Un sistema incompatibile con i diritti

Intervista a Mimmo Perrotta, tra i curatori del volume "Braccia Rubate dall’Agricoltura"

Photo credi: Melting Pot

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Mimmo, partiamo dall’inizio. Da dove nasce l’idea di questo libro che in sostanza è un progetto corale che vede coinvolti diversi ricercatori?

Il progetto nasce nel 2016. Inizialmente si trattava di un progetto di ricerca finanziato dallo “Swiss network for international studies” che prevedeva una ricerca sul lavoro migrante in agricoltura, denominato “New Plantations” e coordinato da Timothy Raeymaekers che è anche uno dei curatori di “Braccia rubate dall’agricoltura”. Timothy è un ricercatore presso l’Università di Zurigo che appunto ha curato questa ricerca collettiva che ha riguardato non soltanto l’Italia. Una ricerca che aveva però in Italia due fuochi di ricerca sul lavoro in agricoltura: Basilicata e Piemonte. Nell’ambito del progetto “New Plantations” sono state condotte ricerche simili in Belgio e Svizzera. Insomma, una ricerca comparativa tra i Paesi Europei al fine di conoscere le differenti modalità attraverso le quali si pratica lo sfruttamento dei lavoratori migranti in agricoltura.
Io e Thimothy abbiamo lavorato all’interno di quel progetto occupandoci della situazione della Basilicata, ugualmente Ilaria Ippolito (altra curatrice del libro) si è occupata soprattutto della situazione del Piemonte, nello specifico di quanto accade a Saluzzo.
Da quella ricerca siamo partiti ampliando il lavoro e coinvolgendo altri ricercatori e focalizzando l’attenzione soprattutto sull’Italia. Ci siamo pertanto concentrati sulla situazione italiana non occupandoci però solamente di Basilicata e Piemonte, ma ampliando la ricerca a Puglia, Lazio, Campania e alla Pianura Padana.
Per tutte queste regioni abbiamo individuato dei ricercatori che potessero raccontare che cosa succedeva in quei luoghi e ci siamo resi conto che la questione del lavoro migrante in agricoltura ha due corni principali che vanno tenuti insieme ma vanno approfonditi con strumenti specifici.
Un campo di indagine specifico è quello che riguarda il cambiamento della filiera agroalimentare in Italia (ma non solo) e abbiamo affidato un capitolo di approfondimento nel libro su questo tema ad Alessandra Corrado. Un secondo campo di indagine ha riguardato invece la parte giuridica, cioè quella che ci spiega perché i migranti sono spesso così vulnerabili da essere spesso costretti ad accettare nel mercato del lavoro agricolo condizioni di lavoro penalizzanti e sfavorevoli. Nel libro è presente un capitolo specifico su questo, scritto da due giuristi, Carlo Caprioglio ed Enrica Rigo, che hanno spiegato questi meccanismi. In breve questa è la genesi del libro.

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Parlare di lavoratori migranti in agricoltura significa anche affrontare i temi della segregazione abitativa nei ghetti, dell’organizzazione del lavoro attraverso il caporalato e delle condizioni di maggiore vulnerabilità giuridica di questi lavoratori. Si tratta di una problematica che riguarda solo il settore agricolo?

