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Il Plan Canarias non funziona

Ma per il governo spagnolo la responsabilità è della solidarietà popolare

Photo credit: Mattia Mattia Iannacone

Tenerife – Dopo un anno e mezzo dall’aumento degli arrivi alle Canarie, il sistema di accoglienza progettato dal governo spagnolo, noto come Plan Canarias, continua a presentare gravi carenze e a regolare la vita e il futuro delle persone migranti a prescindere dalla loro volontà, ignorando i loro diritti e criminalizzando le realtà solidali.
Anselmo Pestana, rappresentante della subdelegazione del governo spagnolo alle Canarie, continua a rilasciare false dichiarazioni, dalle quali traspare una gestione limpida e preparata dell’aumento del flusso, che esalta il lavoro delle organizzazioni che gestiscono i campi, come ACCEM, Croce Rossa e OIM, e screditando il lavoro dei gruppi solidali che da mesi denunciano l’operato delle istituzioni. In particolare, Pestana ha imputato la situazione di strada in cui si ritrovano centinaia di persone, tagliate fuori dal sistema di accoglienza istituzionale, ai cattivi consigli provenienti dalle iniziative popolari sorte spontaneamente e senza l’appoggio delle istituzioni.

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La realtà è che al momento, la maggior parte delle persone migranti escluse dal sistema di accoglienza si ritrovano in questa condizione per essere state espulse dai campi e da altri centri. Le espulsioni sono dovute alla violazione di norme disciplinari che chi risiede in questi centri non conosce. Regole punitive che stabiliscono un sistema di “punti negativi” che porta direttamente all’espulsione dal centro. Le persone che disobbediscono alle regole, senza sapere quali sono, si ritrovano espulse, in una situazione di impotenza, dal momento che avendo perso l’accesso al centro, hanno perso anche l’accesso a qualsiasi tipo di servizio o protezione istituzionale.
Si tratta di una procedura non regolamentata, poco chiara e che pertanto si presta ad essere utilizzata a proprio piacimento dalle organizzazioni incaricate di gestire i centri, secondo ciò che esse considerano necessario ai fini del funzionamento delle strutture.
Molte delle espulsioni delle ultime settimane infatti sono legate alle proteste che hanno avuto luogo presso il campo di Las Raíces. La principale richiesta delle persone migranti era quella di poter continuare il proprio percorso migratorio, bloccato da mesi a causa delle politiche di esternalizzazione della frontiera. Richiedevano inoltre migliori condizioni, lamentando il pessimo stato delle tensostrutture, la mancanza di acqua calda per lavarsi e di servizi igienici adeguati, la scarsa qualità del cibo e la mancanza di un’effettiva assistenza sanitaria e psicologica, oltre che legale. In risposta, ACCEM (l’ong che gestisce il campo) ha deciso di reprimere le mobilitazioni di denuncia delle persone migranti attraverso varie espulsioni e minacce di espulsione.

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Mentre il sistema di accoglienza relega ai margini della società le persone migranti, opprimendole con strumenti e dispositivi istituzionali, il governo continua a firmare accordi economici per i rimpatri con i paesi d’origine, come Mauritania, Gambia, Senegal e Marocco, e Frontex prosegue l’addestramento dei nuovi agenti che pattuglieranno le frontiere europee, che secondo il piano lanciato dalla stessa agenzia europea, raggiungeranno entro il 2027 le 10 mila unità, a fronte di una spesa, tra attrezzature, mezzi e formazione, di oltre 5 miliardi e mezzo di euro.
Al contrario, le risorse destinate a quella che viene definita “accoglienza”, rimangono molto limitate. Ne è un esempio il fatto che dei sei campi previsti dal Plan Canarias, solo tre sono stati finora aperti, al fine di risparmiare in denaro e risorse, a scapito delle persone migranti che vengono costrette al sovraffollamento nei macro-campi. Si tratta di un’accoglienza basata su principi discriminatori, non inclusivi, che tratta le persone come un problema da risolvere, o come numeri, che accentua la diversità e il conflitto tra le culture invece di valorizzarle e promuoverne il dialogo e l’apprendimento reciproco.

Questo tipo di macro-campi non sono una soluzione e questa non si può chiamare accoglienza.

A differenza di quello che dice il subdelegato Pestana, il piano di accoglienza messo in atto nell’arcipelago delle Canarie non è preparato in caso di un aumento significativo degli arrivi, che ad ogni modo si sta già verificando: nel primo semestre dell’anno 6.952 persone hanno raggiunto le isole, a bordo di 185 imbarcazioni, il 156,9% in più rispetto al 2020. Intraprendere la rotta atlantica per le Canarie significa rischiare la propria vita in un viaggio lungo e pericoloso, che secondo l’Ong Caminando Fronteras – nello stesso periodo del 2021 – è costato la vita a 1.922 persone.

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Mattia Iannacone

Mi sono laureato in Scienze politiche all'università di Padova e vivo da un anno a Tenerife. Ho avuto diverse esperienze di frontiera come attivista, specialmente sulla rotta atlantica.