Antirazzismo e scuole. Vol.1

a cura di Annalisa Frisina, Filomena Gaia Farina, Alessio Surian (Padova University Press, open access online)

Questo libro propone di partire dai bambini e dalle bambine per prendere consapevolezza di come i processi di razzializzazione siano pervasivi nella società italiana e si possa imparare molto presto a riflettere criticamente sulle diseguaglianze confrontandosi tra pari. Nasce da una ricerca-azione antirazzista che si è svolta nelle scuole primarie ed è rivolto in primis agli/alle insegnanti, per creare dei percorsi didattici che possano contrastare le diverse forme del razzismo (razzismo anti-nero, antisemitismo, antiziganismo, islamofobia, xenorazzismo e sinofobia).

E’ un libro che offre ricchi e originali materiali di lavoro (tavole di fumetti e video-interviste a testimoni privilegiate/i) per promuovere dialoghi nei contesti educativi.

Il volume è liberamente scaricabile a questo link.
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Introduzione

Il razzismo raccontato dai bambini e dalle bambine. C’è qualcuno in ascolto?
di Annalisa Frisina e Alessio Surian 1

Questo libro tenta di superare un diffuso approccio culturalista che riduce il razzismo ad una questione di ignoranza e che fa dell’educazione antirazzista principalmente un’ingiunzione morale a scoprire la bellezza della diversità. Al centro della nostra riflessione sta la presa di coscienza che la “razza” come fatto sociale e non certo biologico, cioè come dispositivo di gerarchizzazione umana, non è qualcosa di cui ci si libera non nominandolo, perché gioca un ruolo cruciale nell’organizzazione sociale e politica.

Nella sociologia contemporanea, si preferisce usare il termine razzializzazione (Frisina 2020, pp. 47-50) per mettere in luce le circostanze storiche e politiche che riproducono le gerarchie razziali e si cerca di spostare l’attenzione da coloro che vengono definiti razzialmente (i “neri”, gli “zingari”…) ai gruppi sociali più potenti,
cioè ai razzializzatori, coloro che traggono vantaggi simbolici e materiali dai processi di gerarchizzazione umana. Il privilegio è per lo più invisibile agli occhi dei privilegiati, che spesso sono inconsapevoli del suo impatto sulle vite proprie e altrui.

La razzializzazione implica l’inferiorizzazione o peggio la de-umanizzazione, la segregazione spaziale, lo sfruttamento economico, la violenza materiale e simbolica nei confronti di soggetti che vengono considerati appartenenti a determinati gruppi e, più o meno esplicitamente, non appartenenti ad un noi normativo: i “bianchi” o anche gli italiani (doc, di origine controllata).

In questo libro, i soggetti razzializzati non vengono considerati mai vittime, ma attori sociali con una loro soggettività politica, che rivendicano in circostanze difficili la propria umanità e dignità, restando troppo spesso inascoltati. Ciò è particolarmente vero per le donne razzializzate che si scontrano quotidianamente contro razzismo e sessismo, trovando raramente alleanze che riconoscano e supportino la loro autodeterminazione.

Come affrontare questa complessità nella scuola italiana?
La nostra proposta è di partire dai bambini e dalle bambine, attualizzando il lavoro pioneristico di ricerca dell’antropologa Paola Tabet (1997, si rimanda al nostro Cap. 1) per prendere consapevolezza di come i processi di razzializzazione siano pervasivi e si possa imparare molto presto a riflettere criticamente sulle
diseguaglianze confrontandosi tra pari.
I bambini e le bambine nominano il razzismo, lo riconoscono nelle loro vite quotidiane, lo incontrano pure a scuola nelle interazioni tra pari e con gli/le insegnanti.

Se li consideriamo cittadini e cittadine del presente (e non, come spesso si dice, del futuro) a scuola possiamo creare le condizioni per fare emergere e de-naturalizzare le rappresentazioni ideologiche che legittimano le ingiustizie sociali. I bambini e le bambine hanno un senso di giustizia che va coltivato e sostenuto
attraverso un dialogo intergenerazionale.

Come diceva Gianni Rodari (in Roghi 2020, p. 179), occorre una grande fantasia, una forte immaginazione per immaginare un mondo migliore di quello in cui viviamo e mettersi a lavorare per costruirlo. Abbiamo bisogno dell’utopia dei bambini e delle bambine per aspirare a qualcosa di meglio di questo presente distopico, per imparare nuovamente a vedere il presente come una possibilità e non una necessità, coltivando quotidianamente un futuro diverso.

