Il tempo negato

Ritardi, circolarità e privazioni nella vita dei soggetti migranti

Photo credit: Vanna D'Ambrosio

Che vita è
una vita senza tempo?

Nei discorsi sulla migrazione, il richiamo alla libertà di movimento è così centrale da oscurare un elemento fondamentale nell’esperienza non solo dei soggetti che tentano il loro viaggio, ma anche di coloro che sono già riusciti ad oltrepassare i confini dell’Unione Europea: la temporalità. Il tempo struttura le nostre vita, determina le nostre scelte, influenza i nostri comportamenti. Il tempo come bene massimo, impagabile; come vita, in fondo. E se il tempo è vita perchè nel suo scorrere possiamo costituirci come soggetti, è la sua privazione a farci scalpitare. Abbiamo bisogno del tempo, della libertà di gestirlo per per pensarci come soggetti autonomi, indipendenti, emancipanti.

In un bellissimo saggio sul tema dell’esternalizzazione dei confini, Stephan Scheel (2017) analizza i processi di ottenimento del visto per Unione Europea in alcuni Paesi del Nord Africa. L’autore sostiene che la migrazione illegale sia un prodotto diretto del “regime dei visti”, un sistema che non permette ai più di intraprendere un viaggio legale. Tale sistema è infatti caratterizzato da due fattori che incidono su questa (im)possibilità: da un lato, i criteri d’ottenimento del visto riflettono i requisiti di una percentuale estremamente elitaria della società; dall’altro, tutto il processo è attraversato da un’estrema imprevedibilità, legittimata dall’idea che esista sempre una percentuale di rischio nel concedere i permessi.

Ogni dossier è differente”, recitano come un mantra gli operatori degli uffici della migrazione, e la scelta ultima circa la concessione del documento è attribuita a chi lo ha preso in carico. I criteri formali – che come abbiamo visto sono elitari – sono intrecciati con quelli informali, legati a forme più sottili quanto profonde di capitale: sociale, simbolico. Ecco dunque il primo luogo in cui si produce illegalità: la mobilità è irrefrenabile, a prescindere dai meccanismi di controllo che vengono messi in atto. Dunque i soggetti che non ottengono il visto, semplicemente adottano strategie altre per viaggiare, strategie definite illegali precisamente attraverso questa macchina dell’illegalizzazione (Scheel, 2017).

Ma cosa avviene ad un livello più esperienziale? Le traiettorie di vita dei soggetti sono inseriti all’interno di questo sistema che li costringe ad adottare strategie innovative – e Maurice Stierl (2017) parla in questo senso di “eccesso” di potenzialità, di forza creatrice della migrazione – per poter realizzare bisogni e desideri. Queste strategie sono tuttavia determinate da un campo di forze dove è ben chiaro chi sia il dominante, chi il dominato. Questo campo ha quindi un potere performativo nella definizione dei soggetti a livello giuridico e a livello della mobilità, determinando – indirettamente – i percorsi da intraprendere per poter perseguire il viaggio.

Legato a questi due livelli, s’intreccia poi quello della temporalità, forse il meno considerato ma certamente rilevante. Il viaggio che i soggetti intraprendono li costringe infatti in un tempo estraneo, sospeso, circolare; un eterno ritorno strutturato su pratiche burocratiche, impasse giuridici, controlli ai confini. Tutti elementi istituzionali che contribuiscono ad estendere l’esperienza dell’illegalità, del viaggio e della sofferenza che esso può provocare.

Koshravi (2018), a questo proposito, ci ricorda come l’Altro, il diverso, l’estraneo, sia inserito in una temporalità lontana, pregressa e statica, secondo una prospettiva che affonda le sue radici nella dinamica coloniale e nella produzione dei binomi oppositivi sviluppato-primitivo, moderno-tradizionale. Il sistema europeo di gestione dei flussi migratori, sostiene il professore, si struttura quindi su un tempo razzializzato e razzializzante, il cui presupposto si ritrova nella considerazione del “non-bianco” come oggetto, la cui esistenza può – e deve – essere organizzata, controllata, determinata da regole ben precise. Concretamente, quest’ideologia si attualizza attraverso diverse pratiche: il “campo” per rifugiati, ad esempio, può essere visto come uno strumento di decelerazione per la migrazione (Marelli&Tazzioli, 2017).

