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Le modifiche ai “decreti sicurezza” in materia di sicurezza urbana: una crescente razionalità punitiva

Intervista a Rossella Selmini, Professoressa Associata di Criminologia all’Università di Bologna

Immagine tratta dal libro "Dalla sicurezza urbana al controllo del dissenso politico" di Rossella Selmini

Certo, non è semplice riassumere il dibattito sul concetto di sicurezza urbana e su che cosa significhi esattamente, in particolare quando si parla di politiche di sicurezza urbana. È un concetto che è emerso in Italia, intorno alla metà degli anni Novanta, quindi ha una storia molto più lunga di quella che il discorso pubblico sembra riportare. Ogni nuovo Ministro che emana un Decreto sulla sicurezza si presenta come il primo che si occupa di sicurezza urbana. In realtà c’è una storia molto più lunga, che non è solo italiana, ma anche di altri Paesi, anche se si parlava di politiche di prevenzione più che di sicurezza.

Sostanzialmente, l’idea della sicurezza urbana e di intervenire con delle politiche di sicurezza urbana nasce nell’ambito degli orientamenti criminologici più progressisti, come il realismo criminologico di sinistra inglese: è l’idea di intervenire su fenomeni di criminalità c.d. urbana o di strada e inciviltà, disordine urbano e cose di questo genere attraverso strumenti diversi da quelli penali, quindi attraverso politiche di tipo locale (la manutenzione urbana, la stessa riqualificazione urbana, le politiche sociali). Quindi è nata come un’idea di allontanamento dalla sfera punitiva nel senso classico tradizionale.

In origine la sicurezza urbana era pensata proprio come un intervento alternativo al sistema penale. Nel corso degli anni questa connotazione di alternatività si è persa quasi completamente: mentre negli anni Novanta, o l’inizio del Duemila, se guardiamo ai progetti che si sono sviluppati in Italia vediamo ancora un combinarsi di elementi di prevenzione sociale – cioè di interventi più orientati a risolvere o intervenire sulle cause di questi problemi – nel tempo, mano a mano, vediamo interventi che invece sono sempre più concentrati sui sintomi e non si preoccupano più delle condizioni strutturali che nelle nostre città provocano quei fenomeni di insicurezza.

Dunque, piano piano, si abbandona l’idea di intervenire sul disordine urbano con delle politiche di migliore manutenzione urbana e si privilegia l’intervento di tipo dissuasivo o punitivo. La videosorveglianza diventa lo strumento principe per qualsiasi fenomeno considerato di disturbo verso la cittadinanza, e questi fenomeni vengono sempre più spesso regolati con ordinanze amministrative.

Quindi definire che cos’è la sicurezza urbana è molto difficile e potremmo dire che è stato un tentativo di superare aspetti punitivi del sistema penale attraverso delle politiche che erano sostanzialmente locali, delle città o delle regioni, almeno in Italia.

Nel tempo questa è confluita nell’ambito di quella che tradizionalmente è conosciuta come sicurezza pubblica, o ordine pubblico. Sono diventate politiche di stampo punitivo, anche se apparentemente utilizzano degli strumenti amministrativi e non quelli classici del sistema penale.
Questo un po’ per definire che cos’è stata la sicurezza urbana, cos’è diventata in questi anni.

Io questa trasformazione l’ho ripercorsa in molti degli studi che ho fatto e dei lavori che ho pubblicato, e sono convinta che oggi il concetto di sicurezza sia soltanto un’altra faccia della sicurezza e dell’ordine pubblico, perché gli interventi su problemi urbani di questo genere sono affrontati con delle misure che anche se non sono immediatamente il carcere o la repressione o l’arresto, sono comunque strumenti che portano al penale o che hanno una caratteristica di afflittività, di castigo, per le persone che li subiscono, piuttosto importanti.