Lo sfruttamento del lavoro dei migranti in Italia è un fenomeno che è diffuso ormai da trent’anni, ma non riguarda solo l’agricoltura. Pensiamo al lavoro domestico e allo sfruttamento appunto delle badanti nelle case. Pensiamo alla logistica, cioè al lavoro di facchinaggio nei piccoli e grandi poli di immagazzinamento e di smistamento merci per grandi corrieri privati e per le catene della grande distribuzione. Pensate ancora all’edilizia.
Quindi il fatto che i migranti, e specialmente gli ultimi arrivati, siano una fascia di persone fragili nel mercato del lavoro è un fenomeno che non riguarda solo l’agricoltura.
L’agricoltura però è uno dei settori nei quali questo sfruttamento avviene nella maniera più evidente e più dura per una serie di motivi. Uno banale è la stagionalità del lavoro. Nei nostri territori si è sviluppata un’agricoltura che richiede una certa quantità di manodopera soprattutto in alcuni momenti dell’anno.
Le persone che sopperiscono a questa richiesta di manodopera stagionale da parte del settore agricolo, con stagioni che variano da periodi di 2 mesi a periodi di 6/7 mesi, sono appunto i migranti che vanno a costituire quel serbatoio di manodopera in sovrappiù rispetto a quella che si trova sul territorio. Questo però vuole anche dire che le persone arrivano e non hanno una stabilità nelle aree nella quali lavorano e anzi si devono spostare.
Questo fa sì che alla vulnerabilità legata alla condizione di precarietà giuridica, per esempio, di un richiedente asilo o di una persona che ha perso il permesso di soggiorno o di una persona che ha bisogno di un contratto di lavoro per rinnovare il proprio permesso di soggiorno per motivi di lavoro subordinato, insomma, alla vulnerabilità giuridica che hanno i migranti in generale, si aggiunge la precarietà di un lavoro stagionale e di un lavoro che ti porta a spostarti tra diverse regioni dove magari non hai dei legami e in cui non hai un’abitazione stabile.
Una delle caratteristiche principali dei braccianti stranieri in agricoltura è spesso appunto l’essere in continuo movimento tra le diverse zone italiane.
Spostarsi continuamente significa anche non avere una dimora fissa e quindi essere costretti a situazioni abitative di fortuna. Il problema della segregazione abitativa, di cui parlavi anche tu, è però il risultato diretto della assenza di politiche da parte delle amministrazioni locali volte ad assicurare un’abitazione dignitosa ai braccianti. Così nascono i ghetti o le occupazioni di casolari abbandonati nelle campagne spesso organizzati da “mediatori“. Tutto questo aumenta la vulnerabilità dei braccianti agricoli stranieri.

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Nonostante il tentativo di “rimozione” dal discorso pubblico della figura del lavoratore migrante, del bracciante, dobbiamo considerare che queste persone hanno comunque una serie di rapporti con le realtà istituzionali, sociali ed economiche del nostro paese. In base alla tua esperienza e agli studi che avete fatto per preparare il libro, vi sono delle differenza qualitative in questi rapporti che i braccianti hanno nelle diverse realtà territoriali del paese? Esistono ad esempio delle differenze tra nord e sud?

