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Respingimenti illegali e violenza alle frontiere. Regione balcanica, aprile 2021

Il rapporto di Border Violence Monitoring Network (traduzione integrale)

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Sommario generale

Ad aprile, il Border Violence Monitoring Network (BVMN) [[BVMN è una rete di organizzazioni di controllo attive in Grecia e nei Balcani occidentali, tra cui No Name Kitchen, Rigardu, Are You Syrious, Mobile InfoTeam, Josoor, [re:]ports Sarajevo, InfoKolpa, Escuela con Alma, Centre for Peace Studies, Mare Liberum, IPSIA, Collective Aid e Fresh Response]] ha riferito di 42 respingimenti, che hanno interessato 1125 migranti alle frontiere dei Balcani. Il report raccoglie le ultime testimonianze e dati di prima mano su questi incidenti, evidenziando i metodi violenti utilizzati dalla polizia alle frontiere esterne dell’UE. Viene esaminato anche il coinvolgimento di altri attori nella violenza alle frontiere e all’interno dei singoli paesi, come ad esempio i gruppi di destra.
Le espulsioni di massa da Durazzo nel nord-ovest dell’Albania, insieme ai respingimenti dalle isole dell’Egeo come Samos, sono continui promemoria del modo in cui le pratiche di pushback raggiungono in profondità l’interno dei territori, così come le aree di confine dirette. La diffusione della violenza tra la polizia urbana e rurale è un aspetto analizzato nella presente pubblicazione. Ci sono anche altri aggiornamenti riguardanti i paesaggi di confine e il modo in cui le diverse autorità hanno inserito i violenti respingimenti nel loro lavoro quotidiano, come al confine rumeno-serbo.
Uno degli sviluppi più urgenti di aprile è stata la sentenza della Corte Costituzionale emessa nei confronti della famiglia di Madina Hussiny, una bambina afghana di 6 anni uccisa durante un respingimento dalla Croazia. Il report esamina la sentenza, sia per la famiglia di Madina che nel più ampio contesto delle continue violazioni ai confini croati. Nel mese in cui BVMN ha pubblicato una serie di dati sull’uso della tortura contro i migranti, le conclusioni dei tribunali si collegano ad anni di prove di severi abusi durante i respingimenti.
Oltre a queste gravi prove sulla violenza alle frontiere, il report esamina le barriere sistematiche e gli abusi legati alla traduzione durante i respingimenti da paesi come la Croazia e la Romania. Le testimonianze di aprile illustrano i vari modi in cui le forze dell’ordine usano il linguaggio come mezzo per sbarrare l’accesso all’asilo, esternalizzando la comunicazione durante i respingimenti e attaccando fisicamente coloro che vengono ritenuti trafficanti.
Nella regione di Evros, BVMN ha documentato il mantenimento di diverse tendenze identificate negli ultimi mesi, in particolare: il continuo verificarsi di respingimenti a catena dalla Bulgaria alla Turchia attraverso la Grecia, l’utilizzo dei migranti per guidare le imbarcazioni usate per effettuare i respingimenti, e gruppi di migranti costretti a saltare nel fiume o a restare bloccati sulle isole.
Nel frattempo è aumentata la presenza di gruppi di destra e intimidazioni nei confronti dei migranti presso alcune comunità non ufficiali della Serbia e della Bosnia ed Erzegovina. La visita di una delegazione dell’AFD nel cantone di Una Sana, i continui sgomberi dei siti temporanei da parte della polizia e le pattuglie dei vigilantes che molestano i migranti in Serbia sono solo alcuni degli esempi registrati. Il report esamina anche le condizioni dei campi in tutta la regione, comprese la situazione relativa al Covid19, la chiusura di Kara Tepe e l’introduzione di tecnologie di sorveglianza nei centri greci. Insieme, questi aggiornamenti offrono una visione cupa del modo in cui il transito, l’accoglienza e i respingimenti vengono strutturati violentemente contro i migranti nei Balcani.
BVMN è una rete di organizzazioni di controllo attive in Grecia e nei Balcani occidentali, tra cui No Name Kitchen, Rigardu, Are You Syrious, Mobile Info Team, Josoor, [re:]ports Sarajevo, InfoKolpa, Escuela con Alma, Centre for Peace Studies, Mare Liberum, Collective Aid e Fresh Response.

Sommario

Generale
Network di segnalazione
Metodologia
Terminologia
Abbreviazioni

Tendenze nella violenza alle frontiere
Traduzioni e violenza linguistica
Pushback vicino al confine rumeno
Sito di confine utilizzato nei respingimenti albanesi
Ciclo di violenti respingimenti nella regione di Evros

Aggiornamenti sulla situazione

Croazia
• Sentenza della corte per la famiglia di Madina

Bosnia ed Erzegovina
• Delegazione AFD nel Cantone di Una Sana
• Sgomberi di alloggi informali da parte della polizia
• Condizioni covid-19 nei campi per le famiglie

Serbia
• Gruppi di destra molestano comunità informali

Grecia
• Chiusura di Kara Tepe
• Grande respingimento da Samos
• Sistema centauro e sorveglianza nei campi

Glossario dei report, marzo 2021

Struttura e contatti del Network


Generale

Network di segnalazione
BVMN è un progetto collaborativo tra più organizzazioni e ONG che lavorano lungo la rotta dei Balcani occidentali e in Grecia, documentando le violenze ai confini contro i migranti. I membri delle organizzazioni utilizzano un database comune come piattaforma per raccogliere le testimonianze di respingimenti illegali ottenute attraverso interviste.

