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Lesvos, un anno dopo gli incendi di Moria

Il Legal Centre Lesvos: condizioni identiche, se non peggiori, spostate in un'altra zona dell’isola

Photo credit: No Border Kitchen

Nessuna lezione imparata e nessuna presa di responsabilità

A un anno dagli incendi che hanno distrutto il tristemente noto campo di Moria a Lesbo e dalle varie promesse politiche che ne sono seguite (compresi i “mai più Moria”), le condizioni di vita disumane che i migranti in arrivo a Lesbo devono sopportare continuano a ripresentarsi identiche, se non peggiori, in un’altra zona dell’isola.

Lungi dal ripensare l’approccio di contenimento e le misure di confinamento delle persone nei campi dell’isola, la Grecia e l’unione Europea hanno concordato l’estensione e il consolidamento di questo modello letale tramite la costruzione di nuovi campi chiusi “polivalenti nelle isole dell’Egeo orientale, dove i migranti verranno mandati in futuro.

Invece di riconoscere che l’incendio di Moria è stato l’inevitabile conseguenza dell’approccio hotspot e delle infrastrutture letali del campo che non dovrebbero in nessun caso essere replicate, le autorità greche hanno continuato a mettere in atto tutti i provvedimenti e le misure possibili per la progressiva chiusura di tutte le sistemazioni alternative e sicure esistenti a Lesbo, anche per i minori, le famiglie e le persone vulnerabili o con patologie.

Nel frattempo, il Centro di Accoglienza e Identificazione (RIC) “temporaneo” costruito in tutta fretta nell’area di Mavrovouni (anche noto come “Moria 2.0“) su un terreno contaminato da piombo e concesso in affitto per cinque anni è diventato l’unico sito in cui sono confinate le persone in cerca di asilo; in condizioni disumane simili a quelle a Moria: con alloggi inadeguati, scarse condizioni igieniche, e scarso accesso all’assistenza sanitaria o al supporto legale.

Le autorità greche ed europee non hanno riconosciuto le loro evidenti responsabilità per la creazione, estensione ed infine distruzione del letale campo di Moria.
Al contrario, lo stato greco ha opportunamente arrestato sei giovani migranti afghani presentandoli come gli unici colpevoli degli incendi, cercando di sviare il dibattito pubblico dalla questione delle condizioni di vita all’interno del campo e dalla responsabilità politica.

Va ricordato che l’incendio ha avuto luogo in un momento in cui il le persone che vivevano nel campo di Moria erano più di 12.000 (nonostante una capacità ufficiale di 3.100), le restrizioni di movimento erano in vigore da quasi sei mesi, e la paura crescente del COVID-19 si stava diffondendo all’interno del campo (senza che la direzione del campo avesse preso alcun provvedimento adeguato per proteggere dal contagio del virus le persone costrette a vivere al suo interno).

Le autorità nazionali hanno represso violentemente le proteste dei residenti contro la mancanza di misure sanitarie pubbliche bloccando le strade intorno al campo, isolando i residenti e sparando gas lacrimogeni e fumogeni.

Solo una settimana prima dell’incendio, il 2 settembre 2020, la prima persona nel campo era risultata positiva al virus. Anziché trasferire le persone infette fuori dal campo, impiegare personale medico o adottare misure igieniche per le persone che si trovavano all’interno, le autorità greche hanno annunciato l’isolamento totale di Moria, con ingresso e uscita esplicitamente vietati per 14 giorni per tutti coloro che non facessero parte del personale di sicurezza. Lo stesso giorno, il ministero greco dell’immigrazione ha firmato un contratto di quasi un milione di euro per iniziare la conversione del campo in un centro chiuso sorvegliato.

Ogni responsabilità per il crimine di Moria è stata negata dalle autorità greche, che hanno dichiarato i sei giovani afghani colpevoli dal momento del loro arresto e li hanno prevedibilmente condannati alla prigione a seguito di un processo iniquo e ingiusto (cosa che ha rafforzato l’idea che si trattasse di una decisione premeditata).