E veniamo al Daspo urbano. Il Daspo di cui avete parlato è l’esempio emblematico di questa trasformazione. Infatti, viene utilizzato uno strumento che è nato per il tifo violento, a cui il cittadino associa un’immagine di violenza, e che però viene applicato a questi fenomeni di marginalità urbana con i quali si intendono sostanzialmente i comportamenti di persone che vivono nello spazio pubblico, nell’economia informale delle città, nell’economia di sussistenza.

Parliamo di persone senza casa, di persone che mendicano, che vendono accendini, che lavano i vetri, di prostituzione, di piccolo spaccio di strada, eccetera. Quindi per queste persone si adotta oggi, o si può adottare, un Daspo urbano, assimilando così queste situazioni a quelle della violenza, mentre invece sono comportamenti che evidentemente non comportano nessun risvolto di violenza. Però ciò ci dice come si è trasformata la razionalità dell’intervento rispetto a questi fenomeni di tipo urbano. Il Daspo urbano tecnicamente è una misura di messa al bando, è una misura amministrativa di polizia che viene oggi adottata dai Questori, e vi sono delle forme un po’ più blande adottate anche dai Sindaci.

Entra nell’ambito della sicurezza urbana con il Decreto Minniti che lo prevede esplicitamente in due forme.

La prima è il Daspo urbano generico che si può applicare a tutti coloro che sono stati soggetti a un ordine di allontanamento del sindaco. Il meccanismo è questo: il sindaco decide che in certe zone della città, descritte dal decreto o dai regolamenti di polizia municipale – quali le stazioni, davanti alle scuole, davanti alle università, certe zone di particolare pregio artistico, architettonico – ci possono essere persone che con la loro presenza impediscono o rendono difficile la fruizione di quello spazio pubblico. L’esempio classico è la persona che dorme per strada, quindi la presenza sgradevole della povertà che deve essere rimossa dalla vista degli altri cittadini attraverso un ordine di allontanamento che può emettere il sindaco.

Questa è una misura amministrativa, comporta una multa e l’ordine di spostarsi da quel luogo per almeno 48 ore. Se quella persona viola questo divieto reiteratamente e per ragione di sicurezza varie che deciderà il Questore, si interverrà con questo Daspo urbano che è una vera e propria messa al bando per un periodo molto più lungo, minimo sei mesi, ma che per alcune categorie può arrivare a un anno, e che ha delle importanti conseguenze.

Il secondo è il Daspo specifico che riguarda alcune categorie di soggetti, in particolare le persone che hanno avuto nei tre anni precedenti delle condanne per reati commessi nella stessa zona nella quale ricevono il Daspo. In particolare, è previsto per chi si è reso responsabile di reati legati agli stupefacenti. Per queste persone già nel Decreto Minniti era previsto con una durata maggiore di un anno.

I Decreti intervengono su questo sistema di Daspo urbani ampliandolo. Il Decreto Lamorgese non modifica nulla di questo ampliamento, assolutamente nulla. Come dicevate voi all’inizio, ci sono stati interventi nella parte sull’immigrazione, di cui non parliamo stasera e di cui non mi sono tanto occupata, ma a me ha molto preoccupato che restasse in vita un impianto che chi si occupa di questi temi definisce come diritto amministrativo punitivo, particolarmente problematico nel nostro Paese.

Con riferimento ai Decreti sicurezza, Minniti prima, e Salvini poi, si può parlare di criminalizzazione della marginalità sociale. Dunque, le vorremmo chiedere di spiegarci più nel dettaglio che cosa si intende per marginalità sociale e per criminalizzazione della stessa.

Ricollegandomi a quanto dicevo prima, gradualmente gli interventi di sicurezza urbana si sono sempre più di frequente rivolti ad alcune categorie di soggetti che vivono nelle nostre città e che sono considerati portatori di forme di disordine urbano. Il Decreto Minniti si concentra su questa idea del decoro, un concetto ottocentesco e moralistico che dà un’idea di cos’è il comportamento decoroso. Troviamo in altri Paesi termini molto simili, magari un pochino più moderni. Per esempio, gli spagnoli utilizzano “convivenza civile” per riferirsi esattamente agli stessi strumenti, termine politicamente più corretto rispetto al nostro ottocentesco decoro, però è sempre la stessa storia.