Terminologia
Il termine pushback è una componente chiave della situazione che si è venuta a creare lungo i confini dell’UE (Ungheria e Croazia) con la Serbia nel 2016, dopo la chiusura della rotta balcanica. Pushback descrive l’espulsione informale (senza giusto processo) di un individuo o di un gruppo verso un altro paese. È in contrasto con il termine “deportazione”, che è condotta all’interno di un quadro giuridico. I pushback sono diventati una parte importante, anche se non ufficiale, del regime migratorio dei paesi dell’UE e di altri paesi.

Metodologia
Il processo metodologico delle interviste sfrutta lo stretto contatto sociale che i nostri volontari sul campo hanno con rifugiati e migranti per monitorare i respingimenti ai confini. Quando gli individui tornano con lesioni significative o storie di abusi, uno dei volontari addetti alla segnalazione delle violenze si siede con loro per raccogliere una testimonianza. Anche se la raccolta di testimonianze in sé si rivolge di solito ad un gruppo non più grande di 5 persone, i racconti possono riguardare anche gruppi di 50 persone. Le interviste hanno una struttura standardizzata che unisce la raccolta di dati (date, geo-localizzazioni, descrizioni degli agenti di polizia, foto di lesioni / referti medici, ecc.) a testimonianze delle violenze.

Abbreviazioni
BiH – Bosnia ed Erzegovina
HR – Croazia
SRB – Serbia
SLO – Slovenia
ROM – Romania
HUN – Ungheria
ITA – Italia
MNK – Macedonia del nord
ALB – Albania
GRK – Grecia
TUR – Turchia
EU – Unione Europea


Tendenze alle frontiere

Traduzioni e violenza linguistica
È comprensibile che si presti molta attenzione all’uso di abusi fisici e torture durante i respingimenti. Questi atti sono indicatori molto visibili di ciò che la “violenza” può significare per i migranti alle frontiere. Tuttavia, sono spesso accompagnati da una varietà di altri metodi strutturali, materiali e psicologici utilizzati dalle forze dell’ordine. Uno di questi, che è ugualmente centrale nell’esecuzione dei respingimenti, è l’abuso della traduzione e il modo in cui la violenza linguistica viene sfruttata dagli agenti quando catturano, trattengono ed espellono i gruppi di migranti.

È stato interrogato, hanno preso i suoi dati personali e le sue impronte digitali e ha dovuto firmare un documento che non ha capito in quanto non c’era un traduttore presente“. (24/01/21)

I casi registrati di recente dalla Croazia e dalla Slovenia (vedi 3.1) mostrano come le forze di polizia creino lacune nella comunicazione usando moduli non tradotti che i firmatari non riescono a capire perché sono nella lingua nazionale. Questi atti amministrativi portano regolarmente a violenti respingimenti, e sono spesso usati abusi fisici e intimidazioni per costringere le persone a firmare i documenti. Questa burocrazia, che comprende anche multe, funge da stratagemma per dare ai respingimenti una parvenza di legalità. Tuttavia, essendo i respingimenti stessi illegittimi, questi avvisi di allontanamento non tradotti e la conseguente mancanza di un rimedio giuridico sono semplicemente ulteriori esempi di come la polizia di frontiera si sta allontanando dal diritto internazionale. Vale anche la pena sottolineare le carenze dell’attuale direttiva UE sui rimpatri, che già crea notevoli zone grigie all’interno delle quali gli Stati membri possono ignorare o abbreviare l’accesso alla traduzione.

Al di là di questi abusi amministrativi, gli agenti di polizia usano anche la violenza linguistica durante l’arresto. Presso diversi confini, ci sono testimonianze di un modello di traduzione ad hoc progettato dalle forze di polizia, che richiede ai membri del gruppo che parlano inglese di agire come interlocutori tra gli agenti e il più ampio gruppo di transito. Ad esempio, in un caso di aprile, gli agenti croati hanno costretto un membro del gruppo ad annotare i nomi di tutte le altre persone e convertirli in alfabeto latino (vedi 5.14). Oltre che per l’identificazione dei migranti, l’esternalizzazione linguistica è imposta ai membri del gruppo per trasmettere gli ordini della polizia, come ad esempio: spogliarsi, consegnare oggetti di valore o sdraiarsi a terra. In questo modo alcuni membri del gruppo sono isolati o costretti a mediare tra le autorità e il resto dei migranti. In un caso dalla Romania, l’intervistato riferisce che il membro del gruppo che parlava inglese è stato costretto dagli agenti a trasmettere questo messaggio:

“Se hai soldi o un cellulare, mettili qui a terra. Se troviamo cellulari, ti picchieremo di più”.

