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Respingimenti illegali e violenza alle frontiere. Regione balcanica, agosto 2021

Il rapporto di Border Violence Monitoring Network (traduzione integrale)

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Sommario generale

Ad agosto il Border Violence Monitoring Network (BVMN) ha registrato 30 respingimenti, che hanno avuto un impatto su 324 persone attraverso le rotte migratorie nei Balcani. Questo rapporto riunisce le testimonianze con osservazioni sul campo provenienti da tutta la regione, evidenziando i vari tipi di violenza alle frontiere attuati dall’UE e da altri Stati. L’analisi presentata considera i modelli di violenza della polizia durante i respingimenti, così come le terribili condizioni nei campi e negli alloggi informali, aspetti che costituiscono alcuni dei processi di frontiera che coinvolgono le persone in movimento.

Particolare attenzione è rivolta all’esperienza degli afghani sfollati che transitano attraverso la Turchia, la Grecia e i Balcani. Il report fornisce dati statistici sull’esperienza del popolo afghano in movimento dal 2017, tracciando i modelli di lunga data della violenza alle frontiere che li colpiscono. Accanto a questo, la pubblicazione esamina la situazione degli afghani che arrivano in Turchia, le sfide che devono affrontare nell’accesso all’asilo e al sostegno, e i rischi affrontati nell’attraversare la Turchia orientale dall’Iran. Fornendo informazioni sulle risposte dell’UE alla situazione in Afghanistan, gli aggiornamenti provengono anche dal confine della Turchia con la Grecia, dove sono state apportate ulteriori aggiunte al muro di confine che impedisce alle persone di accedere al territorio.

Le pratiche di respingimento aggressive sono andate avanti nell’area di Evros per tutto agosto con gruppi rimasti bloccati sulle isole del fiume Evros / Meriç e morti evitabili. Ciò si affianca a questioni più ampie e preoccupanti, giunte al culmine ad agosto, tra cui i pericolosi impatti degli incendi in tutto il paese, la fine dei benefici in denaro dell’UNHCR per i richiedenti asilo e l’ulteriore criminalizzazione del soccorso in mare nell’Egeo. La violenza dei respingimenti è evidenziata anche dall’analisi delle testimonianze dal confine ungherese, dove l’uso di unità K9 rispecchia la brutalità della polizia nel contesto croato. Il report fornisce anche ulteriori prove della violenza sessuale compiuta da agenti croati durante i respingimenti in Bosnia ed Erzegovina, nonché delle sfide per le comunità di transito LGBTQIA + in Turchia.

Nelle notizie di contenzioso, vengono analizzati due casi chiave. In primo luogo, il respingimento a catena di un querelante camerunese a cui è stato negato l’accesso all’asilo in Slovenia e la cui sentenza della Corte Suprema è stata palesemente ignorata dalle autorità slovene incriminate, attuali titolari della Presidenza del Consiglio dell’UE. In secondo luogo, viene evidenziato il caso di un ulteriore respingimento a catena documentato da Austria Pushback Alarmphone, nonostante una sentenza storica a luglio del Tribunale amministrativo regionale della Stiria. È incluso anche un follow-up sul modello di dispersione degli alloggi informali dalla Serbia settentrionale al confine con la Macedonia del Nord, descritto in questa pubblicazione in relazione a Belgrado.

Il report fornisce anche altri aggiornamenti, come le notizie sui requisiti di finanziamento imposti alla guardia costiera greca relativi all’attuazione del monitoraggio indipendente delle frontiere. Nel frattempo persistono pattugliamenti congiunti sul confine italo-sloveno e le notizie di crescenti respingimenti illegali al confine polacco-bielorusso costituiscono ulteriori tendenze inquietanti. Alle frontiere esterne dell’UE, agosto è stato segnato da persistenti respingimenti e brutalità della polizia.

BVMN è una rete di organizzazioni di controllo attive in Grecia e nei Balcani occidentali, tra cui No Name Kitchen, Rigardu, Are You Syrious, Mobile InfoTeam, Josoor, [re:]ports Sarajevo, InfoKolpa, Escuela con Alma, Centre for Peace Studies, Mare Liberum, IPSIA, Collective Aid e Fresh Response.

