Sanatoria: tredici anni senza diritti. Arrivederci al 2033

L'associazione Naga di Milano: “A oggi la richiesta di tempi più rapidi rimane disattesa”

Fotografia: Giovanna Dimitolo

La sanatoria 2020 è praticamente a un punto fermo.
A 8 mesi dalla data di chiusura della presentazione delle domande (15 agosto 2020), la situazione aggiornata al 31 marzo 2021 è di 207.543 domande presentate in Italia. Di queste, ne sono state esaminate circa il 5%, ma alcune Prefetture ancora non hanno cominciato. Del 5% di domande esaminate solo lo 0,71% ha concluso la procedura, come sempre piuttosto macchinosa, con il rilascio di 1.480 permessi di soggiorno.

A Milano sono state presentate 26.144 domande, la Prefettura procede all’istruttoria con un ritmo di circa 20 domande a settimana, il che significa una previsione lunghissima per completare il primo esame. Gli ultimi dati ufficiali di metà febbraio indicano 289 pratiche nella fase istruttoria, ma ancora nessuna ha ricevuto la convocazione della Prefettura.

Alle 207.543 domande totali vanno poi aggiunte le 12.986 domande presentate con la procedura attivabile direttamente dal cittadino straniero ed esaminate direttamente dalla Questura con modalità più veloce e quindi con una situazione relativamente migliore. Circa il 70% delle domande sono state prese in esame.

Le persone che si trovano nell’iter di regolarizzazione, che hanno quindi raccolto i documenti utili e completato la domanda, non possono firmare un contratto di affitto, iscriversi al medico di base, aprire un conto corrente, accedere cioè a tutte quelle pratiche per cui la ricevuta della presentazione della domanda di emersione non è ritenuta sufficiente. Al presente ritmo di circa 1.300 domande esaminate al mese, e cioè 15.600 l’anno, l’ultima persona che ha depositato la propria domanda il 15 agosto 2020 dovrà aspettare tredici anni, il 2033.

Tredici anni senza diritti.

200.000 persone si trovano da mesi in questa specie di limbo, avendo pagato 500 euro per la presentazione della domanda senza avere la minima idea di esito e tempistiche, con la quasi certezza di affrontare cambiamenti della propria situazione di vita e lavorativa, tra la lungaggine burocratica e la fragilità del periodo. Per chi lavora come badante per esempio, la probabilità che l’anziano di cui si occupa venga a mancare è piuttosto consistente.

Tanti cittadini hanno deciso di mobilitarsi dapprima con presidi spontanei e poi con la creazione di reti e coordinamenti in diverse città. A Milano si è costituita la rete “Non possiamo più aspettare” che conta numerose associazioni e organizzazioni insieme a cittadine e cittadini a titolo personale. Ne fanno parte in particolare associazioni di persone immigrate dall’America Latina, particolarmente coinvolte in questa disastrosa sanatoria, in quanto molte lavorano come colf o badanti. Pur in tempo di pandemia, la rete ha già organizzato 3 presidi, davanti alla Prefettura il 17 dicembre 2020 e in piazza Duomo il 1 marzo scorso, organizzando flash mob in piazza S. Babila (29 gennaio, 19 febbraio e 21 marzo) e incontrando due volte il Prefetto di Milano Renato Saccone. A oggi la richiesta di tempi più rapidi rimane disattesa, per esempio l’assunzione in Prefettura di personale interinale per velocizzare lo smaltimento delle domande di sanatoria pare inefficace perché distribuita su molte mansioni.

Il coordinamento si sta raccordando a livello nazionale, con l’obiettivo di organizzare presidi e manifestazioni nelle stesse date nelle diverse aree interessate. Tante le iniziative in programma con l’intento di far parlare i principali protagonisti di questa sanatoria: i migranti in attesa di un permesso regolare di lavoro.