I gruppi di migranti sono spesso costretti in modo crudele ad aiutare in varie fasi del loro stesso respingimento, e anche il linguaggio opera come elemento di violenza. Diversi racconti evidenziano l’uso di violenza estrema contro i parlanti inglese che sono considerati trafficanti. Un caso di luglio 2020 mostra i vari tipi di violenza linguistica che i gruppi e gli individui affrontano. L’intervistato è stato oggetto di traduzioni errate da parte di funzionari di due autorità nazionali, che hanno ignorato la sua richiesta di asilo durante un colloquio a Trieste e in una stazione di polizia slovena. Poi, nel successivo respingimento a catena in Bosnia ed Erzegovina, l’uomo è stato trattato con violenza dalla polizia croata che ha interpretato la sua capacità di parlare inglese come prova di essere “un leader” (o trafficante), e che quindi lo ha perquisito.

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Multa emessa in Slovenia durante un respingimento a catena (Fonte: BVMN)

In testimonianze provenienti dalla Croazia e dalla Romania, i migranti riferiscono di aver paura di dichiarare di parlare inglese, per timore di essere visti come una “guida”, e quindi picchiati eccessivamente perché considerati trafficanti. Eppure nemmeno chi non parla inglese è esentato dalla violenza. I migranti respinti da Romania e Croazia (vedi 5.11) riferiscono di essere stati attaccati con manganelli e colpiti alla testa perché hanno risposto che non sapevano parlare inglese. La violenza linguistica funziona attraverso queste pratiche informali abusive, sovrapponendosi alla rete di poteri burocratici che manipolano la comunicazione verbale e scritta al fine di effettuare i respingimenti.

Pushback vicino al confine rumeno
Da autunno 2020, i membri di BVMN che raccolgono testimonianze in Serbia hanno assistito ad uno spostamento delle rotte di transito dei migranti verso l’est del paese. Un numero crescente di persone si sta recando dalla Serbia alla Romania, una tendenza che si riflette nel numero di testimonianze di pushback raccolte in questa zona di confine.

In particolare nel mese di aprile, No Name Kitchen e Collective Aid hanno raccolto diverse testimonianze di respingimenti dalla Romania alla Serbia. Questi resoconti evidenziano che i respingimenti spesso si svolgono in luoghi molto vicini ai valichi di frontiera (Bcp), che sono i punti di transito ufficiali al confine terrestre tra i paesi confinanti. La maggior parte delle espulsioni sono segnalate nei pressi di due Bcp, il primo dei primi a NavokoLunga.

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Polizia di frontiera rumena che detiene un gruppo di migranti (Fonte: Politia de Frontiera Romana)

In una di queste testimonianze, l’intervistato ha affermato che gli agenti, che ha definito “commandos” a causa delle loro uniformi, hanno costretto il gruppo di migranti a sedersi in un piccolo fiume a poche centinaia di metri di distanza dal Bcp. Il gruppo è rimasto immerso nell’acqua per circa due ore, soffrendo il freddo estremo, prima di essere respinto di nuovo in Serbia. Solo il giorno prima si è verificato un altro violento respingimento nella stessa area, suggerendo che il tratto di confine accanto ai Bcp potrebbe essere un punto frequentemente utilizzato per i rimpatri illegali. Il secondo Bcp notato nelle recenti testimonianze è Stamora Moravița-Vatin. I respingimenti (vedi 2.2) sono stati segnalati a sud di questo valico, con metodi simili a quelli utilizzati a NavokoLunga.

Questa pratica è degna di nota perché differisce da quella predominante dei respingimenti ad altri confini dove gli incidenti si verificano principalmente in aree boschive o nascoste lungo il confine verde. La natura clandestina dei respingimenti, come da Croazia e Bosnia ed Erzegovina, fa supporre che le autorità incriminate stiano compiendo sforzi per nascondere le loro attività. Tuttavia, nel caso dei respingimenti rumeni, le autorità sembrano utilizzare aree parallele del confine nelle immediate vicinanze dei Bcp. Una possibile spiegazione è che la polizia serba riceva spesso gruppi alla frontiera, e quindi le rispettive forze usano l’area intorno ai Bcp per semplificare lo scambio di gruppi di migranti.

Per quanto riguarda il fatto che gli agenti che effettuano questi respingimenti siano di stanza fuori dai Bcp, le prove non sono ancora chiare. Gli intervistati hanno notato diverse divisioni in uniforme coinvolte, tra cui vari elementi della polizia di frontiera rumena vestiti con mimetiche e uniformi della marina (vedi 2.5). Inoltre, anche il personale di Frontex opera su questa frontiera in collaborazione con le autorità nazionali. Un caso registrato a marzo, ha evidenziato la loro presunta presenza durante la cattura di un gruppo di migranti, in questo caso l’intervistato:

“si ricordava della fascia Frontex blu al braccio, che aveva già visto nelle uniformi di alcuni agenti al confine turco e bulgaro”.

Il gruppo è stato catturato ed espulso in Serbia vicino al Bcp Navoko-Lunga, suggerendo che la pratica dei pushback vicino ai valichi ufficiali è un modello facilitato da più attori nell’area di confine.