Credits: Assia Petricelli e Sergio Riccardi, Sinnos
Credits: Assia Petricelli e Sergio Riccardi, Sinnos

Questo libro è rivolto in primis agli/alle insegnanti e nasce da un desiderio collettivo: trasformare la scuola per trasformare la società. È un sogno che in realtà abita da molto tempo la scuola italiana (Roghi 2017 e 2020). Come diceva Don Milani nella “Lettera ai giudici”, il fine è “sentirsi ognuno responsabile di tutto” e “insegnare a reagire all’ingiustizia”, perché affermare “mi importa, mi sta a cuore” è l’opposto del motto fascista “me ne frego”. Don Milani (come Paulo Freire) invita i suoi studenti a identificarsi con gli “oppressi di tutto il mondo” e partire dalla propria sofferenza e dalla propria rabbia per impegnarsi a cambiare insieme ad altri le condizioni che le generano.

Questo modo di intendere l’educazione e il mestiere di insegnante implica schierarsi dalla parte di chi sta in basso nelle gerarchie sociali, contro i meccanismi delle istituzioni scolastiche che riproducono le diseguaglianze sociali. A chi divideva il mondo “in italiani e stranieri”, Don Milani rispondeva che il suo mondo era diviso in privilegiati e oppressi; e il suo modo di insegnare era per gli oppressi. Questo libro è dunque un contributo per tutte/i quelle/quegli insegnanti che vogliono impegnarsi per la giustizia sociale e contro la guerra (Batini, Mayo e Surian 2014), attualizzando l’insegnamento della scuola di Barbiana, consapevoli che alle istanze redistributive vadano affiancate oggi a quelle per il riconoscimento e la degna rappresentazione.

Riteniamo sia ineludibile continuare a domandarsi: che cittadine/i vogliamo formare a scuola?
Mario Lodi e i/le tanti/e insegnanti del Movimento di Cooperazione educativa che uscivano dal fascismo avevano ben presente che era necessario “praticare la libertà” a scuola, insegnare la capacità critica dei e delle bambini/e verso gli insegnanti, perché poi sapessero dire no a qualsiasi “capo” o “autorità” un giorno avesse chiesto loro di fare qualcosa contro la dignità loro o di altri esseri umani.

Come era possibile questo altro modo di intendere l’insegnamento? Bisognava creare le condizioni perché “i cittadini più giovani” potessero farsi sentire dagli adulti; dunque, incoraggiare l’esplorazione, la creatività e i lavori di gruppo, mettersi in cerchio e facilitare il confronto tra pari, in modo da far “imparare la democrazia”
a scuola.

Questo sogno collettivo di trasformare una scuola classista e autoritaria, di formare cittadini/e che si prendano cura e si sentano responsabili, è ancora vivo, ma si rinnova tenendo conto dei cambiamenti avvenuti da tempo nella società italiana. Mentre a partire dagli anni cinquanta la lotta alle diseguaglianze nella scuola era centrata sulla dimensione economica, sulla classe sociale, oggi la questione razziale è imprescindibile.

Condividiamo questa urgenza con colleghi come Federico Oliveri dell’Università di Pisa, che recentemente ha curato il libro “Convivere nella diversità” (2020), in cui la razzializzazione viene chiamata in causa in molteplici modi, ad esempio nel mancato intervento delle istituzioni pubbliche nel rimuovere gli ostacoli ad una piena uguaglianza (Ibidem, p.43); o ancora, nel riconoscimento delle difficoltà che le persone razzializzate incontrano nel prendere la parola di fronte a coloro che si sentono di aver diritto ad un “trattamento differenziale” per il semplice fatto di risiedere da più tempo in un certo territorio; e, soprattutto, nell’affermazione che le divisioni razziali servano a dirottare il conflitto sociale verso il basso della gerarchia, lasciando indisturbati coloro che governano e detengono il potere economico finanziario (Ibidem, p. 47).

Ci sono anche molte assonanze con la proposta educativa di Paola Gandolfi (2018) dell’Università di Bergamo, che ha invitato a mettere al centro “la poetica della relazione” e il “diritto all’opacità” di E. Glissant, ad affrontare la questione migratoria senza dimenticare quella razziale e a decolonizzare le menti nutrendosi di pratiche artistiche da accogliere e sperimentare nei contesti scolastici.