Sommario

Generale
Network di segnalazione
Metodologia
Terminologia
Abbreviazioni
Tendenze nella violenza alle frontiere
Violenza contro gli afghani in transito
Abbandoni sulle isole dei fiumi Evros/Meriç
Schemi nei respingimenti ungheresi
Uso dei cani e violenza sessuale da parte della polizia croata
Aggiornamenti sulla situazione
Grecia
Estensione del muro di confine
Chiusura dei programmi di assistenza economica
Sviluppi nell’Egeo e progetto di legge restrittivo discusso in parlamento
DG Home finanzia la guardia costiera ellenica sui meccanismi di monitoraggio
Conseguenze degli incendi nella regione
Serbia
Trasferimenti interni da Belgrado
Slovenia
Il governo ignora continuamente la sentenza della corte vinta dal ricorrente camerunense
Austria
Minore somalo respinto dall’Austria nonostante le recenti sentenze della corte
Italia
Sorveglianza al confine italo-sloveno
Turchia
Situazione a Van: il confine iraniano-turco
La comunità di migranti LGBTQIA+ in Turchia
Un aggiornamento su Istanbul e la Turchia in generale
Polonia/Biellorussia
Violenza ai confini esterni europei
Glossario dei report, agosto 2021
Struttura e contatti del Network

Generale

Network di segnalazione
BVMN è un progetto collaborativo tra più organizzazioni e ONG che lavorano lungo la rotta dei Balcani occidentali e in Grecia, documentando le violenze ai confini contro i migranti. I membri delle organizzazioni utilizzano un database comune come piattaforma per raccogliere le testimonianze di respingimenti illegali ottenute attraverso interviste.

Terminologia
Il termine pushback è una componente chiave della situazione che si è venuta a creare lungo i confini dell’UE (Ungheria e Croazia) con la Serbia nel 2016, dopo la chiusura della rotta balcanica. Pushback descrive l’espulsione informale (senza giusto processo) di un individuo o di un gruppo verso un altro paese. È in contrasto con il termine “deportazione”, che è condotta all’interno di un quadro giuridico. I pushback sono diventati una parte importante, anche se non ufficiale, del regime migratorio dei paesi dell’UE e di altri paesi.

Metodologia
Il processo metodologico delle interviste sfrutta lo stretto contatto sociale che i nostri volontari sul campo hanno con rifugiati e migranti per monitorare i respingimenti ai confini. Quando gli individui tornano con lesioni significative o storie di abusi, uno dei volontari addetti alla segnalazione delle violenze si siede con loro per raccogliere una testimonianza. Anche se la raccolta di testimonianze in sé si rivolge di solito ad un gruppo non più grande di 5 persone, i racconti possono riguardare anche gruppi di 50 persone. Le interviste hanno una struttura standardizzata che unisce la raccolta di dati (date, geo-localizzazioni, descrizioni degli agenti di polizia, foto di lesioni / referti medici, ecc.) a testimonianze delle violenze.

Abbreviazioni
BiH – Bosnia ed Erzegovina
HR – Croazia
SRB – Serbia
SLO – Slovenia
ROM – Romania
HUN – Ungheria
ITA – Italia
MNK – Macedonia del nord
ALB – Albania
GRK – Grecia
TUR – Turchia
EU – Unione Europea

Violenza contro gli afghani in transito
Gli eventi in corso in Afghanistan, che hanno raggiunto il picco ad agosto, hanno condotto a un grande spostamento di persone verso i paesi vicini e ad un ulteriore rischio di violenza e morte per coloro che sono presi di mira dal regime talebano. Se l’attenzione immediata è stata comprensibilmente focalizzata sul paese stesso, è anche importante collocare il trasferimento forzato di persone dall’Afghanistan nel più ampio contesto di complicità europea, sia per la violenta invasione e occupazione lanciata nel 2001 a fianco degli Stati Uniti, ma anche per i successivi 20 anni di applicazione repressiva delle frontiere che ha impedito agli afghani di raggiungere l’UE.