Allo stesso modo, le varie categorie giuridiche che definiscono la condizione del soggetto sono caratterizzate, da un lato, dalle procedure burocratiche dai tempi infiniti, dall’altro sono sempre legate a temporalità specifiche: possibilità di rimanere per un dato periodo di tempo, necessità di andarsene entro una data, etc etc.

Ecco che, sempre secondo Koshravi, una temporalità decisa dall’alto è il primo elemento che segna la vita dei soggetti in movimento: essi sono inseriti innanzitutto nell’attesa. Un’attesa alienante, perpetua, confusa e imprevedibile. Basti pensare alle innumerevoli testimonianze di coloro che, nei paesi periferici dell’Unione, attendono da anni l’ottenimento dell’asilo. L’attesa poi si interseca con il ritardo: i corpi sono decelerati (come nel campo) e la loro esistenza, i loro desideri, le loro necessità…tutto è posticipato, rimandato in nome di una sicurezza europea, di una necessità di gestione, di una presunta impossibilità d’integrazione.

Queste dinamiche di attesa e ritardo trovano la loro espressione massima nel momento in cui i soggetti sono sottoposti a condizioni di circolarità, che risultano nella sensazione del non-arrivare-mai. Certamente, le procedure messe in atto dalla Convenzione di Dublino contribuiscono in larga parte a produrre circolarità.

Prendiamo il caso di un soggetto che, arrivato in uno dei Paesi periferici dell’Unione, viene fermato, identificato, ed inserito nel circuito di richiesta d’asilo. Dal punto di vista dell’Europa, che non concepisce l’esistenza di una gerarchia tra i diversi Paesi Europei, egli è arrivato. (Tale gerarchia è tuttavia ben presente e chiara nell’immaginario dei soggetti che si muovono, i quali danno vita ad una conoscenza condivisa circa le dinamiche all’interno dell’Unione che influenza radicalmente i loro desideri di movimento (Osseiran, 2017)).

Tuttavia, dalla prospettiva personale, la meta non è ancora stata raggiunta: non vuole stare in Italia, o Spagna, o Grecia. Così continua il viaggio, ma viene nuovamente fermato, identificato, risulta essere un “dublinato”. Così viene rispedito in Italia, Spagna, o Grecia. Si ritrova nuovamente all’inizio del suo percorso in Europa. La sua esistenza è ritardata, è in attesa. Come altro si può definire questo se non un furto dell’esistenza di queste persone? Persone con la loro immensa complessità, persone-universo come noi, declassati alla funzione di meri corpi, nemici o vittime. È da molto tempo ormai giunto il momento che le istituzioni riconoscano a questi soggetti la loro piena legittimità umana e politica, sulla base di quegli stessi valori considerati fondanti per la nostra società.

Brevissima riflessione sul sé:

Questo è uno dei molti discorsi che parla delle persone e non con esse. Per questo, seppur non volontariamente, contribuisce inevitabilmente alla (ri)produzione di quelle dinamiche di potere che, in larga scala, osserviamo nella gestione dei processi migratori e che sono oggetto delle nostre denunce. Anche scrivere di qualcun’altro è un atto di forza, una manifestazione di quella relazione subordinante. Ecco che diventa fondamentale riconoscere tale dinamica e ricordare a noi stessi quanto e come, seppure in minima parte, o inconsapevolmente, o a causa della nostra inevitabile appartenenza ad una società dominante, i nostri discorsi siano comunque discorsi di potere – e necessariamente parziali.

Bibliografia

Garelli G., Tazzioli M., “Choucha beyond the Camp: Challenging the Border of Migration Studies”, in The Borders of Europe: Autonomy of Migration, Tactics of Bordering, De Genova, N., 2017, pp.165-184

Koshravi, Video

Osseiran S., “Europe” from “Here”: Syrian Migrants/Refugees in Istanbul and Imagined Migrations into and within “Europe”, in The Borders of Europe: Autonomy of Migration, Tactics of Bordering, De Genova, N., 2017, pp. 185-209

Scheel S., “The Secret Is to Look Good on Paper: Appropriating Mobility within and against a Machine of Illegalization”, in The Borders of Europe: Autonomy of Migration, Tactics of Bordering, De Genova, N., 2017, pp. 37-63

Stierl, M., “Excessive Migration, Excessive Governance: Border Entanglements in Greek EU-rope”, in The Borders of Europe: Autonomy of Migration, Tactics of Bordering, De Genova, N., 2017, pp. 2010-232