Sito di confine utilizzato nei respingimenti albanesi
Negli ultimi tre mesi, BVMN ha assistito ad alcuni importanti sviluppi nei respingimenti dall’Albania alla Grecia. Nel rapporto di febbraio sono state analizzate le espulsioni di massa dalla città portuale di Durazzo. Adesso una nuova tendenza riguarda l’uso di un campo al confine con la Grecia che funge da punto di sosta per i respingimenti verso questo paese. In merito a ciò un intervistato riferisce che:

Loro [gli agenti] ci hanno portato in quel luogo e ci hanno condotto al confine

Questo “piccolo campo”, come descritto dagli intervistati, è stato menzionato in sei testimonianze da gennaio, che hanno coinvolto più di 250 migranti. Il sito, che funge da spazio di detenzione temporanea, si trova a soli 200 metri dal valico di frontiera di Kapshticë-Krystallopigi. È composto da alcuni container, tra cui docce e un’unità medica, con un piccolo punto ristoro nelle vicinanze. I migranti riferiscono di essere stati portati in questo sito dopo l’arresto, sia dall’interno del territorio albanese che in prossimità del confine.

In questo luogo, i detenuti riferiscono di dover rilasciare le impronte digitali e informazioni personali alla polizia, a volte in presenza di un traduttore. Poi, dopo un breve soggiorno di poche ore, vengono caricati su furgoni o landrovers e portati in Grecia in un’area non contrassegnata del confine verde. In alcune testimonianze, gli intervistati hanno anche riferito di aver trascorso la notte nel campo e di aver dormito all’interno di container che ospitavano fino a sette persone.

In diversi racconti è stata segnalata la presenza di personale internazionale nel campo, che gli intervistati hanno definito personale Frontex. Questi racconti rimandano all’attuale missione di Frontex in Albania, ma spesso è difficile documentare il ruolo dell’agenzia, data la gamma di compiti mobili che gli agenti svolgono, compresa la sorveglianza notturna. All’inizio di quest’anno, una relazione della Deutsche Welle ha tracciato collegamenti tra Frontex e il trasferimento di gruppi di migranti alla polizia albanese prima dei respingimenti. Gli avvistamenti di agenti che corrispondono alla descrizione di agenti Frontex nel sito di Kapshticë aggiungono ulteriore peso a questa teoria e sollevano ulteriori domande sul ruolo sotto copertura di Frontex nella violenza ai confini in tutta la regione.

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Il commissario Johansson ha recentemente fatto visita al personale Frontex in Albania (Fonte: Ylva Johansson)

Ciclo di violenti respingimenti nella regione di Evros
Ad aprile, le testimonianze raccolte da BVMN hanno rivelato il mantenimento di diverse tendenze nei respingimenti nella regione di Evros documentate negli ultimi mesi. In particolare, le testimonianze evidenziano il continuo verificarsi di respingimenti a catena dalla Bulgaria alla Turchia attraverso la Grecia, l’esternalizzazione della guida delle imbarcazioni utilizzate durante i respingimenti a persone della comunità di migranti, e gruppi di transito costretti a saltare dai gommoni a metà strada nell’’Evros, per poi rimanere bloccati sulle isole in una “terra di nessuno”, intrappolati tra autorità ostili su entrambi i lati del fiume. Da parte turca, la situazione è cambiata nell’ultimo mese e ora molte delle persone arrestate dopo essere state espulse dalla Grecia sono state messe in stato di detenzione.

Josoor, membro di BVMN, ha documentato ad aprile diversi casi di respingimenti dalla Bulgaria, sia pushack diretti in Turchia (vedi 8.1 & 8.2), sia pushback a catena in cui i gruppi di migranti sono stati prima espulsi in Grecia e poi arrestati dalle autorità greche e spinti oltre l’Evros (vedi 9.1). Nei casi in cui i gruppi di transito siano stati rimpatriati direttamente dalla Bulgaria, le autorità bulgare fanno passare il confine attraverso “porte” informali o aperture nella recinzione che corre lungo il confine bulgaro/turco (vedi 8.2). Nel contesto dei respingimenti a catena attraverso la Grecia, gli intervistati hanno ricordato di essere stati arrestati e detenuti dalle autorità bulgare, prima di essere espulsi in Grecia. Da lì, sono stati arrestati dalle autorità greche nella regione tri-frontaliera. Le segnalazioni di arresti in Bulgaria hanno seguito le tendenze osservate negli ultimi mesi, e gli intervistati hanno riferito di essere stati minacciati o attaccati da unità canine al momento della cattura (vedi. 9.1).

Recenti testimonianze (vedi 7.5) hanno anche menzionato la presenza di cittadini di paesi terzi (TCN) impiegati dalle autorità greche al momento dei respingimenti al fiume Evros. Gli intervistati hanno nuovamente suggerito che questi cittadini, impiegati in qualche modo dalle autorità greche con la promessa di documenti per legalizzare la loro permanenza in Grecia o un qualche tipo di permesso di lavoro, sono attivamente coinvolti in pushback che si verificano al confine greco/turco.