Da quello che abbiamo visto nelle nostre ricerche ci sono delle differenze però non e necessariamente tra Nord e Sud. La maggiore differenza dal punto di vista dei rapporti con le società locali è certamente quella tra luoghi nei quali c’è maggiore stagionalità e luoghi nei quali c’è minore stagionalità. C’è sempre una questione legata alla segregazione abitativa, però in maniera differente. Faccio due esempi.
Da un lato c’è una situazione come quella della Basilicata, che è un caso che conosci bene, soprattutto nella parte nord della regione, nell’area del Vulture-Alto Bradano, dove quello che richiama un gran numero di lavoratori migranti è la raccolta del pomodoro.
La raccolta del pomodoro è una stagione che dura due mesi, in Basilicata così come nel foggiano, ebbene lì i migranti arrivano e molto spesso hanno scarsissimi rapporti con la popolazione locale perché vanno direttamente a vivere nei ghetti, nelle campagne ed è tutto organizzato dai caporali, da questi mediatori che sostanzialmente mediano tutto il rapporto con le società locali, dal lavoro ai trasporti, alla ricerca di una abitazione nei ghetti, al credito e così via. Quindi in questi territori molto spesso centinaia e migliaia di braccianti che arrivano non hanno praticamente nessun rapporto con la popolazione locale. Ma non è così diverso da quello che succede in un posto come Saluzzo, in Piemonte, dove certo i braccianti sono stati molto spesso “accolti” dalla Caritas o dalla Coldiretti, ma il fatto che si tratti di un lavoro stagionale rende comunque difficile per i braccianti instaurare rapporti con la popolazione locale, e siamo nel nord Italia in un luogo abbastanza ricco come Saluzzo.
Dall’altro lato, è in parte diverso quando i braccianti invece vivono su un determinato territorio perché hanno un lavoro tutto l’anno oppure perché magari trovano altre possibilità lavorative. Anche qui, ci sono casi nel nord e nel sud. Uno è, per esempio, quello che approfondiamo nel libro del lavoro degli indiani nelle stalle che producono Parmigiano Reggiano e Grana Padano su cui ha fatto una ricerca molto bella Vanessa Azzeruoli. Ebbene, anche qui c’è segregazione abitativa ma molto diversa perché quello che succede è che gli indiani che lavorano come mungitori nelle stalle vivono nelle abitazioni collegate alle stalle, quindi non in un ghetto, ma in quelle abitazioni nella quali il padrone dell’azienda non vive più perché magari si è trasferito in paese.
Quindi comunque gli operai agricoli vivono lontano dal paese però sono in un’abitazione dignitosa e che peraltro, come mostra Vanessa Azzeruoli, aiuta anche a mantenere e rinnovare il permesso di soggiorno perché si ha una residenza stabile. Quindi, possiamo dire che ci sono anche qui rapporti non facili con la società locale perché si tratta di una vita in campagna spesso lontano dalle comunità però ad esempio i bambini hanno maggiore facilità nel frequentare la scuola. Poi c’è il caso ancora diverso della Campania dove nella Piana del Sele il lavoro in serra garantisce molto spesso lavoro tutto l’anno alle persone di origine marocchina o dell’est europeo ma le situazioni abitative non sono così semplici. Anche lì ci sono stati dei ghetti. Però il fatto di poter contare su un lavoro tutto l’anno facilita un inserimento abitativo con l’affitto di abitazioni, rispetto ai casi in cui c’è per lo più lavoro stagionale. Dopo anni di lavoro molti sono riusciti a raggiungere questo risultato grazie appunto al fatto che possono contare su impieghi tutto l’anno.

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Possiamo dire che certi fenomeni che vengono analizzati anche in questo libro, certe distorsioni, sono strettamente legati al sistema di produzione economica che è tipico delle nostre società. Rispetto a questo, ritieni che la situazione nell’ultimo periodo sia peggiorata con specifico riferimento naturalmente alle condizioni dei lavoratori migranti?

Le condizioni sono migliorate per alcuni e peggiorate per altri. Per i migranti c’è sempre un circolo, ci sono persone che dopo un po’ di anni magari riescono ad emanciparsi dalla situazione lavorativa del bracciante stagionale.
Negli ultimi anni è diventato sempre più difficile ma non è detto che una persona che all’inizio degli anni 2010 lavorava sotto caporale in Basilicata o in Puglia sia ancora lì. Magari è riuscito a ottenere un permesso di soggiorno stabile e un contratto di lavoro in un altro settore. Noi conosciamo persone, per esempio, che adesso lavorano nelle fabbriche di Torino o di Parma, dopo aver passato molti anni nelle campagne. Insomma sono riusciti a cambiare settore e a non trovarsi più sotto caporale. Tuttavia, nelle campagne la riserva di manodopera vulnerabile non si è esaurita, perché vi è un continuo ricambio, che nel decennio 2010 è stato assicurato dalle politiche legate all’accoglienza (ai richiedenti asilo soprattutto).
Tra il 2011 e il 2017 sono arrivate in Italia circa 600/700 mila persone attraverso gli sbarchi e buona parte di queste persone hanno fatto domanda di protezione internazionale in Italia. Di fatto, si tratta di persone che sono state incanalate nel sistema di accoglienza e, quindi, sono state inserite all’interno dei CAS dove sono stati posti in una condizione di limbo con pochissimi mezzi per farsi una vita autonoma. I dati ci dicono che il 60% di queste persone ha avuto un diniego rispetto alla richiesta di protezione avanzata, finendo per diventare la fascia più vulnerabile e, in parte, andando ad ingrossare i ghetti rurali del lavoro stagionale.
Sono proprio questi soggetti quelli utilizzati come manodopera in agricoltura. Con i cosiddetti “decreti sicurezza” emanati da Salvini quando era ministro dell’Interno anche coloro che avevano ottenuto la protezione umanitaria, quindi un altro 20% di quei 600/700 mila, hanno rischiato di perdere il permesso di soggiorno e quindi è probabile che anche loro siano finiti nei ghetti in una condizione di maggiore vulnerabilità. Per quanti riescono ad emanciparsi dal lavoro in agricoltura e riescono a trovare impieghi migliori in altri settori, ci sono meccanismi che creano sempre nuova forza lavoro agricola in eccesso.
Questo perché l’agricoltura intensiva ha bisogno strutturalmente di manodopera in eccesso, cioè di una manodopera che sia disponibile a lavorare a determinate condizioni. Perché se viene meno la manodopera che raccoglie i pomodori in quei 30-45 giorni in cui tutti i pomodori vanno raccolti il prodotto si perde. Se nel foggiano in agosto invece di quei 10-15 mila operai ce ne fossero solo 2/3 mila, l’intera produzione di pomodoro sarebbe a rischio e quindi probabilmente un effetto – non so quanto indesiderato – delle politiche di “accoglienza” è stato quello di produrre manodopera a basso costo e costretta ad offrire le proprie braccia nelle campagne.