La violenza contro gli afghani alle frontiere è endemica e incarnata dalle pratiche di respingimento osservate lungo i confini dell’UE. Questa esternalizzazione è anche accompagnata da detenzione e voli di deportazione degli immigrati, come nel caso della Germania che solo (temporaneamente) ha sospeso i rimpatri forzati all’aeroporto di Kabul nell’agosto di quest’anno.

Da gennaio 2017 BVMN ha registrato 481 casi di respingimento che coinvolgono afghani attraverso le rotte migratorie balcaniche. Questi incidenti costituiscono il 41% di tutte le testimonianze registrate dalla rete. Oltre 11.300 persone sono state coinvolte in questi respingimenti, anche se è importante notare che il numero esatto di afghani non è distinguibile attraverso questi dati perché le interviste con i membri dei gruppi di migranti non forniscono rigide suddivisioni demografiche. Ciò che le statistiche evidenziano tuttavia è la prevalenza della violenza a cui gli afghani sono soggetti o testimoni. Gruppi che coinvolgono afghani sono stati presi di mira con una serie di brutali violenze fisiche, che equivalgono per molti aspetti alla tortura. BVMN è solidale con le persone colpite da questa terribile situazione: quelli in Afghanistan, quelli che cercano di andarsene, e gli afghani che sono in viaggio sulla rotta balcanica.
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Tipo di violenza usata nei respingimenti che coinvolgono afghani (Fonte: BVMN)
Raccolta di testimonianze che coinvolgono afghani
Quantità di testimonianze raccolte per mese. I numeri non mostrano i respingimenti totali, ma solo il numero delle testimonianze raccolte.
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Abbandoni sulle isole dei fiumi Evros/Meriç
Dopo diversi incidenti nella primavera del 2020, dall’autunno dello scorso anno BVMN ha notato una nuova vile tendenza nella violenza alle frontiere da parte delle autorità greche. Gruppi di migranti vengono arrestati, sottoposti alla solita procedura di respingimento (che comporta il furto dei telefoni, denaro e tutti gli altri effetti personali, detenzione illegale, percosse e denudamenti forzati) e poi trasferiti al confine e abbandonati intenzionalmente su piccole isole nel fiume Evros / Meriç che separa la Grecia dalla Turchia. Finora BVMN ha raccolto più di 24 testimonianze che descrivono questa tattica, con persone bloccate sulle isole per giorni, a volte in territorio greco, a volte in territorio turco.

In tre di questi casi, i migranti sono riusciti a nascondere almeno un telefono cellulare e hanno contattato il membro del network BVMN Josoor. I filmati e i dati di geolocalizzazione ottenuti hanno confermato la loro presenza su queste isole, in tutti i casi per più giorni, con le guardie di frontiera su entrambi i lati che impediscono qualsiasi attraversamento, anche usando veri proiettili. Oltre ad allertare sia le autorità greche che turche competenti, Josoor ha contattato Frontex con lettere urgenti.

Nell’ultima settimana di agosto 2021, BVMN ha notato un forte aumento di questa tendenza altamente preoccupante, con tre gruppi che hanno contattato Josoor dalle isole nel fiume di confine. In due di questi incidenti, si sono verificati presunti decessi. La morte di un uomo siriano, che mentre si trovava in una foresta sul territorio greco aveva cercato aiuto a causa del rapido deterioramento delle sue condizioni di salute, è stata ora confermata e il suo corpo è stato sepolto in Turchia. I corpi di altri due uomini siriani si trovano ancora su un’isola dopo che, come verificato tramite un video inviato da altri membri del gruppo, avevano tentato di attraversare il fiume per tornare in Turchia e sono stati portati via dalla corrente. Le loro famiglie hanno contattato BVMN chiedendo sostegno per il rimpatrio dei corpi in Siria.

