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Sicurezza, ma di chi?

Mantenere l’ordine delle cose, a qualsiasi costo umano

20 luglio 2021, l’assessore alla sicurezza di Voghera (PV) uccide un uomo, sparandogli. Se questo suona paradossale rispetto al ruolo pubblico ricoperto dall’assessore in questione, la contraddizione non esiste per chi punta l’attenzione sull’identità della vittima, “colpevole” di essere straniero, di avere presumibilmente dei precedenti penali e di trovarsi ancora nel territorio italiano, pur se oggetto di decreto di espulsione. In tanti hanno commentato la vicenda osservando che, se i rimpatri fossero effettuati, non si arriverebbe a episodi del genere. Così una persona esclusa – non per sua scelta – dalla legittima appartenenza alla società diventa il vero pericolo per la sicurezza collettiva, più di una persona che decide di rappresentare il concetto di pubblica sicurezza andando in giro con un’arma carica e non esitando a usarla contro un altro essere umano.

Pochi giorni prima, la delegata della Sindaca di Roma alle periferie e alla legalità Federica Angeli annunciava con orgoglio di aver avviato un’azione “per ripristinare il decoro, la fruibilità e la sicurezza” di un’area adiacente alla stazione di Tiburtina. Il pericolo che minacciava quello spazio? I rifugiati e migranti in transito che, in mancanza di un alloggio, stanziavano nell’area, costretti a situazioni di precarietà e disagio. Secondo Angeli, la loro presenza impediva “ai cittadini e ai viaggiatori la possibilità di poter fruire in piena sicurezza di tutti i servizi legati ad uno degli scali ferroviari più importanti della città”. La ritrovata sicurezza sarà rappresentata da fioriere, servizi di car e bike sharing, e presidi permanenti delle forze dell’ordine. Insicurezza è, ancora una volta, la presenza visibile degli esclusi. E anche in questo caso, allontanamento e rimozione dallo sguardo collettivo sono le soluzioni proposte.

Si tratta di due recenti episodi apparentemente abbastanza diversi, sintomatici però di un modo ormai radicato di concepire le migrazioni in sé come un problema di sicurezza.

Lo abbiamo visto con i noti “decreti sicurezza” del 2018 e 2019, promossi da un conservatorismo reazionario capace di mettere insieme nella stessa legge misure di lotta alla criminalità organizzata e al terrorismo e la contrazione delle tutele legali per le persone migranti. I due decreti prevedevano il rafforzamento delle misure detentive e di rimpatrio, mostrando anche qui la forte spinta verso l’allontanamento delle persone “irregolari” come soluzione sistematica a quello che viene dipinto come un problema di sicurezza e di ordine pubblico.

Ma l’equazione sicurezza-gestione dell’immigrazione non l’hanno certo inventata i sovranismi odierni, che semmai la spingono alle estreme conseguenze, associandola esplicitamente a discorsi sulla difesa di presunti valori morali e stili di vita. Appena un anno prima del primo decreto Salvini, il decreto per il contrasto dell’immigrazione illegale proposto da Minniti, ministro di un governo di centro-sinistra, si basa sulla stessa impostazione ideologica, per cui chi arriva o si ritrova in condizioni di irregolarità diventa automaticamente una potenziale minaccia alla pubblica sicurezza.

Questo modo di affrontare la questione non risale soltanto agli anni più recenti, né è limitato alla situazione italiana.

Negli ultimi decenni, tutto l’impianto delle politiche migratorie europee (ma non solo) ha progressivamente assunto la modalità securitaria come suo presupposto imprescindibile. Non è un caso che le norme su frontiere, asilo e immigrazione siano contenute nella sezione “spazio di libertà, sicurezza e giustizia” del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE). A uno spazio interno di libertà di movimento per i cittadini europei si contrappone l’innalzamento di barriere esterne, da mantenere a qualsiasi costo umano. Finanziare altri paesi, spesso instabili o guidati da governi autoritari, per trattenere le persone pur di non ritrovarsele in Europa a chiedere asilo è una prassi ormai consolidata, ipocritamente dipinta come cooperazione.