Credits: Assia Petricelli e Sergio Riccardi, Sinnos
Credits: Assia Petricelli e Sergio Riccardi, Sinnos

Il titolo del nostro libro (“anti-razzismo e scuola”) rimanda ad un conflitto aperto, anche se spesso non manifesto, tra coloro che prendono posizione contro la riproduzione delle diseguaglianze e si assumono la responsabilità di lavorare culturalmente per trasformare la scuola/la società e coloro che, spesso senza averne troppa consapevolezza, restano passivi/e di fronte al perpetuarsi di privilegi e discriminazioni quotidiane.
Impegnarsi nella trasformazione della scuola inevitabilmente comporta la fatica di trasformare se stessi/e, riflettendo sul proprio posizionamento come docenti “bianchi” o razzializzati, mettendo in discussione il razzismo istituzionale che continua a rendere “italiani illegittimi” i figli e le figlie delle migrazioni, ancora in
cerca di riconoscimento e pari diritti.

Ci piace pensare a questo libro come all’inizio di un lungo percorso che promuove una nuova riflessività collettiva, per tentare di farla finita con la riproduzione del senso di superiorità di molti europei/italiani/“bianchi” che pensano di meritarsi per nascita dei diritti che altri/e dovrebbero conquistarsi scalando gerarchie sociali a scapito di qualcun altro/a (destinato/a a stare ancora più in basso).

È un processo che mira anche ad interrompere la dolorosa riproduzione di un senso di inferiorità tra bambini/e razzializzate, che ancora troppo spesso sentono che la società maggioritaria li considera meno intelligenti, meno belli, meno buoni e tarpa le ali alle loro aspirazioni, rendendo difficile immaginarsi in futuro in posti ancora esclusivi, nei quali “quelli che assomigliano a loro” sono ancora pochi/e.

Abbiamo ripreso il lavoro di Paola Tabet in chiave di ricerca-azione, cioè abbiamo voluto non solo indagare come i bambini e le bambine immaginino e discutano l’alterità (di gruppi storicamente razzializzati), ma abbiamo voluto anche agire in chiave formativa, cercando un dialogo con insegnanti interessati ad
aggiornarsi sui razzismi. In questo libro sono presenti i contributi di tre insegnanti (Gianluca Gabrielli, Orietta Candelaresi e Luisa Sartelli) che abbiamo incontrato in questo percorso e che propongono riflessioni e piste didattiche a partire dalle esperienze con i/le loro alunni/e (Cap. 5, 6 e 7). Nel libro viene inoltre proposta una
riflessione su come praticare l’antirazzismo a scuola all’interno della cornice dell’educazione alla cittadinanza globale (Cap. 8).

Che cosa è possibile fare con questo libro? Qui di seguito trovate tre piste principali di lavoro.
● Tenere presenti gli strumenti teorici che vengono presentati (nel Cap 2 e nel Cap 3) per riflettere sulle diverse forme del razzismo (razzismo anti-nero, antisemitismo, antiziganismo, islamofobia, xenorazzismo e sinofobia) in relazione alle crescenti diseguaglianze sociali e cogliere i suggerimenti pratici su come avviare discussioni tra insegnanti in chiave auto-formativa e con i bambini e le bambine in chiave didattica.
● Ascoltare le esperienze e i materiali consigliati dalle/dai testimoni privilegiate/i che partendo da sé (Cap. 4) offrono l’opportunità di comprendere che cosa significhi il razzismo nella vita quotidiana e a scuola. Per contrastare le diverse forme di razzismo viene suggerito di aprire le porte della scuola alla presenza di attori sociali razzializzati che sono i veri protagonisti delle lotte anti-razziste nella società italiana, dialogando con loro e offrendo ai bambini e alle bambine modelli ai quali ispirarsi.
● Lavorare coi fumetti per nutrire l’immaginazione e lo spirito critico dei bambini e delle bambine. Nel libro sono presenti molte tavole gentilmente concesseci proprio per offrirle come materiale di un lavoro educativo e formativo antirazzista. Alla fine di questa introduzione troverete due storie a fumetti
che raccontano la resistenza collettiva degli afrodiscendenti contro il razzismo anti-nero attraverso le biografie di due celebri attiviste, una studiosa (Angela Davis) e un’artista (Miriam Makeba).
Come ha suggerito la scrittrice Michela Murgia nel suo libro per l’infanzia “Noi siamo tempesta” (2019), le storie che raccontiamo ai bambini e alle bambine sono troppo spesso storie di eroi (maschi, bianchi) solitari che devono difendersi dal nemico (guerreggiando). E se invece di condividere storie che nutrono un immaginario individualista e paranoico offrissimo avventure “per diventare potenti
insieme
”?

Nella scuola, come nella società, bisogna decidere se è più importante il pronome ‘io’ o il pronome ‘noi’, ci diceva Gianni Rodari (Roghi 2020, p. 173).

  1. Annalisa Frisina ha scritto il primo paragrafo su Il razzismo raccontato dai bambini e dalle bambine e Alessio Surian il secondo su Fumetti, graphic novel, silent book e antirazzismo.