Tuttavia, sia le autorità greche che turche hanno finora rifiutato di recuperare i corpi.
Per diversi motivi, BVMN non sta (ancora) tenendo statistiche sui decessi. Tuttavia, le ultime settimane e mesi sembrano aver registrato un forte aumento delle persone in movimento che muoiono al confine terrestre greco-turco. In risposta a due lettere urgenti su questi due casi recenti, il direttore di Frontex Fabrice Leggeri ha informato BVMN che le informazioni sono state trasmesse alle autorità greche.
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Persone abbandonate su un’isola del fiume Evros/Meriç dopo un respingimento dalla Grecia (Fonte: Josoor)

Schemi nei respingimenti ungheresi

1) Tracciamento dei telefoni
I giornalisti nel nord della Serbia hanno ricevuto varie testimonianze su agenti che controllano e manomettono i telefoni delle persone prima dei respingimenti dall’Ungheria, discostandosi dall’altra pratica della distruzione dei telefoni (vedi 3.1). Le testimonianze suggeriscono che i dispositivi sono presi di mira dalla polizia a causa della loro funzione GPS e del potenziale per scoprire informazioni sulle rotte degli attraversamenti di frontiera. In un caso alcuni migranti hanno anche affermato che dopo essere stati arrestati alla frontiera, gli agenti di polizia ungheresi hanno confiscato il loro telefono e installato un software che gli avrebbe consentito di rintracciare meglio i loro movimenti nei futuri attraversamenti (vedi 3.2), anche se questo deve ancora essere pienamente dimostrato. Segnalazioni simili sono state fatte a giugno, e prove dall’area intorno a Subotica suggeriscono che più gruppi di migranti sospettano che la manomissione dei telefoni sia una pratica comune per sorvegliare i loro spostamenti.

2) Uso di cani
In diversi casi recenti, tra cui uno di luglio, agenti di polizia ungheresi sono stati segnalati mentre usavano cani mentre arrestavano gruppi di migranti. Gli animali sembrano essere utilizzati principalmente come minaccia dissuasiva, ma in diverse occasioni sono stati lasciati liberi e hanno inflitto lesioni alle persone in movimento, anche a minori. L’aumento dell’uso delle unità K9 risale all’iniziale rafforzamento dei controlli alle frontiere da parte del governo Orban dopo la chiusura del corridoio umanitario. I casi di attacchi con cani implicavano già anche i funzionari di Frontex nell’ottobre 2016, dimostrando che si tratta di un modello sistemico usato da diverse agenzie di frontiera.

3) Detenzione al punto di arresto e nei furgoni della polizia
L’arresto dei migranti di solito porta a periodi di detenzione in loco, con gli agenti che li trattengono in attesa dei rinforzi. Le persone sono spesso soggette a pratiche violente, come essere costrette a sdraiarsi o inginocchiarsi a terra, a volte per ore, con le mani sulla testa o dietro la schiena. Il mantenimento di queste posture dolorose è anche un aspetto della detenzione nei furgoni della polizia, con testimonianze che riferiscono che i gruppi sono ammanettati e costretti nella parte posteriore dei furgoni prima di essere portati al confine con la Serbia. Lo spazio nel vano posteriore dei veicoli può contenere circa 10 persone, ma i migranti sono spesso costretti a entrarvi in numero molto più elevato. Le persone devono sopportare il caldo estremo e hanno difficoltà a respirare in uno spazio così ristretto (vedi . 3.3).

“Non era possibile sedersi o respirare”

4) Foto / video
Molte testimonianze menzionano il fatto che agenti di polizia ungheresi scattano foto o fanno video di persone mentre vengono espulse attraverso il confine con la Serbia (vedi 3.1, 3.2, 3.3). Anche se tale pratica a volte si verifica all’interno di stazioni di polizia o altri luoghi di detenzione, spesso accade direttamente ai cancelli della recinzione di confine. Alle persone viene regolarmente ordinato di tenere una targhetta che mostra un numero mentre vengono registrate o fotografate. Un gruppo ha anche riferito che queste fotografie sono state scattate di fronte e di profilo con i segni numerati.

5) Uso di droni
Secondo quanto riferito, i droni sono stati utilizzati dalle autorità ungheresi per tracciare i valichi di frontiera e dirigere le forze di polizia verso i gruppi di migranti (vedi 3.3). In un incidente recente, i droni sono stati usati per intercettare i migranti, e le forze ungheresi sembravano essere schierata in risposta alle dimensioni del gruppo di transito. I gruppi intervistati da luglio hanno anche avvistato droni che volteggiavano sopra le loro teste prima dell’arrivo della polizia e del respingimento in Serbia.