Si tratta di misure che intervengono su soggetti della marginalità urbana: li definiamo così perché non sono consumatori, non sono i cittadini perbene che affollano lo spazio pubblico e, anzi, sono una presenza che crea, secondo chi ha pensato questi strumenti, disturbo all’ordinario svolgersi della vita urbana, o perché ricorda immagini della povertà, o perché ci fa vedere delle enormi disuguaglianze. Dà un’idea, secondo chi le ha pensate, di sgradevolezza, di presenza problematica.

Queste figure nel nostro Paese, in particolare, sono soprattutto gli stranieri, perché vivono nell’economia informale delle città e per sopravvivere si prostituiscono, le straniere in particolare, o passano le loro giornate a vendere gli accendini all’interno di questi mercati della povertà, o fanno i parcheggiatori abusivi. Una delle figure classiche oggi della marginalità urbana, una di quelle sulle quali più si è concentrata l’attenzione di questi interventi punitivi, sono i mendicanti, spesso assimilati completamente alla popolazione rom.

La criminalizzazione di questi status o di questi comportamenti è evidente se pensiamo, ad esempio, che la mendicità è stata dapprima decriminalizzata da una Sentenza della Corte Costituzionale a metà degli anni Novanta, poi, alla fine degli anni Novanta, con una Legge, è stata completamente depenalizzata anche la sua forma considerata più sgradevole, cioè la mendicità invasiva o aggressiva, e oggi, con i Decreti Salvini, è stata criminalizzata di nuovo: oggi è un reato mendicare nelle città.

Quindi, quelli che noi abbiamo considerato per molti anni dei problemi sociali, sostanzialmente la povertà nelle zone urbane, sono ridiventati problemi criminali: io questo lo ritengo un arretramento della civiltà in generale. È chiaro che non si arriva a prevedere l’utilizzo dello strumento penale, a parte i casi di trasformazione di certi comportamenti in reati veri e propri – come la mendicità o l’esercizio della funzione di parcheggiatore abusivo quando si utilizzano minori, che è diventato di nuovo un reato – ma si prevede l’utilizzo di strumenti amministrativi, che però non sono meno punitivi rispetto al carcere in senso stretto: le multe sono molto elevate, queste persone non possono quasi mai pagarle.

Tra l’altro, è uno strumento di difficile applicazione, ha una valenza più simbolica che altro; per fortuna, nel senso che non riesce ad avere quella efficacia che vorrebbe, però impedisce i movimenti delle persone, quindi ha un aspetto che se non è di criminalizzazione, nel senso penale, nel senso stretto del carcere, comporta comunque degli effetti afflittivi sulla vita di queste persone.

Noi non abbiamo degli studi sui risultati di questa criminalizzazione nel nostro Paese, ma in altri contesti dove sono stati fatti si vede che, ad esempio, le misure di messa al bando, cioè i Daspo urbani, comportano per le persone che li subiscono l’impossibilità di accedere ai servizi sociali o sanitari. Per esempio, impediscono ai tossicodipendenti di accedere a servizi di cui hanno bisogno oppure di entrare in certe aree della città dove hanno delle relazioni personali importanti per la loro vita. Quindi aggiungono, ad una situazione già di marginalità, un aspetto punitivo che rende queste persone ancora più marginali e stigmatizzate all’interno della città.

Quindi, ricollegandoci anche al ragionamento fatto prima sul rapporto tra marginalità sociale e stranieri, vediamo che il Legislatore, fin da Minniti, ha sempre accostato la disciplina della sicurezza urbana, ad esempio dei Daspo, a quella dell’immigrazione, includendo anche argomenti particolarmente sensibili, come quello della protezione internazionale. Esiste effettivamente un collegamento fra queste due sfere e quali sono le connessioni tra le due tematiche?

