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L’appello dei giornalisti: lasciateci entrare nei CPR!

Il 15 settembre una giornata di accesso e monitoraggio in tutti i centri di trattenimento

Tramonto dietro le sbarre. CIE di Ponte Galeria. Foto: Francesca Esposito

“La verità è che, senza motivazioni di alcun genere, si impedisce ai giornalisti di fare il loro mestiere, che è quello di raccontare tutti gli aspetti della vita sociale. E dunque anche quell’aspetto chiamato ‘immigrazione’, che genera così tanti conflitti e così tanti morti, oltre a violazioni palesi dei diritti umani, sofferenza, illegalità e ingiustizia”. Così si legge nell’appello lanciato dall’agenzia di stampa Pressenza che, in seguito al rifiuto di accesso in un Centro di Permanenza per il Rimpatrio ad un loro redattore, hanno invitato tutti i giornalisti, oltre che avvocati ed attivisti, ad inoltrare una specifica richiesta alle prefetture di competenza per entrare nei CPR di tutta Italia. “L’obiettivo – ha spiegato il collega Stefano Gallieni che ha aderito al progetto – è quello di coprire tutti i centri presenti nel nostro Paese e di costruire assieme per il 15 settembre una grande giornata di mobilitazione”.
Una mobilitazione che non sarà soltanto di categoria per riaffermare un principio attualmente negato ma sancito a chiare lettere dalla nostra stessa Costituzione: quello per cui “La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure” (art. 21). I giornalisti hanno il diritto e il dovere di poter accedere nei centri di permanenza dei migranti, esattamente come hanno il diritto di accedere nelle carceri, per documentare le condizioni di vita dei reclusi e dare voce a chi non ne ha.

I centri di detenzione amministrativa per migranti rimangono oggi inseriti in una sorta di limbo in cui i diritti sono quantomeno sospesi. Sospesi per loro, ma sospesi anche per i giornalisti ai quali è negato, senza neppure la briga di una giustificazione, di poter svolgere il loro lavoro. Un diritto che, alla fine, viene leso anche ai cittadini che non possono informarsi correttamente su quanto avviene all’interno di queste strutture. Strutture che salgono agli onori della cronaca solo nel caso che scoppino delle rivolte, o ci siano delle morti oppure quando la magistratura indaga sui bilanci milionari degli enti gestori. Ed anche queste sono questioni imputabili alla totale mancanza trasparenza con la quali i Governi hanno sempre gestito queste specie di carceri non dichiarate in cui i reclusi – tutte persone che non hanno commesso alcun reato penale! – vengono ipocritamente chiamati “ospiti”.

All’appello hanno aderito sino ad oggi alcune decine di giornalisti di altrettante testate come Il Manifesto, oltre ad attivisti come Yasmine Accardo, portavoce della campagna LasciateCIEntrare nata proprio per entrare in quelli che allora si chiamavano CIE. Tra i firmatari anche noti avvocati come Alessandra Ballerini, la legale della famiglia Regeni. Naturalmente, all’iniziativa abbiamo aderito anche noi del Progetto Melting Pot Europa. Ho personalmente inviato una pec alla Prefettura di Gorizia per chiedere l’accesso il 15 settembre al CPR di Gradisca di Isonzo. Ma fino ad ora, nessuna risposta. Né da Gorizia, né dalle altre Prefetture d’Italia.

Ma stavolta, la scelta di “far finta di niente” non funzionerà. La questione del diritto di accesso ai Cpr è arrivata anche alle Camere. Alcuni parlamentari in forza al Gruppo Misto si sono dichiarati disponibili a fungere da “teste di ariete” ed a chiedere l’accesso ai Cpr nella giornata del 15 settembre come accompagnatori dei giornalisti. Sarà negato l’accesso anche a deputati e senatori? Ne discuteremo martedì 7 settembre in un incontro tra giornalisti ed onorevoli in programma nella sala stampa della Camera dei deputati, a Roma. Causa pandemia, la presenza sarà contingentata ma sarà comunque possibile collegarsi on line. Ma, Covid o no, nei Cpr i giornalisti vogliono entrare davvero ed “in presenza”. Perché, ricordiamocelo sempre, la democrazia di un Paese si misura dalla libertà di movimento concessa ai suoi giornalisti. Lo sapevano bene anche i padri costituenti quando scrissero che “La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure”.

Riccardo Bottazzo

Sono un giornalista professionista.
La mia formazione scientifica mi ha portato a occuparmi di ambiente e, da qui, a questioni sociali che alla difesa del territorio sono intrinsecamente legate come le migrazioni. Su questi temi ho pubblicato una decina di libri. Attualmente collaboro a varie testate cartacee e on line come Il Manifesto, Global Project, FrontiereNews e altro.
Per Melting Pot curo la  rubrica Voci dal Sud.