Uso dei cani e violenza sessuale da parte della polizia croata
Ad agosto sono state osservate inquietanti tendenze di violenza al confine croato con la Bosnia ed Erzegovina per quanto riguarda l’uso di cani poliziotto e la violenza sessuale da parte degli agenti. In particolare, l’uso di unità K9 è stato un problema ricorrente in agosto, con cani non solo utilizzati in pattugliamenti/arresti, ma come armi durante le operazioni di respingimento. I gruppi di migranti segnalano agenti mascherati con uniformi Ekipa za Posebne Zadace (EPZ), una subunità speciale della polizia croata Interventna, che usano cani poliziotto senza museruola durante le espulsioni violente. In un caso una persona è stata maltrattata e graffiata mentre cadeva a terra e cercava di sfuggire all’animale (vedi 6.10).

Un amico è caduto a terra e il cane gli è saltato addosso. Ha ricevuto un morso mortale…, ora non può camminare

Anche se questo caso mostra l’uso di cani che causano lesioni dirette, la funzione primaria del loro dispiegamento è quella di spaventare. Insieme ai morsi di cane, la violenza psicologica delle unità K9 spinge le persone a fuggire in difficoltà, spesso causando cadute e ulteriori lesioni. Gli individui caduti a volte vengono anche ulteriormente picchiati dalla polizia mentre sono a terra. Questo modello è stato segnalato nelle aree di Velika Kladuša e Šturlić, e l’obiettivo principale di questo tipo di violenza sono i giovani uomini, compresi i minori.
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Testimoni disegnano un pushback che coinvolge l’unità di polizia croata k9 (Fonte: Anonimo)

I membri di BVMN hanno anche raccolto recenti segnalazioni di violenze di tipo sessuale da parte di agenti croati contro gruppi di migranti. Una recente testimonianza descrive agenti di polizia croati che chiedono alle persone di togliersi i vestiti e costringono altri membri del gruppo a guardare. L’intervistato riferisce che a lui e a diversi minori del gruppo di migranti è stato ordinato di spogliarsi e che sono stati violentemente palpeggiati dagli agenti nei genitali, una forma di brutale abuso sessuale testimoniato in precedenti rapporti provenienti da questa zona di confine. Mentre l’atto di costringere individui o interi gruppi di migranti a spogliarsi è stato osservato per qualche tempo, l’aggressione sessuale è un elemento spesso non segnalato di violenza di respingimento. Il numero di tali segnalazioni è spesso esiguo, poiché la natura di questi crimini rende molto difficile per le persone denunciare. Tuttavia, una denuncia penale presentata dal Center for Peace Studies, membro del Network, su un episodio di stupro, così come i rapporti del Consiglio danese per i rifugiati tramite il quotidiano Guardian, indicano tutti la violenza sessuale come una pratica presente al confine croato.

Infine, ci sono state ulteriori segnalazioni di poliziotti croati che hanno attraversato la Bosnia ed Erzegovina mentre conducevano respingimenti. Diverse testimonianze suggeriscono che la polizia croata ha catturato i migranti nei dintorni del sud-ovest di Bihać, sul lato del confine della Bosnia ed Erzegovina. Gli intervistati affermano che i gruppi sono stati portati in Croazia dalla polizia, picchiati e poi respinti di nuovo in Bosnia ed Erzegovina. Questa pratica è stata analizzata nel rapporto di febbraio di BVMN, con incursioni della polizia croata vicino alla zona di Izačić. Un’altra recente testimonianza dalla zona di Velika Kladuša mostra che questa pratica non si rivolge solo ai giovani uomini, ma anche alle famiglie (vedi 6.4). In questo caso preciso, l’intervistato ha riportato che gli agenti croati hanno catturato due famiglie all’interno del territorio croato e hanno indossato maschere da sci prima di attraversare il territorio bosniaco con un furgone e lasciare il gruppo nella zona di Velika Kladuša.