Solo una settimana dopo l’incendio, il ministro greco dell’immigrazione e dell’asilo ha dichiarato che “il campo era stato incendiato da sei rifugiati afgani che erano già stati arrestati“, violando già il loro diritto alla presunzione di innocenza. Cinque dei sei accusati erano minorenni al momento dell’arresto, ma solo due di loro sono stati ufficialmente riconosciuti come tali. Questi due minorenni riconosciuti sono stati processati davanti al tribunale dei minori di Mitilene (Lesbo) e condannati a cinque anni di prigione a marzo 2021, nonostante la mancanza di prove e un’udienza convocata in fretta e furia che non ha rispettato le norme procedurali di base. Gli altri quattro, tra cui tre minori non riconosciuti, sono stati condannati all’unanimità a dieci anni di reclusione a giugno 2021 dal Tribunale della Giuria Mista di Chios, nonostante ampie prove attenuassero la loro colpevolezza. La loro condanna si è basata solo su una testimonianza scritta, di dubbia accuratezza, di un residente del campo di Moria, che è scomparso prima del processo e apparentemente non poteva essere localizzato per comparire in tribunale.

In questo processo, nessuna delle obiezioni degli avvocati della difesa è stata accolta dalla Corte, né sull’esclusione ingiustificata del pubblico, degli osservatori e dei giornalisti dall’aula, né sul fatto che l’atto d’accusa non è mai stato tradotto agli imputati in una lingua a loro comprensibile, e nemmeno sulla dimostrazione dello status di minore età di tre dei quattro al momento dell’arresto.

In violazione della decisione ministeriale 3390/13-08-2020, che regola le procedure di valutazione dell’età, il tribunale ha rifiutato i documenti d’identità originali che provavano la minore età degli imputati e ha invece basato la valutazione dell’età sul parere “esperto” di uno scienziato sociale con una formazione in criminologia e antropologia. Quest’ultimo ha sostenuto, sulla base delle radiografie delle mani degli imputati, che i tre erano adulti. Da allora, gli avvocati che rappresentano i tre minorenni hanno chiesto due volte l’accesso a queste radiografie, a maggio e luglio 2021, all’agenzia greca di sicurezza sociale (EFKA), per sottoporle a un medico specializzato e ottenere un parere medico indipendente e qualificato sull’età. Finora queste richieste rimangono senza risposta.

Le condizioni di vita disumane imposte alle persone nell’inferno di Moria, altrimenti riconosciute da tutti i partecipanti ai processi, sono state altrettanto ignorate dai tribunali come fattore per ridurre la pena degli imputati. Mettendo da parte la palese e spudorata mancanza di un processo equo osservata nel caso dei sei accusati dell’incendio di Moria (che prima o poi sarà esaminata da istituzioni di livello superiore) ci si dovrebbe interrogare sulla responsabilità penale e civile delle autorità greche ed europee coinvolte nella creazione dei campi hotspot, come Moria, Mavrovouni e i prossimi che li sostituiranno.

Non c’è giustizia per le famiglie delle vittime di Moria, così come per le decine di migliaia di persone le cui vite sono ignorate delle istituzioni del campo. Non c’è stato alcun risarcimento per coloro che hanno visto la loro salute peggiorare a causa del prolungato contenimento in condizioni disumane e antigieniche; per coloro che hanno subito violenze, precarietà, abusi sessuali o altri generi di abusi; per i bambini a cui è stato negato l’accesso all’istruzione, a un alloggio sicuro o a un’alimentazione adeguata, a cui è stato negato l’accesso all’assistenza o che vengono abbandonati a se stessi; per coloro che ancora vivono con i disturbi post-traumatici derivanti dalla loro detenzione in questo inferno in terra. Non c’è stato alcun riconoscimento, da parte delle autorità responsabili, del loro ruolo nel causare e aggravare il trauma di coloro che sono già soggetti a persecuzione e insicurezza, della loro deliberata sottomissione di migliaia di persone a trattamenti strazianti e degradanti al solo scopo di sostenere i violenti confini dell’Europa.

Niente più Moria“, come previsto, è una promessa vana. Il campo di Mavrovouni è Moria 2.0: costruito per garantire il contenimento e l’esclusione dei migranti, costruito per dimostrare che la Fortezza Europa non si preoccuperà della sicurezza, dei diritti o delle vite dei migranti, indipendentemente da qualunque promessa politica venga fatta. Inoltre, tra le isole dell’Egeo orientale, la logica di Moria si sta solo rafforzando: si stanno costruendo altri centri polivalenti di accoglienza e identificazione, interamente finanziati e ordinati politicamente dall’Unione, che garantiranno la detenzione estesa dei migranti e la continua perpetrazione della violenza contro di loro.

La costruzione di questi campi continua a perpetrare i violenti crimini delle autorità greche ed europee nei confronti dei migranti, che si uniscono alle pratiche di espulsione, deportazione ed esternalizzazione. Ma gli incendi di Moria di un anno fa hanno dimostrato che queste politiche sono destinate a fallire, e andranno inevitabilmente incontro allo stesso destino.