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Verona: cronache di ordinaria ingiustizia

L'amministrazione chiude i dormitori invernali e lascia per strada 80 ospiti. Poi la riapertura, ma entra solo chi ha il "permesso"

Nella foto il Laboratorio Paratodos

Un bel regalo, quello che il Comune di Verona, ha fatto ai lavoratori migranti, per il primo maggio, festa del lavoro! “Siamo tornati al dormitorio come ogni sera, dopo aver passato la giornata a raccogliere fragole nei campi della Bassa, e ci siamo sentiti dire che dovevamo raccogliere le nostre cose e di andarcene, perché il Comune aveva deciso di chiudere la struttura”, raccontano. E così, una settantina di migranti si è trovata di punto in bianco, sbattuta per strada. Si tratta di manodopera considerata indispensabile dai produttori agricoli locali. Lavoratori insindacalizzati, sfruttati (se va bene) con contratti capestro o addirittura senza nessun tipo di tutela. Lavorano dal sorgere del sole al tramonto per pochi euro, per rifornire i nostri supermercati di frutta e di verdura. Il trattamento economico al quale devono soggiacere, non permette loro neppure di pensare ad affrontare le spese di un affitto.

E così erano costretti a vivere nel dormitorio che il Comune aveva predisposto per affrontare l’emergenza freddo. Con l’approssimarsi della primavera, le associazioni per i diritti dei migranti avevano chiesto all’amministrazione di prolungare l’apertura del dormitorio o, come sarebbe preferibile, adoperarsi per trovare una soluzione alternativa e meno precaria a questa sistemazione d’emergenza.

Ci avevano anche assicurato di sì – spiega Giorgio Brasola, portavoce del laboratorio Paratodos – ed invece poi si sono rimangiati la parola, hanno cambiato idea e, senza nessun preavviso, hanno chiuso la struttura lasciando la gente in strada!” 


Per i lavoratori migranti, non c’è solo l’innegabile disagio di dormire per strada, senza un tetto sulla testa. Si tratta persone con un permesso di soggiorno regolare ma in via di rinnovo. Un certificato di residenza è indispensabile per ottenere questo rinnovo. Il nostro sistema di (mala) accoglienza sembra strutturato per “clandestinizzare” i lavoratori migranti. “Tutto è pensato perché non possano mai uscire dal precariato – commenta Giorgio Brasola – e il loro lavoro possa continuare ad essere sfruttato senza nessuna garanzia sindacale. Devono rimanere invisibili, senza diritti”. 



La risposta che l’amministrazione comunale di Verona non ha saputo o, più probabilmente, voluto dare, l’hanno data centinaia di cittadini che hanno aperto le porte dei loro spazi comuni, che hanno portato brande, coperte, materassi, ma anche saponi, detergenti, carta igienica, cibo. Soprattutto, hanno portato solidarietà, sostegno e, non meno importante, qualche sorriso. Infermieri e medici volontari del Cesaim, l’ambulatorio di medicina che accoglie immigrati sprovvisti di assistenza sanitaria, hanno fornito assistenza medica e praticato i tamponi che sono fondamentali in tempi di pandemia come questo che stiamo attraversando. Fondamentali non solo per chi vi si sottopone, ma per tutta la comunità per un possibile tracciamento del contagio.

Persone senza nessun ruolo istituzionale che hanno saputo inventarsi quelle risposte che le istituzioni, con tutti i mezzi a loro disposizione, non hanno voluto dare.

Diciassette di questi migranti hanno trovato casa negli spazi del Laboratorio Paratodos. “Ci stiamo chiedendo però dove sono finiti gli altri – conclude Giorgio Brasola -. Non eravamo preparati ad affrontare una emergenza di queste proporzioni. Ci sentiamo piccoli ma non accettiamo di cedere ad un sentimento di impotenza. Grazie a tutte le persone che ci hanno aiutato ad accogliere questi migranti. Non solo per i generi di prima necessità che ci hanno donato ma soprattutto per averci dato forza e coraggio”.

Proprio la grande risposta venuta dalla gente comune, ha spinto l’amministrazione a riaprire la struttura, sia pure con criteri di ammissione diversi. In altre parole, il dormitorio è stato riaperto ma… non per tutti!

Il freddo non è più una emergenza e solo alle persone “in regola” è stato permesso il ritorno nel dormitorio. Chi non ha fatto distinzione tra possessori o meno di un regolare documento, sono le attiviste e gli attivisti del Paratodos che continua ad ospitare chi ha bisogno di un tetto. Tre dei ragazzi sono ancora ospiti del laboratorio autogestito.

Per loro, ma anche per tutti gli altri lavoratori migranti che non possono e non devono accontentarsi di un posto letto precario in un camerata, la lotta continua, spiegano al Paratodos. “Al Comune di Verona chiediamo di investire più risorse nei servizi sociali e di mettere a punto una seria politica che risolva strutturalmente il problema dell’accoglienza e del diritto alla casa per i tanti, che siano migranti, disoccupati, precari sottopagati, che non riescono ad averla, nella consapevolezza anche che allo scadere del blocco degli sfratti la situazione diventerà esplosiva. Alla Prefettura ed alla Questura di snellire le procedure per l’ottenimento del permesso di soggiorno per chi ha fatto domanda di sanatoria, nonché di agevolare le pratiche per il rinnovo, in quanto la mancanza di questo documento condanna le persone alla precarietà, alla ricattabilità e all’invisibilità“.

Paratodos in fondo, significa ”Per tutti” e riprende un noto slogan zapatista: “Para todos todos, nada para nosotros”. Tutto per tutti, niente per noi. Perché, proprio in questi tempi di pandemia, se c’è una cosa che il Covid dovrebbe averci insegnato è che i diritti, come quello alla salute, o sono di tutti o non sono di nessuno.

Riccardo Bottazzo

Sono un giornalista professionista.
La mia formazione scientifica mi ha portato a occuparmi di ambiente e, da qui, a questioni sociali che alla difesa del territorio sono intrinsecamente legate come le migrazioni. Su questi temi ho pubblicato una decina di libri. Attualmente collaboro a varie testate cartacee e on line come Il Manifesto, Global Project, FrontiereNews e altro.
Per Melting Pot curo la  rubrica Voci dal Sud.