrellamento delle etnie e nessuno dice niente. Gli effetti delle politiche migratorie, gli effetti della politiche dei governi (tutti i governi che da anni si avvicendano nel nostro Paese) sono questi. Gli effetti degli accordi con la Libia, con la Turchia ecc, gli effetti del sistema dei CPR sono questi.

Naturalmente, mi assumo la responsabilità di tutto quello che vado denunciando con questo articolo e sono a disposizione di qualsiasi autorità voglia indagare su queste vicende e ristabilire il rispetto della legge e della giustizia anche in questo angolo di mondo chiamato Basilicata.

Avv. Arturo Raffaele Covella

Foro di Potenza.
Sono impegnato da anni nell’ambito della tematica del diritto dell’immigrazione, con particolare attenzione alla protezione internazionale e alla tutela dei lavoratori stranieri. Collaboro con diverse associazioni locali che si occupano di migrazioni. Scrivo per diverse riviste.