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E’ possibile all’interno dell’attuale sistema economico intervenire con azioni che possano migliorare le condizioni di vita dei migranti o piuttosto occorre immaginare scenari completamente diversi?

Il modo di migliorare le condizioni dei migranti probabilmente ci sarebbe. Manca l’intenzione da parte dei governi e delle amministrazioni locali di migliorare realmente le cose.
Negli ultimi anni è stato fatto qualcosa, non ritengo che non sia stato fatto niente. Sono state approvate ad esempio due leggi, una nel 2011 e una nel 2016, con l’obiettivo dichiarato dai ministri di agricoltura, interno e giustizia di sradicare il caporalato. Quindi il caporalato è stato individuato giustamente come uno dei meccanismi principali che assicurano lo sfruttamento del lavoro ed è stato definito un reato punibile con il carcere mentre prima poteva essere irrogata solo una multa. Questo ha portato a moltissime inchieste non solo in agricoltura e non solamente al sud.
Ma la domanda che dovremmo porci è: possiamo delegare la gestione del mercato del lavoro a strumenti di diritto penale? Questa è una domanda che si pongono nel libro Enrica Rigo e Carlo Caprioglio nel loro contributo. La risposta che si danno, con cui io concordo, è negativa. Cioè non possiamo pensare che si risolvono i problemi dell’agricoltura arrestando tutti i caporali e gli sfruttatori. Ci sarebbe piuttosto bisogno di politiche attive sia nel campo dell’immigrazione che in quello dell’accoglienza degli stagionali. Nel campo dell’immigrazione, per esempio, eliminando tutte le motivazioni che rendono i migranti vulnerabili, banalmente rendendo più facile l’accesso e il rinnovo del permesso di soggiorno. E a livello locale si potrebbe organizzare senza troppi sforzi un’accoglienza dignitosa dei lavoratori stagionali nei paesi. Con una maggiore accoglienza nei paesi infatti questi lavoratori sarebbero strutturalmente meno dipendenti dai caporali. Cosa che si è tentato di fare in alcuni luoghi ma fino ad ora con pochissima convinzione e con pochissimi risultati. Forse perché non conviene agli agricoltori locali e non porta consensi elettorali.

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Avv. Arturo Raffaele Covella

Foro di Potenza.
Sono impegnato da anni nell’ambito della tematica del diritto dell’immigrazione, con particolare attenzione alla protezione internazionale e alla tutela dei lavoratori stranieri. Collaboro con diverse associazioni locali che si occupano di migrazioni. Scrivo per diverse riviste.