È una domanda che richiederebbe davvero molto tempo per essere esplorata nel dettaglio. Mi limito ad alcune brevi considerazioni. In Italia c’è stata una coincidenza temporale tra l’emergere dei problemi legati all’immigrazione – nel senso di un aumento significativo di presenza di stranieri nel nostro Paese – e l’emergere delle politiche di sicurezza. Io tendo a pensare spesso che le politiche di sicurezza hanno iniziato ad un certo punto a riempire dei vuoti nella capacità di gestire in maniera giusta, e anche efficiente, le politiche migratorie; sostanzialmente hanno riempito un vuoto politico su cui ci sarebbe da parlare per molto tempo.

C’è stata una coincidenza temporale perché a metà degli anni Novanta, quando emergono le politiche di sicurezza, anche i problemi legati all’immigrazione diventano più significativi. Poi, nel nostro Paese, il tema della criminalità è stato legato molto con quello dell’immigrazione, non considerando che la criminalità era aumentata ben prima delle ondate migratorie degli anni Novanta. Infatti, la criminalità di strada cd predatoria – secondo i termini che sono entrati nel linguaggio giornalistico – è iniziata ad aumentare verso la fine degli anni Settanta e, anzi, negli ultimi dieci anni sta addirittura diminuendo, in Italia come in molti altri Paesi.

È paradossale che negli ultimi dieci anni abbiamo avuto gli interventi più repressivi, nel momento in cui tutti i dati ci dicevano che la criminalità stava diminuendo. Collegare criminalità e sicurezza è politicamente molto proficuo, porta consenso, è l’individuazione classica del nemico. Se in altri Paesi ci si focalizza di più su nemici diversi, a seconda della storia del Paese, nel nostro, per questa coincidenza particolare, è diventato molto comune assimilare sicurezza e criminalità degli stranieri, e così è rimasto.

Lo stesso decreto Lamorgese che cerca di evitare il termine sicurezza nel titolo, in realtà non spezza completamente questo binomio, così come non lo aveva spezzato Minniti, che aveva emanato due diversi decreti uno per l’immigrazione e uno per la sicurezza. Nell’immaginario, nel discorso pubblico, politico e dei media, i due temi sono rimasti associati e la responsabilità è di una classe politica che ha contribuito a convincere i cittadini di questa combinazione, cioè che la nostra sicurezza venisse messa in pericolo dalla presenza degli stranieri. Ora, sia vero o no, tutto il contributo degli stranieri alla criminalità è un tema serio che richiederebbe più tempo. Se è vero che per alcune tipologie di reati gli stranieri sono coinvolti, magari più degli italiani, ad ogni modo, i numeri che noi abbiamo sono difficili da guardare e da capire, anche perché vi è una presenza molto consistente di stranieri che non risulta, di cui non sappiamo nulla. Però è altrettanto vero che questo problema poteva essere affrontato in maniera diversa. I rischi di coinvolgimento di giovani maschi, che non hanno una rete di protezione in un ambiente nuovo, potevano essere previsti e controllati con degli strumenti di tipo diverso.

Visto che abbiamo detto che, indipendentemente dal colore politico, gli interventi normativi negli ultimi anni sono stati dello stesso tipo ed evidentemente non hanno avuto dei risvolti positivi, a questo punto, quale potrebbe essere l’alternativa per la gestione della sicurezza e anche della marginalità sociale?

Anche questa è una domanda che richiederebbe tanto tempo, ma provo a sintetizzare.
Queste tipologie di interventi sono state fatte proprie da sindaci di centro sinistra come da sindaci di centro destra. Questo è un aspetto preoccupante quindi è importante ricordarlo, e lo è perché un certo tipo di cultura del controllo dei comportamenti ha pervaso completamente la nostra classe politica, indipendentemente dalle differenze di ideologia, di visione della società, dei problemi sociali. Questo è l’aspetto veramente preoccupante.