La ricetta europea per uno “spazio di libertà, sicurezza e giustizia” vede oggi l’impossibilità di accesso al territorio europeo come norma e non come eccezione, non prevedendo nessun canale di ingresso legale e criminalizzando l’idea stessa di poter migrare, a maggior ragione quando lo si fa non in seguito a emergenze umanitarie ma per cercare lavoro e dignità. Alla chiusura esterna corrisponde la segregazione dello “straniero” ai segmenti più marginali della società, tramite una burocrazia ostile che espone a sfruttamento, invisibilità, precarietà abitativa e lavorativa. Dato che questi sono gli effetti sortiti dalle politiche delle frontiere chiuse, insieme a un incremento dell’attività dei trafficanti e migliaia di morti nel Mediterraneo, viene spontaneo chiedersi: che idea di sicurezza stiamo perseguendo? Cosa dobbiamo intendere per sicurezza, se azioni del genere sono presentate come lo strumento necessario per tutelarla?

L’etimologia della parola sicurezza rimanda a un’idea ben precisa: sicurezza significa assenza di preoccupazioni, che possono provenire da pericoli o rischi di arrecare un danno a qualcosa o qualcuno. L’utilizzo del linguaggio della sicurezza si propone come razionale, quasi scientifico in relazione a situazioni oggettive di rischio. Le argomentazioni delle destre sovraniste, che hanno fatto della lotta alle migrazioni in chiave securitaria una delle chiavi per ottenere consensi, danno risposte facili a giustificare la necessità politica di trattare le migrazioni come un problema di sicurezza: vanno dall’abusatissimo “ci rubano il lavoro”, all’ipocrita allarmismo paragona i flussi migratori a invasioni incontrollate, fino alla tanto sbandierata difesa dell’identità e della tradizione. La sicurezza si declama quasi come un dovere morale dello Stato di tutela della popolazione cittadina dalla presenza estranea, rappresentata di per sé come una minaccia.

Ci sono però logiche più profonde che spingono a considerare la presenza di persone sistematicamente inserite in meccanismi di subalternità economica e sociale come un pericolo per la sicurezza collettiva. E infatti la logica securitaria, sebbene spogliata dei suoi connotati più reazionari, permane nelle politiche migratorie di governi di qualsiasi forza politica. I trattenimenti e i rimpatri, i respingimenti e il supporto a forze esterne che trattengano le persone dall’altra parte del confine, in terra come in mare, gli sgomberi: sono tutte misure che allontanano e segregano individui ai margini, persone che non si vogliono vedere e sentire come vicine. La loro disumanizzazione ci permette di accettare le privazioni e le prevaricazioni, le torture e le morti in nome della sacralità dei confini.

È una questione che va oltre la xenofobia per come comunemente viene intesa. La sicurezza applicata alle migrazioni non è semplicemente una “difesa” dallo straniero in sé. Ha a che fare in modo molto più concreto con il controllo di fattori che potrebbero mettere in discussione un certo ordine delle cose e determinati privilegi. La sicurezza viene mobilitata come giustificazione razionale alla necessità di ignorare e celare l’esistenza di povertà e vulnerabilità, ma anche di resistenze e tentativi di riscatto. La vista, la consapevolezza delle disuguaglianze e dei possibili modi di opporvisi fanno vacillare quelle certezze diffuse che ci permettono di non vedere i nostri privilegi.

Non è un caso che il linguaggio della sicurezza vada di pari passo con quello della legittimazione legale: l’uso frequente di aggettivi come irregolare, illegale, clandestino normalizza l’idea che ci siano persone meno degne di essere considerate tali, indebolisce l’empatia e l’identificazione con l’Altro, colpevolizzando gli individui per una condizione su cui non hanno in realtà avuto la possibilità di scegliere. E fa abituare al pensiero dell’emergenza continua, dei morti in mare, delle violenze ai confini, delle condizioni di vita e di lavoro che ledono la dignità delle persone. Ecco perché le politiche securitarie mirano a mostrare il meno possibile le esperienze concrete delle persone costrette ai margini, e si servono di termini asettici, burocratici, disumanizzanti.

Dobbiamo allora intendere la sicurezza come volontà di mantenere l’ordine delle cose, i privilegi di chi li ha, e di sedare le spinte centrifughe in grado di metterli in discussione. Totalmente assente dalle politiche migratorie è l’idea che la sicurezza possa essere intesa come protezione da sfruttamento, povertà, esclusione. Senza questo approccio, non si potrà mai parlare di una sicurezza veramente collettiva.

Laura Morreale

Sono laureata in Mediazione linguistica e culturale all'Università per Stranieri di Siena e in Scienze delle lingue, storia e culture del Mediterraneo e dei Paesi Islamici presso l’Università degli studi di Napoli “L’Orientale”.
Mi interessa di mondo arabo-musulmano, migrazioni e contesti multiculturali.