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Involucri vuoti: il rapporto del Garante sui Centri di Permanenza per il Rimpatrio

Un sistema inefficace e che viola i diritti umani di persone che perdono la propria identità per essere ridotte a corpo da trattenere e confinare

Il Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale ha da poco pubblicato il Rapporto sulle visite effettuate nei Centri di Permanenza per i Rimpatri (Cpr) nel corso degli anni 2019 e 2020.

Il quadro restituito dalle 44 pagine che compongono il dossier è desolante: minori detenuti, bagni senza porte e totale assenza di privacy, docce o servizi igienici non funzionanti e maleodoranti, ozio totale per assenza di attività, polizia sistematicamente presente durante le visite mediche e tanti eventi critici (5 morti nel solo 2020).

Il rapporto si compone di una prima parte introduttiva con raccomandazioni di carattere generale per poi dedicarsi alle singole visite in tutti i CPR presenti sul territorio nazionale (Torino, Roma, Bari, Brindisi, Caltanissetta, Trapani, Gradisca d’Isonzo, Macomer, Milano) rispetto ai quali l’Ombudsman offre approfondimenti tematici relativi alle condizioni materiali di detenzione, alla tutela della salute, alla qualità della vita detentiva, alla libertà di comunicazione, alla sicurezza e all’ordine, all’isolamento, all’accertamento dell’età dei presunti minori, alla tutela dei diritti e ai registri (ad es. quello relativo agli eventi critici, del tutto assente nei CPR) .

Il Garante riporta casi concreti riscontrati durante le visite in quelli che definisce “involucri vuoti”, per sottolinearne la totale assenza di attività e far capire la necessità di un intervento normativo complessivo che compiutamente disciplini la vita detentiva. La necessità, ancora, di assicurare in concreto adeguati standard igienico-sanitari e abitativi (come da ultimo stabilito nel decreto Lamorgese), l’accesso a cure adeguate e ad una pronta e approfondita verifica di idoneità alla vita in comunità ristretta. Casi concreti, come quello relativo al decesso di due giovani nel 2020: A.E. a Caltanissetta, ed E.V., a Gradisca d’Isonzo. In entrambi i casi i giovani erano stati colti da malori e avevano richiesto l’intervento di un sanitario. Le cure prestate all’interno dei centri non sono state sufficienti ed entrambi sono morti. Il Garante osserva saggiamente che, al di là degli esiti dei procedimenti penali relativi ai singoli casi, ciò che manca è un raccordo con il Sistema Sanitario nazionale e, all’interno degli istituti, l’assenza di locali di osservazione sanitaria adeguati, per evitare di continuare a trattenere nei settori detentivi, privi dell’assidua supervisione e assistenza sanitaria, persone che chiedono o necessitano di un intervento medico immediato.

Manifestazioni di protesta, ribellioni e danneggiamenti alle strutture si sono succeduti senza sosta; inoltre, mai come in passato, si è verificato un numero così elevato di eventi tragici (…) Appare difficile non considerare tale serie di eventi infausti quantomeno il sintomo di realtà detentive gravemente e fisiologicamente problematiche, non sempre in grado di proteggere e tutelare la sicurezza e la vita delle persone poste sotto custodia”.

Ma il rapporto non si limita a denunciare soltanto gli eventi critici e l’inefficienza dell’assistenza sanitaria, spingendosi a ribadire – come già fatto dal Garante Mauro Palma in altre occasioni – l’assenza di ragionevolezza e proporzionalità nel detenere per rimpatriare quando, da oltre 20 anni, si continua ad avere una media di rimpatri delle persone trattenute al di sotto del 50%. Assenza di legalità nel detenere, durante la pandemia, allorquando le frontiere erano chiuse e impossibile il rimpatrio, come ampiamente denunciato anche dalla CILD nel rapporto Detenzione migrante ai tempi del Covid.

Il rapporto prosegue poi denunciando il totale isolamento di queste strutture dove alla società civile (ONG e giornalisti) non è consentito l’accesso. “Le visite realizzate – si legge – hanno confermato la sostanziale opacità delle strutture di detenzione amministrativa, generalmente chiuse al mondo dell’informazione e della società civile organizzata, che anche prima dell’emergenza sanitaria si vedevano regolarmente negare dalle Prefetture le richieste di accesso”. E dove ai trattenuti sono sequestrati i cellulari impedendo di fatto – ancor di più drammaticamente durante la pandemia – di poter conferire con i propri difensori e familiari. Insomma, un rapporto che tratteggia l’anatomia di un fallimento di una carcerazione senza pena, dove per un mero illecito amministrativo si finisce rinchiusi in “involucri vuoti”; dove non vi è un magistrato di sorveglianza che vigila sul rispetto della dignità umana (come avviene in carcere); dove il sistema sanitario viene delegato a soggetti privati (ente gestore) in luoghi insalubri e dove non vi è nulla aldilà dell’ozio e degli eventi critici.

Dove in definitiva il migrante è trattato come hostis, come nemico pubblico, ci dice in premessa il Garante. Come se “l’individuo smettesse di essere persona con una propria totalità umana da preservare nella sua intrinseca dignità, dimensione sociale, culturale relazionale e religiosa per essere ridotta esclusivamente a corpo da trattenere e confinare”.

Insomma, un rapporto da leggere e dal quale il Governo ed il Parlamento dovrebbero trarre conclusioni per finalmente implementare alternative alla detenzione e all’irregolarità, come sostenuto anche da tanti attori della società civile (vedi in ultimo il progetto pilota finanziato da EPIM “Alternative alla detenzione: verso una gestione più efficace e umana della migrazione”).

La riduzione, se non il superamento, del trattenimento in questi “involucri vuoti”, come li ha definiti il Garante è ormai improcrastinabile. Il fallimento, in termini di efficienza e, ancor prima, in termini di rispetto dei diritti umani è ormai sotto gli occhi di tutti e non ha senso continuare a nascondere la polvere sotto il tappeto.