Quando ho lavorato al mio libro sulla Sicurezza Urbana 2, che è uscito l’anno scorso, ho trovato dei progetti di riforma della legge sulla sicurezza urbana del 2015 che erano stati elaborati dall’ANCI, allora presieduta dal sindaco di centro sinistra del comune di Bari, progetti a cui avevano lavorato sindaci di centro sinistra, e che contenevano quella bozza che poi Minniti non accettò, ossia quelle stesse disposizioni che ha riportato poi Salvini nei suoi decreti. Questo non si dice mai.

Alcune delle norme del Salvini 1 e 2, comprese quelle sull’ordine pubblico che criminalizzano la protesta, vengono da una bozza di sindaci del centro sinistra, e io trovo questo un fatto gravissimo. Ripeto, è veramente importante fare un’operazione culturale nella sinistra italiana, o nel centro sinistra, come lo si voglia definire oggi. Anche se difficile, è importante fare un’operazione culturale di recupero di certi valori e visioni della società, sarebbe il punto di partenza fondamentale. Il che significherebbe tornare a considerare i problemi sociali come problemi sociali e i problemi di criminalità vera e seria come problemi criminali, e non mescolare i due piani.

Lo stesso si dovrebbe fare con i problemi del disordine urbano: una città sporca e tenuta male non è responsabilità soltanto di chi vive per strada e non ha altro modo di vivere, ma anche di manutenzione urbana, di investimenti che si fanno su altro e non sulla manutenzione quotidiana.

Quindi, bisognerebbe riportare i problemi alla loro natura e origine, dopodiché li si potrebbero individuare per risolverli. Forse bisognerebbe tornare alle origini di quelle politiche di sicurezza urbana, forse un po’ ingenuamente idealistiche, che speravano di poter intervenire creando nelle città un nuovo ordine sociale che non avesse nulla a che fare con la repressione, ma che potesse garantire degli spazi di libertà a tutti quanti, risolvendo dei problemi evidenti di competizione dello spazio pubblico che stavano venendo fuori, utilizzando però delle misure che non avessero nulla a che fare con il diritto amministrativo punitivo da cui siamo stati invasi negli ultimi anni.

Un’ultima cosa. Non abbiamo dati sull’efficacia di Minniti, Salvini e Salvini bis; possiamo ipotizzare che abbiano un impatto afflittivo verso queste persone, ma sicuramente non hanno nessun impatto né sui fenomeni criminali veri, né su quelli di strada: non influiscono sugli scippi, sulle rapine. Sono interventi di tipo molto simbolico. In un recente convegno un Vice-Questore ha detto che non vi era necessità del Daspo urbano perché esisteva già il foglio di via, quindi non c’era bisogno di introdurre altri strumenti punitivi poiché ne avevano già a sufficienza.
Il problema fondamentale sono le culture politiche, sia di destra che di sinistra, che stanno governando nel nostro Paese purtroppo negli ultimi anni. Ciò non è diverso da quello che è successo in altri Paesi.

Mentre parlava mi è venuta in mente una riflessione. Il fatto di lasciare una grossa fetta della gestione della società al diritto amministrativo penso che sia una grande perdita nel processo di democratizzazione di un Paese, nel senso che il diritto penale ha delle garanzie costituzionali diverse da quello che può essere il diritto amministrativo, decisamente meno garantista, in cui si vede uno sbilanciamento di favore nei confronti dello Stato rispetto al cittadino che è estremo. Per cui, ogni volta che si toglie un pezzo al diritto penale e si lascia l’autonomia al diritto amministrativo e alle amministrazioni locali, si perde comunque una garanzia dei cittadini penso notevole.

Sì, sono d’accordo. Infatti, quando parlo del diritto amministrativo punitivo mi riferisco non solo alla particolare afflittività che può avere il diritto amministrativo, ma anche alla mancanza di tutele giurisdizionali rispetto al penale. Quindi, sono assolutamente d’accordo ed è una tendenza che va controllata, anche perché, tra l’altro, l’utilizzo del diritto amministrativo, e non penale, viene presentato come una misura positiva. Lo stesso Ministro Minniti si vantava del fatto di essere intervenuto in materia di sicurezza urbana senza aver previsto un mese di carcere per nessuno, senza aver utilizzato il sistema penale. Dicendo, sostanzialmente, “col diritto amministrativo io faccio una cosa molto più democratica, vengo incontro ai bisogni della società in una maniera che non è repressiva”.