Diversi racconti di questo mese hanno anche menzionato persone costrette a saltare nel bel mezzo del fiume Evros mentre venivano traghettate (vedi 9.1), oppure lasciate vicino alle isole del fiume. In un caso di cui BVMN è stato in grado di raccogliere diverse testimonianze, un grande gruppo è stato lasciato per diversi giorni su un’isola fino a quando non è stato salvato dalle autorità turche. In altri due casi (vedi 7.6 & 9.1), alcuni migranti sono annegati perché costretti a saltare nel fiume o a rimanere bloccati sulle isole. Diversamente da altri casi simili, stavolta l’intervistato è stato in grado di identificare il corpo di un migrante che si sospetta sia annegato, dopo che la notizia della morte della persona è apparsa sui media locali.


Aggiornamenti sulla situazione

Croazia

Sentenza della corte per la famiglia di Madina
Ad aprile la Corte costituzionale croata ha emesso una sentenza sul caso di una famiglia afghana espulsa in Serbia, stabilendo che i loro diritti di asilo sono stati violati e che la famiglia è stata esposta al rischio di abusi disumani. La famiglia è stata espulsa mentre era ancora in lutto per la perdita della figlia di sei anni, Madina Hussiny, uccisa da un treno durante un precedente respingimento dalla Croazia nel 2017. Rientrata in Croazia in cerca di asilo, la famiglia in lutto è stata nuovamente allontanata in Serbia illegalmente e , secondo la corte le autorità:

hanno violato i diritti umani dei membri della famiglia e esponendoli al rischio di tortura e di maltrattamento“.

La sentenza ha utilizzato le prove delle ONG per dimostrare che la Serbia non è un “paese terzo sicuro” in cui la famiglia poteva essere espulsa. Ha affermato che la Croazia era a conoscenza di ciò, ma non ha fatto una valutazione adeguata, violando così i diritti della famiglia. In particolare, la corte ha anche riscontrato che le autorità croate hanno esposto la famiglia al rischio di tortura, il che si allinea ai dati pubblicati di recente da BVMN, secondo i quali l’87% dei respingimenti provenienti dalla Croazia comporta l’uso della tortura, e oltre un terzo di questi abusi hanno avuto un impatto sui minori. Il Centro per gli studi sulla pace, membro di BVMN, ha dichiarato che la sentenza è:

significativa per la protezione di molti altri rifugiati e richiedenti asilo in Croazia ai cui è stato sistematicamente negato l’accesso alla protezione internazionale“.

Purtroppo, le conclusioni della Corte rimangono distaccate dagli attuali approcci nazionali e comunitari alla migrazione, che continuano a tollerare le violazioni e i pushback alle frontiere della Croazia. Ad aprile, la commissaria Ylva Johanson si è recata a Zagabria e ha incontrato il primo ministro uscente Andrej Plenković per discutere del nuovo patto sulla migrazione e la candidatura della Croazia allo spazio Schengen. Nonostante le numerose voci critiche che hanno chiesto che lo status di Schengen fosse subordinato al rispetto dei diritti fondamentali, la Croazia continua a compiere ulteriori passi avanti verso l’adesione.

Nella parallela lotta della famiglia Hussiny per la giustizia per l’uccisione illegale della figlia, il caso è attualmente all’udienza presso la Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU). Forse l’elemento più irritante di questa situazione è che la famiglia di Madina non è l’ultima ad affrontare rischi così fatali ai confini della Croazia. Ad aprile, i rapporti raccolti da No Name Kitchen hanno continuato a evidenziare la linea ferroviaria Tovarnik-Šid come sito attivo di respingimenti, da dove un’altra famiglia di cinque persone (compresi bambini di 8 anni) è stata espulsa nel cuore della notte verso la Serbia (vedi 4.2). Le comunità di migranti e coloro che agiscono in loro solidarietà attendono ancora l’allineamento di queste sentenze del tribunale alla situazione sul campo, sebbene l’ultima sentenza sia un passo decisivo per stabilire tale responsabilità.

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Fumetto illustrato da Ena Jurov dell’uccisione di Madina Hussiny (Fonte: CMS)

Bosnia ed Erzegovina

Delegazione AFD nel Cantone di Una Sana
All’inizio di marzo, diversi membri del partito fascista tedesco AFD, alcuni dei quali sono membri del parlamento di Berlino, sono andati nel cantone di Una Sana (BiH). Anche se la loro visita non è stata decisa dal governo della Federazione, sono stati accolti dai sindaci di Bihać e Novi Grad e hanno potuto visitare il campo di Lipa. Con questa l’accoglienza da parte dei politici bosniaci è come se si fosse dato un cenno di assenso ai crescenti attacchi verso le comunità di migranti nel Cantone, culminate in un grave assalto nel febbraio di quest’anno, e alle rinnovate proteste in città come Bihać.

