«Le nostre vite non possono più aspettare!»

Napoli si mobilita per i permessi di soggiorno

Dopo più di un anno di pandemia, è ormai chiaro che non siamo tutti uguali davanti al virus, e che l’emergenza ha colpito alcune persone più duramente di altre. Lo sanno bene gli attivisti e le attiviste del Movimento Migranti e Rifugiati di Napoli, che ogni giorno si misurano con le disuguaglianze quotidiane affrontate da chi si ritrova costretto in una situazione di irregolarità. Non avere dei documenti regolari significa vedere compromessi i propri diritti, dalla salute al lavoro alla casa. In questo periodo ancora più di prima, sono essenziali delle tutele per chi oggi ne è rimasto escluso.

Photo credit: MMRN
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Il Movimento ha indetto una manifestazione per il 17 giugno, per portare all’attenzione delle autorità questi problemi. Qual è la vostra proposta, e in particolare cosa intendete con Permesso di Soggiorno di Emergenza?

Stante il fatto che esistono diversi tipi di permessi di soggiorno, il principale è quello per lavoro, che sia esso subordinato o autonomo, così come previsto dall’ordinamento giuridico in materia di immigrazione, che lega a doppio filo la permanenza regolare ad un contratto di lavoro. È però impensabile che in un contesto di emergenza sanitaria e di crisi economica ciò sia ancora la pietra angolare per ottenere un documento. La richiesta di un permesso di emergenza dunque, vista poi l’impossibilità di rimpatri, della durata di un anno e convertibile per lavoro, renderebbe le persone straniere residenti capaci di poter far fronte ai bisogni più basilari, come l’accesso ai servizi sanitari e alla campagna vaccinale, in una maniera dignitosa.

Photo credit: MMRN
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Che riscontro vi aspettate dalla Prefettura? E dalla comunità di Napoli in generale?

La parola comunità è centrale in questo discorso. Come ribadito anche durante la nostra conferenza stampa, non si tratta solo di diritti dei migranti, ma è una questione che coinvolge la città tutta. Il Covid ha svelato molte delle contraddizioni che vive questa società. Nessuno si salva da solo, e fino a quando tutti non avranno accesso al vaccino, questa storia non può finire veramente. Per quanto concerne il lavoro messo in campo dalle istituzioni competenti a disbrigo delle pratiche, si è rivelato insufficiente anche a causa di una norma spesso oscura e farraginosa, quindi è auspicabile un accordo positivo che ponga come primario il benessere della collettività.

Photo credit: MMRN
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Come MMRN, avete criticato duramente la Sanatoria del 2020 fin da quando è stata approvata. Perché non è mai stata una soluzione adeguata alla situazione?

Sono davvero molte le critiche che si potrebbero fare sul provvedimento di emersione: il fatto che viene utilizzato dal legislatore ciclicamente per risolvere parzialmente il problema dei senza documenti, perché incapace di un politica immigratoria lungimirante; il rimpinguare le casse con i contributi pagati da lavoratori senza diritti; il regalo fatto ai padroni che vengono condonati dall’aver tenuto a nero per anni lavoratrici e lavoratori, i quali alla fine della storia si riscoprono ancora più merce, ricattabili ai fini dell’ottenimento del permesso.
Nel merito di questa sanatoria in particolare, critichiamo innanzitutto la modalità di concepimento della stessa: escludente e discriminante. La decisione di permetterne l’accesso solo a coloro che svolgono attività nei settori agricoli o a colf e badanti svela l’ipocrisia di una politica che piange e si compiace delle proprie scelte ma ancora una volta confina i corpi, segrega gli individui, li utilizza per ciò che ritiene necessario al paese. La sua attuazione poi, è emblematica della precisa volontà politica di cancellare l’invisibilità. Un provvedimento che doveva mettere in sicurezza i lavoratori tra i più esposti nella pandemia, che si ritrovano invece ad attendere anni con nulla in mano.

Photo credit: MMRN
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Che azioni avete organizzato sul territorio di Napoli per rispondere alle difficoltà di quest’anno di emergenza?

Si è molto ripetuto all’inizio della crisi pandemica che il Covid era democratico, che contagiava indiscriminatamente tutti. Poi è arrivato il lockdown, e si è vista la disparità tra chi nel lusso invitava gli altri a stare in casa, chi poteva permettersi di non andare a lavorare e chi ha rischiato la propria vita, spesso senza alcuna tutela, dalla coltivazione alla logistica, per assicurare la produzione e il benessere. Per questo ci siamo attivati, come sempre, con delle forme di mutualismo e solidarietà per sostenere chi ne aveva più bisogno, chi più era esposto e in difficoltà. Nella prima emergenza la consegna di derrate alimentari è stata possibile grazie al crowfonding, poi si è andato strutturato un free food program che ha assicurato una continuità nella consegna di viveri.

Photo credit: MMRN
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Lo slogan della manifestazione, “Le nostre vite non possono più aspettare!”, sottolinea un aspetto fondamentale, quello dell’attesa sfiancante, dei tempi lunghissimi della burocrazia. La questione del tempo negato ha un ruolo centrale nelle vite delle persone che chiedono di essere regolarizzate in Italia, ma molto spesso non emerge quando si parla di immigrazione e di diritti. Cosa significa convivere con ritardi e decisioni arbitrarie su cui non si ha un controllo?

I procedimenti burocratici in quasi tutti gli aspetti della vita dei migranti hanno tempi estenuanti. I ricorsi in tribunale per i richiedenti asilo possono essere fissati anche dopo anni. Un altro punto di discussione che metteremo sul tavolo della Prefettura sarà proprio quello dei tempi per il ritiro dei permessi di soggiorno in Questura. Il fatto che i permessi di soggiorno inizino il loro periodo di validità non dal momento dell’erogazione o dal foto segnalamento, ma dall’invio del kit alle poste, fa in modo che i pds possano durare anche otto, nove mesi in meno del dovuto. Ma non è solo di un’attesa di cose materiali che parliamo. Non possiamo più aspettare che le nostre vite vengano riconosciute degne di vita alla stregua di tutte le altre, non possiamo aspettare che uccidano un altro fratello nei campi, né il prossimo accordo con uno stato criminale o il prossimo atto di razzismo. Non possiamo aspettare che ci concedano ciò che ci è dovuto in quanto persone che costruiscono questo paese con il proprio sudore. All’art. 3 della Costituzione italiana, secondo comma, la parola “cittadini” è sostituta nell’ultima frase da “lavoratori”, ed i lavoratori stranieri sono la vita per questo paese. È tempo che la Repubblica rimuova gli ostacoli per la loro effettiva partecipazione politica, sociale ed economica.

Laura Morreale

Sono laureata in Mediazione linguistica e culturale all'Università per Stranieri di Siena e in Scienze delle lingue, storia e culture del Mediterraneo e dei Paesi Islamici presso l’Università degli studi di Napoli “L’Orientale”.
Mi interessa di mondo arabo-musulmano, migrazioni e contesti multiculturali.