Trascurando, però, tutta quella letteratura e ricerca che dimostrano, come dicevi giustamente, che il diritto amministrativo ha degli aspetti di afflittività forti. E diciamo che da questo punto di vista l’Italia non è nella situazione peggiore. Se si guarda alla Spagna, sono spaventose le misure che utilizzano il diritto amministrativo, sono terribili, con delle multe che arrivano a livelli spaventosi.

Rispetto agli amministratori locali il discorso è in parte diverso. Questa tendenza è diventata più forte quando è stato il governo nazionale a prendere in mano la questione della sicurezza urbana, già con il Ministro Maroni nel 2008, perché una volta che si affida questo tema anche agli apparati burocratici dello Stato, al dipartimento di pubblica sicurezza, al Ministero dell’Interno, ovviamente la razionalità è di tipo punitivo, quindi si trasferisce un approccio punitivo anche all’interno del diritto amministrativo. Con i sindaci, almeno in origine, c’era la speranza di individuare una modalità diversa, proprio perché non sono soggetti che hanno competenze di tipo repressivo. Poi però sono d’accordo con te che, nel tempo, i sindaci hanno sentito il bisogno di legittimarsi rispetto ai loro cittadini con l’utilizzo di una risorsa che non è quella penale, ma quella amministrativa. Quindi, alla fine, sia che si guardi a livello locale che a livello centrale, la cultura comune è quella che dicevo prima e i risultati sono quelli di cui abbiamo parlato oggi.

Rispetto a quello che diceva dello spazio urbano, io vivo a Torino e c’è un progetto che si chiama Condominio Museo. Hanno preso un condominio molto degradato di un quartiere altrettanto degradato e lo stanno rimettendo a posto, con vari fondi, e c’è un po’ di attività dell’Università. Il capo progetto, che è un artista che abita nel palazzo, diceva che quello che ha notato nella ristrutturazione di questo palazzo – che poi è un progetto più ampio, perché era un luogo di spaccio – è che, effettivamente, la comunità ha visto il passaggio da un luogo simbolo della propria emarginazione (perché vivere in un contesto di quel tipo era sintomo e simbolo della loro emarginazione) a un luogo vissuto come proprio, in cui si identifica. Quindi c’è sì un miglioramento della zona, ma c’è anche un coinvolgimento della cittadinanza, c’è un miglioramento nelle singole vite, non c’è la persona che vede un intervento da parte dell’amministrazione, per cui dopo due mesi la situazione è quella di partenza, ma essendo un miglioramento che arriva dall’interno effettivamente cambia radicalmente il luogo e il tessuto di quella società.

Infatti, come dicevi, le possibilità alternative esistono. Tra l’altro, il principio del senso di appartenenza è fondamentale: basterebbe riprendere gli studi della Scuola di Chicago degli anni Trenta, gli interventi sulla criminalità e sui quartieri degradati che partivano dal ricostruire la comunità, per far sentire tutti parte di quel territorio con un coinvolgimento diretto. Quindi le alternative esistono, le alternative alle ordinanze, alla videosorveglianza, al Daspo, esistono, e per fortuna sono ancora praticate, ma non sono più visibili nel discorso pubblico e politico. Il Decreto Minniti è anticipato da una relazione in cui con parole roboanti si dice “vogliamo ridurre la marginalità, eliminare l’esclusione sociale”.

Dalla relazione al decreto sembra che ci sarà la rivoluzione nel giro di pochissimo, poi gli unici finanziamenti sono per un piano di videosorveglianza. Basterebbe invece ipotizzare un programma di prevenzione sociale col contributo delle città e finanziare questi progetti che, ora come ora, fanno fatica. Io ricordo altri casi, uno l’ho visto realizzare a Genova proprio sui mercati della povertà, con la regolarizzazione dei mercati della povertà attraverso l’attribuzione di uno spazio a chi vende cose piccole, rendendolo legittimo e controllato, offrendo così alternative a chi vive di queste cose; so che è stato fatto anche a Torino, il mercato del Balon.