Se il viaggio dei politici dell’AFD può sembrare simile a quello dei vigilantes neonazisti tedeschi che l’anno scorso hanno attaccato i rifugiati in Grecia, esso può essere meglio inteso come azione per influenzare il discorso politico tedesco riguardo la sicurezza dei paesi di origine e dei paesi di transito. In un video su YouTube, Gunnar Lindemann, uno dei politici dell’AFD, intervista due uomini pakistani, sottolineando che la Bosnia è un paese sicuro e alimentando la narrazione di destra secondo cui i migranti cercano principalmente di beneficiare dei sistemi di welfare apparentemente generosi dell’Europa. Questo viaggio deve essere visto nel contesto della recente visita di Lindemann a Damasco, durante la quale ha tentato di far passare la Siria come paese sicuro e ben governato, per attirare gli investimenti tedeschi nel paese.

Lindemann non è l’unico politico AFD ad aver viaggiato in Siria, nel 2018 e nel 2019 alcuni membri del parlamento federale tedesco sono andati in Siria e hanno chiesto l’inizio delle deportazioni nel paese. Sebbene tali posizioni non abbiano ancora prodotto maggioranze politiche in Germania, la Danimarca sta per porre fine allo status di residenza per i siriani nonostante le ostilità in corso nel paese e i pericoli che i siriani deve affrontare per tornare nelle aree sotto il controllo di Assad.

Sgomberi di alloggi informali da parte della polizia
Il governo del cantone di Una Sana ha nuovamente annunciato che aumenterà le azioni nelle città per la “sicurezza” della popolazione, inasprendo i controlli sulla comunità di migranti. Ad aprile, il Servizio per gli affari degli stranieri (SFA) e il governo cantonale hanno dichiarato che avrebbero intensificato le attività operative, svolgendo una serie di sgomberi per trasferire i migranti nei campi. Il primo “trasferimento” è iniziato quando la SFA ha ispezionato sei strutture abbandonate nella città di Bihać e ha condotto un centinaio di persone al campo di Lipa, che secondo il ministro della Sicurezza Selmo Cikotić sarà completato in tre mesi per ospitare famiglie e minori non accompagnati. Il 18 aprile, lo SFA, in collaborazione con la polizia di frontiera e l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM), ha allontanato le persone dalla zona di Bosanska Bojna. I migranti, vicino al confine croato, sono stati sfrattati e nove famiglie (tra cui 43 persone) sono state trasferite nei centri di accoglienza temporanea di Sedra e Borići.

Il 22 aprile, i cittadini di Bihać si sono riuniti di fronte all’edificio abbandonato nel centro della città, il Dom Pensionera, dove vivono circa 200 migranti, per chiederne la chiusura e il trasferimento dei residenti al campo di Lipa. Alla fine di aprile, sempre in collaborazione con i membri del Ministero degli Affari Interni del cantone di Una Sana e dell’OIM, lo SFA ha coordinato lo sfratto di circa otto famiglie (32 persone in totale) da una casa abbandonata a Stari Grad, Velika Kladuša, trasportando le famiglie nei campi ufficiali. La maggior parte delle famiglie evacuate ha lasciato i campi dopo pochi giorni per tornare nelle case abbandonate per provare ulteriori attraversamenti di frontiera. Questo modello di sgomberi di polizia rappresenta una violenza quotidiana e ingiustificata contro il movimento interno della comunità di migranti e sfida la loro libertà di stabilirsi al di fuori dei campi.

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Protesta a Bihać contro le comunità di migranti nella città (Fonte: USKinfo.ba)

Condizioni covid-19 nei campi per le famiglie
Sia il campo di Borići nel centro di Bihać, sia il campo di Sedra che si trova circa 20 chilometri fuori città, hanno affrontato periodi di lockdown a causa di focolai di COVID-19 tra residenti e personale. Il campo di Borići è stato chiuso per poco più di due settimane a marzo, con otto casi confermati. A nessuno è stato permesso di entrare o uscire, il che significa che coloro che sono stati espulsi dalla Croazia hanno dovuto trovare un alloggio alternativo. Alcune di queste persone sono state invece ospitate a Sedra, che a sua volta è stato bloccato per più di due settimane ad aprile.

A Sedra, le famiglie di ritorno vengono collocate in una parte separata del campo per un periodo di isolamento di due settimane. Sono obbligate a stare in una stanza, lontano dalle altre persone. Una famiglia ha riferito che c’è solo acqua fredda disponibile per lavarsi e che non sono stati offerti trattamenti preventivi o per i sintomatici, nonostante sia stato richiesto.
L’area di isolamento funge da spazio sia per i sospetti casi di COVID-19 che per le famiglie di ritorno dai respingimenti, con rischio di trasmissione per chi non è positivo. Una famiglia che era stata tenuta in quarantena dopo essere tornata dalla Croazia ha riferito di essere stata nuovamente confinata in isolamento (anche se nessuno aveva sintomi covid) perché qualcuno che si trovava sul loro stesso piano forse aveva contratto il virus. È stato fatto un esame del sangue, ma i risultati non sono stati subito condivisi. Solo due settimane dopo i componenti della famiglia sono stati avvisati di essere negativi. Queste testimonianze evidenziano come l’esperienza del COVID-19 sia differenziata per i migranti, che affrontano moltissimi ostacoli per la protezione e il trattamento del virus.

