I braccianti in lotta a Campobello di Mazara

Le richieste dei lavoratori in questa ricostruzione dei fatti curata da Casa del mutuo soccorso, Contadinazioni-Fuori Mercato

Dai braccianti di Campobello un messaggio di solidarietà a Mimmo Lucano

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Nella notte tra il 29 e il 30 settembre il ghetto tra Campobello di Mazara e Castelvetrano è bruciato. Un ragazzo, Omar, è morto carbonizzato. Sebbene le cause dell’incendio non siano ancora state accertate, possiamo affermare con certezza che l’incendio è il risultato di anni di abbandono da parte delle istituzioni, abbandono in cui i braccianti vivono senza diritti, documenti, e abitazioni, mentre i padroni possono guadagnare di lavoro nero, grigio e altri sfruttamenti.

E, dopo l’incendio – che non è certo il primo episodio drammatico avvenuto a Campobello in questi anni – i braccianti hanno deciso di ribellarsi a questo sistema che li vuole deboli e sfruttati.

La mattina dopo l’incendio hanno bloccato la strada che collega Campobello a Castelvetrano e sono poi partiti in corteo verso il centro di Campobello e si sono diretti all’ex oleificio Fontane d’oro, dove sono entrati e hanno iniziato a sistemare le tende per passare la notte.

L’ex oleificio di Fontane d’oro è il simbolo di anni di inconsistenza politica da parte delle istituzioni locali e regionali. Qui sono state montate e smontate tendopoli, sempre costruite in un’ottica emergenziale, come se davvero si potesse parlare di emergenza quando sono più di dieci anni che ogni settembre più di mille lavoratori arrivano per la raccolta delle olive da mensa.

Fontane d’oro è dunque il simbolo dell’infinita retorica dell’emergenza che ogni anno garantisce instabilità di documenti, di abitazioni, e di condizioni lavorative adeguate, il tutto a vantaggio degli imprenditori che possono sfruttare una manodopera a basso costo e restare competitivi all’interno della filiera.

È per questa assenza di risposte, che dopo l’incendio si è trasformata in rabbia, che i braccianti hanno detto no all’ennesimo piano di una tendopoli della croce rossa proposta dalla Prefettura e per la quale durante tutta la giornata di venerdì forze dell’ordine, istituzioni e varie forme di associazionismo si sono spesi.

I braccianti hanno detto di no all’ennesima soluzione emergenziale, al ricatto della fame e della pioggia, hanno ribadito che loro vogliono rimanere insieme, che divisi sono più deboli e che loro questo non lo vogliono. Utilizzando in autogestione il fondo di solidarietà della campagna Portiamo l’acqua al ghettoSos Campobello di Mazara”, hanno acquistato tende, cibo e materassi e hanno riorganizzato un campo informale che, nella giornata di sabato, ha continuato a espandersi con la riattivazione della cucina e l’arrivo di diverse altre persone.
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Fontane d’oro non è una soluzione definitiva, ma rimanere in autogestione al suo interno ha un significato politico che i braccianti hanno ben chiaro. Infatti, questo luogo è al momento al centro di interessi umanitari – della Croce rossa e di altre cooperative – politiche ed economiche – sono infatti stati sbloccati fondi regionali ed europei che erano bloccati da anni a seguito di questa tragedia. E’ qui che le istituzioni vorrebbero istallare le fantomatiche dieci casette (per quaranta posti), che potrebbero ospitare solo una piccola parte dei braccianti e non è ancora chiaro a quali condizioni.
Le casette, i container, i campi istituzionali sono ormai la risposta prediletta dalle istituzioni per gestire i lavoratori stagionali: in Puglia, in Calabria e dall’anno scorso anche a Cassibile.

I lavoratori di Campobello, però, chiedono di più: dopo l’incendio chiedono di avere accesso alle case, tramite una mappatura da parte dei comuni di Campobello e Castelvetrano degli immobili sfitti o abbandonati, un’agevolazione o un’intermediazione da parte dei comuni nell’affitto, visto che in questi paesi resta impossibile affittare casa se sei nero/a.

Chiedono una sanatoria per tutti e tutte coloro che sono state vittime dell’incendio al ghetto, causato da anni di incuria: non soltanto il recupero dei documenti che sono andati perduti o bruciati, ma anche per chi da anni lavora da “irregolare”, sfruttato da un sistema burocratico-economico che si riproduce su questa marginalizzazione.

Chiedono infine un lavoro giusto, i diritti in quanto lavoratori, e lo chiedono ai datori di lavoro ma anche alle istituzioni che potrebbero porre un freno a quegli imprenditori che sfruttano, picchiano e ammazzano.

Durante la conferenza stampa del 3 ottobre a Fontane d’oro, i rappresentanti dei lavoratori hanno ribadito che loro vogliono soluzioni concrete e non emergenziali. Il silenzio delle istituzioni, che non si sono fatte vedere dal giorno dell’incendio, è assordante ma non è una novità, i lavoratori lo sanno bene.

Ora i lavoratori vogliono prima di tutto che la loro autonomia nell’attuale campo di Fontane d’oro non sia toccata, ma chiedono documenti per tutti e tutte, un lavoro degno, con contratti e possibilità di tutelare la propria salute, e uno sforzo da parte delle istituzioni per trovare soluzioni abitative.

Ogni anno piovono soldi per l’emergenza di turno, e mai come quest’anno dove la tragedia è successa per davvero, e i lavoratori ora chiedono prima di tutto di quantificare le spese per l’emergenza – ad esempio, quanto verranno a costare le casette? – così da rendere pubblico quanti soldi ogni anno vengono spesi in soluzioni temporanee e discriminatorie quando si potrebbero reinvestire in un fondo che punti a soluzioni concrete – abitative e lavorative – che garantiscano dignità e diritti.