Al Balon però ci sono state proteste, perché la parte più degradata, definita in modo pessimo dalla stampa “straccivendoli”, è stata spostata, per cui effettivamente non hanno risolto un problema, non hanno dato un’alternativa, ma hanno spostato la periferia un po’ più in là. È vero, qualcuno trae beneficio, però moltissimi altri, i più deboli, sono stati esclusi e spostati. È sempre difficile fare questo tipo di interventi, nel senso che qualsiasi scelta ha complessità notevoli, si migliora una parte e si peggiora l’altra. Il palazzo di cui le parlavo è proprio lì, a Porta Palazzo.

Infatti, Porta Palazzo è proprio una zona molto studiata.

Noi viviamo a Bologna. Rispetto agli interventi attraverso i decreti, principalmente di tipo repressivo, e gli investimenti, specialmente in apparati di polizia e di videosorveglianza, abbiamo visto come quelle realtà in cui si riesce a fare comunità e collettività, e si riesce a riappropriarsi dello spazio urbano e a viverlo e a renderlo accessibile a tutti e tutte, sono poi di fatto delle realtà che sono caratterizzate dall’autogestione, che partono dal basso, che non trovano un incentivo da parte delle amministrazioni locali e poi, di riflesso, nazionali, ma, anzi, sono state stigmatizzate, come poi tutti i fenomeni di cui abbiamo parlato. Almeno per la mia esperienza nella realtà di Labàs a Bologna, in cui abbiamo anche organizzato il dormitorio autogestito di Accoglienza Degna, anziché trovare un supporto, un dialogo con l’amministrazione, per rafforzare un tipo di progetto che andava comunque a integrare il piano freddo, c’è stata un’assenza di dialogo e sicuramente non una sponsorizzazione di questa realtà, come di altre realtà analoghe. Realtà in cui si permette, tra l’altro, anche ai migranti, che sono coloro che hanno più difficoltà di integrazione nel tessuto urbano, di creare una rete diversa da quella che porta all’economia informale, sommersa e illegale. Se non si incentivano posti simili è più difficile avere quell’integrazione necessaria per avere un tessuto urbano ricco e vivibile, ma, anzi, aumentano le condizioni di marginalità che vengono poi criminalizzate, come abbiamo detto fino ad adesso.

Infatti, anche tutto questo lavoro dal basso che si sta facendo è molto poco conosciuto, a volte penso che dovremmo fare autocritica anche noi che ci occupiamo di questi temi perché stiamo solo a studiare la videosorveglianza, la punizione, gli aspetti amministrativi. Dovremmo fare una grandissima ricerca su queste esperienze che non hanno visibilità sulla stampa mainstream, ma per conoscerle bisogna avere conoscenze, amici, legami in questi ambienti, sono completamente tagliate fuori dalla visibilità pubblica.

Quindi, penso che a volte abbiamo una responsabilità noi ricercatori o docenti nel focalizzarci troppo su questi aspetti: in realtà, una buona parte di noi lo fa per denunciare una deriva repressiva e autoritaria nel nostro Paese, però, spesso, dimentichiamo di studiare o partecipare di più alle iniziative più dal basso, che forse adesso producono i risultati più interessanti dato che le amministrazioni locali ora sono completamente disinteressate a investire la loro immagine su questo genere di attività e preferiscono poter annunciare alla cittadinanza che hanno acquistato l’ultimo drone per sorvegliare la città. L’hanno fatto a Firenze, non a Bologna ancora.

  1. Le modifiche ai decreti-sicurezza. Illustrazione aggiornata dell’Avv. Paolo Cognini
  2. Rossella Selmini, Dalla sicurezza urbana al controllo del dissenso politico, Carocci editore 2020