Serbia

Gruppi di destra molestano comunità informali
Il 18 aprile 2021, diversi membri del gruppo di estrema destra Narodna Patrola (“Pattuglia Nazionale”) si sono avvicinati ai vagoni ferroviari abbandonati a Sombor (SRB), uno dei principali alloggi non ufficiali di migranti in città. Il gruppo di vigilantes ha costretto gli uomini afghani che erano lì in quel momento ad andare con loro al centro di accoglienza fuori città. All’arrivo, i migranti sarebbero stati respinti dalle autorità del campo, che hanno poi chiamato la polizia. Gli agenti hanno arrestato quattro membri della Narodna Patrola e li hanno portato alla stazione di polizia, dove sono rimasti per diverse ore.

L’incidente è stato seguito da una protesta locale contro i migranti, che evidenzia il crescente clima di aggressione verso le comunità di transito nella zona. Secondo un portale di notizie locale, la protesta ha coinvolto oltre 100 persone e ha continuato a circolare in giro per la città anche dopo che i membri del gruppo di destra arrestati erano stati rilasciati. Uno dei canti principali usati è stato: “Non vogliamo migranti qui“.

Narodna Patrola è uno dei gruppi di estrema destra più attivi del paese, e sostiene che in Serbia la polizia protegge le comunità di transito a scapito della popolazione locale. La loro presenza online include oltre 13.000 persone nel loro gruppo Facebook e oltre 40.000 Mi piace solo sulla loro pagina FB principale (senza includere le filiali regionali). Recentemente il gruppo ha incoraggiato le “Pattuglie del Popolo” in diverse città serbe, specialmente a Belgrado e Sombor. Ciò va letto nel contesto di un crescente sentimento anti-immigrati di estrema destra nella regione, che si è manifestato in casi di vessazioni nei confronti delle persone in movimento da parte di gruppi e individui locali organizzati.

Grecia

Chiusura di Kara Tepe
Il 24 aprile 2021, il governo greco ha annunciato che Kara Tepe, campo a Lesbo, avrebbe chiuso. Gestito dal Comune di Mitilene e dall’UNHCR in collaborazione con le Ong che vi operano, e abitato principalmente da famiglie e persone considerate particolarmente vulnerabili, Kara Tepe era la migliore di tutte le opzioni oggettivamente insufficienti di alloggio nei campi di Lesbo. Dal 2017 e dall’adozione dell’approccio hotspot, migliaia di migranti sono rimasti bloccati in condizioni disumane e non sicure fino al completamento della procedura di asilo. Con la chiusura di Kara Tepe, 400 richiedenti asilo e rifugiati precedentemente ospitati lì saranno trasferiti nel campo temporaneo costruito all’indomani dell’incendio di settembre 2020, Moria 2.0. Il governo greco ha già ricevuto ampie critiche per le condizioni in questo campo, dove oltre 7.000 persone sono state costrette a superare un inverno in tende fragili, a rischio di frequenti inondazioni e con infrastrutture insufficienti per l’igiene e il cibo.

Maria Eliana Tunno, una psicologa che lavora per MSF sull’isola, ha detto in una dichiarazione che “l’assurdità di Lesbo sembra non avere limiti“. Invece di lavorare per creare opzioni abitative dignitose e sicure per coloro che chiedono asilo a Lesbo, la risposta dello Stato è stata quella di replicare il modello del campo di Moria, e di muoversi verso approcci sempre più carcerari. A Moria 2.0, le persone possono lasciare il campo solo per un paio d’ore alla settimana, sono scolleghe dal resto della società e sono costrette a vivere in condizioni terribili.

Allo stesso tempo, la costruzione dei nuovi campi controllati e chiusi sulla terraferma è ben avviata. Sulle isole egee di Leros e Chios, l’opposizione locale a nuovi siti rimane forte. Viene invece pubblicata la gara d’appalto da 13 milioni di euro per la costruzione. A Lesbo, il campo, con una capacità pianificata di 3.000 persone come luogo di custodia cautelare per 2.000 persone, è stato approvato dalle autorità locali; ma la posizione rimane poco chiara.

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Allagamenti in inverno a Moria 2.0 (Fonte: Moria Corona Awareness Team)

Grande respingimento da Samos
La mattina del 21 aprile 2021, un’imbarcazione che trasportava 32 migranti è approdata sulla spiaggia di Psili Ammos, sull’isola greca di Samos, intorno alle 06:30. All’arrivo, a causa del timore dell’arresto e respingimento in Turchia, il gruppo si è diviso in diversi gruppi più piccoli che si sono dispersi in tutta la foresta. Più tardi nel corso della giornata, i residenti locali che avevano assistito e parlato con uno dei gruppi nella zona di Marathokampos, Samos occidentale, ha informato sia la polizia che la guardia costiera dei nuovi arrivati.

In serata, i giornalisti locali in contatto con i residenti hanno postato sui social la notizia dell’arrivo della barca. Secondo quanto riferito, la polizia ha individuato e arrestato la maggior parte delle 32 persone che erano arrivate a Samos nelle prime ore del mattino. In modo conflittuale, la linea ufficiale presentata dalle autorità portuali poco dopo, e che la gente del posto sarebbe stata incoraggiata ad adottare, era che “nessun incidente, nessun migrante era a Psili Ammos o a Votsalakia Marathokampos“.

Il giorno seguente, la Guardia Costiera turca (TCG) ha pubblicato una dichiarazione in cui si diceva che “un’imbarcazione di salvataggio con 28 persone si trovava al largo di Efeso (Kuşadası) e nelle acque turche” alle 03:55 nella notte tra il 21 e il 22 aprile. È molto probabile che le persone trovate dal TCG fossero parte del gruppo che è arrivato a Samos il giorno prima ed è stato respinto dalle autorità greche.

Cinque giorni dopo, il 26 aprile, una madre e i suoi tre figli sono arrivati al RIC di Samos e hanno espresso l’intenzione di chiedere asilo. Secondo la loro dichiarazione, erano tra le 32 persone arrivate a Samos il 21 aprile, sollevando seri interrogativi in merito alla dichiarazione delle autorità greche secondo cui non c’era nessuna barca né nuovi arrivi. Tuttavia, la dichiarazione della madre e le testimonianze della gente del posto danno validità alla sequenza di eventi avvenuti dal 21 al 22 aprile, a testimonianza del respingimento di massa delle altre 28 persone in Turchia.

Sistema centauro e sorveglianza nei campi
Secondo AlgorithmWatch, la Grecia prevede l’introduzione di un sistema di sorveglianza completo nei campi sulle isole dell’Egeo. Il sistema, denominato Centauro, integrerà “sistemi CCTV e monitor video, voli con droni sulle strutture per rilevare incidenti, allarmi di violazione perimetrale con telecamere, cancelli di controllo con metal detector e dispositivi a raggi-X e un sistema automatizzato per annunci pubblici“. Centauro è interamente finanziato dall’Unione Europea attraverso il Fondo per la sicurezza interna e il Fondo di recupero.

E’ inquietante il disallineamento tra le assicurazioni pubbliche della Commissione UE sul fatto che i nuovi campi sulle isole greche non saranno “chiusi”, e il modo in cui l’UE stessa consenta la creazione di centri di detenzione di fatto attraverso finanziamenti tecnologici. Negli ultimi anni l’UE ha sempre più fatto ricorso al finanziamento di tecnologie avanzate (che vanno dai droni che sorvolano aree di frontiera e i campi ai “rilevatori di bugie“) per militarizzare i suoi confini e rilevare i migranti. L’uso di questa tecnologia sembra essere un compromesso tra le libertà civili dei cittadini dell’UE e il loro “bisogno” di sicurezza, poiché le tecnologie avanzate appaiono (almeno fisicamente) meno invadenti rispetto alle misure di sicurezza tradizionale. Tuttavia, questa è una falsa promessa. Tali tecnologie minano i diritti di protezione dei dati dei migranti ai sensi del GDPR, minacciando così lo Stato di diritto. Inoltre, la tecnologia di sorveglianza può essere facilmente integrata in un lavoro di polizia “regolare”, minacciando anche le libertà civili dei cittadini europei.


Glossario dei report. Aprile 2021

BVMN ha registrato 42 casi di pushback ad aprile, che hanno coinvolto 1125 migranti. Le persone coinvolte sono uomini, donne, bambini con tutori o minori non accompagnati, e provengono dal Marocco, Algeria, Tunisia, Egitto, Palestina, Iraq, Siria, Iran, Pakistan, Bangladesh, Afghanistan, Yemen, Giordania, Cuba:
• 11 respingimenti verso la Serbia (2 a catena dalla Slovenia, 2 dalla Croazia, 2 dall’Ungheria e 5 dalla Romania)
• 19 respingimenti verso la Bosnia ed Erzegovina (direttamente dalla Croazia)
• 1 verso la Grecia (direttamente dalla Macedonia del Nord)
• 11 respingimenti verso la Turchia (1 a catena dalla Bulgaria, 2 diretti dalla Bulgaria, 8 dalla Grecia)

Struttura e contatti della rete
BVMN è un organismo volontario, che agisce come un’alleanza di organizzazioni nei Balcani occidentali e Grecia. BVMN si basa sugli sforzi dei partecipanti e di organizzazioni che operano nel campo della documentazione, dei media e della difesa legale. Finanziamo il lavoro attraverso sovvenzioni e fondazioni caritatevoli, e non riceviamo fondi da alcuna organizzazione politica. Le spese riguardano i trasporti per i volontari sul campo e quattro posizioni retribuite.

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Border Violence Monitoring Network (BVMN)

Border Violence Monitoring Network (BVMN) è una rete indipendente di ONG e associazioni con sede nella regione dei Balcani e in Grecia. BVMN monitora le violazioni dei diritti umani ai confini esterni dell'UE e si impegna per mettere fine ai respingimenti e alle pratiche illegali. Il network utilizza un database condiviso per raccogliere le testimonianze delle violenze subite da chi transita sulla rotta dei Balcani.
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