Grecia

Estensione del muro di confine

Agosto ha visto una continua estensione delle recinzioni di confine in Grecia. Temendo una nuova “crisi” migratoria, il ministro della protezione dei cittadini della Grecia, Michalis Chrischoidis, ha annunciato ufficialmente il 20 agosto che la Grecia aveva costruito un muro di 40 km (25 miglia) al confine con la Turchia, compresa l’installazione di un sistema di sorveglianza. Questo è in risposta alla presa di potere dell’Afghanistan da parte dei talebani, con la Grecia che cerca di impedire a possibili richiedenti asilo di cercare di raggiungere l’Europa. Il confine comprende, tra il monitoraggio elettronico avanzato hi-tech e automatizzato, radar che possono vedere fino a 15 km in territorio turco. Questo è in aggiunta a una recinzione di quasi 13 km già presente in Grecia. Descrivendo la costruzione della barriera aggiuntiva, Chrisochoidis ha dichiarato:

Non possiamo aspettare, passivamente, un possibile impatto

La recinzione alta 5 metri (16,4 piedi) e otto torri di osservazione sono state costruite nell’area di Feres, nella parte meridionale della regione di confine. Con un budget totale di 62,9 milioni di euro, il progetto è stato intrapreso da un consorzio di quattro imprese di costruzione. Il portavoce del governo afferma che il paese sta prendendo tutte le misure possibili per assicurarsi di non diventare di nuovo “la porta d’Europa“.

L’esperienza per molti afghani attualmente sulla rotta balcanica e per quelli recentemente sfollati per la presa del controllo da parte dei talebani è caratterizzata da ulteriori violenze di Stato. L’estensione del muro al confine con la Turchia rappresenta un altro ostacolo per coloro che cercano un passaggio sicuro in Europa ed è un atto d’accusa schiacciante della risposta dello Stato greco.
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Parte della recinzione esistente greca vicino Kastanies/Pazarkule (Fonte: Josoor)

Chiusura dei programmi di assistenza economica
Il Ministero greco della Migrazione ha deciso di concludere il programma di assistenza in denaro dell’UNHCR alla fine di settembre 2021. Ciò significa che non sarà fornita alcuna assistenza finanziaria ai richiedenti asilo che non sono ospitati in strutture abitative formali riconosciute dalle autorità greche. Secondo i resoconti dei media, a marzo 2021 il numero di persone che vivevano al di fuori di queste strutture ammontava a 25.000 in Grecia, mentre il numero totale di persone che ricevevano assistenza finanziaria era di 64.500.

L’ultimo pagamento è stato emesso in agosto e copriva due mesi, agosto e settembre. A partire da ottobre 2021, le autorità greche saranno responsabili della fornitura di assistenza ai richiedenti asilo. Il Ministero ha annunciato che i richiedenti asilo della “popolazione urbana” dovranno presentare una richiesta di alloggio nel caso in cui non abbiano le risorse finanziarie per coprire i loro bisogni di base. Allo stesso tempo, i campi continentali e l’ESTIA non hanno capacità sufficienti per ospitare queste persone e i periodi di attesa per gli alloggi statali possono durare mesi. Questo lascia molte persone a rischio di diventare senzatetto, lottando per sopravvivere senza alcun supporto.

Inoltre, il Ministero della Migrazione ha annunciato la chiusura di alcuni campi continentali come Skaramangas. Questo mette ancora più pressione sui campi esistenti che dovranno proteggere i residenti dei campi in chiusura.

Sviluppi nell’Egeo e progetto di legge restrittivo discusso in Parlamento
Negli ultimi tre mesi si è assistito nell’Egeo ad un aumento dei nuovi arrivi documentati, come si può osservare nelle istantanee settimanali fornite dall’UNHCR. Solo a Samos sono arrivate 174 persone tra giugno e agosto. Tuttavia, questa tendenza non si osserva solo sulle solite 5 isole hotspot. Ad esempio, il 5 agosto, un gruppo di 26 persone è arrivato su Ikaria. Di questo gruppo, solo 12 sono stati ufficialmente registrati e inviati a Samos. Rimane una seria preoccupazione su cosa sia successo esattamente al resto del gruppo poiché la gente del posto ha visto arrivare molto più di 12 persone quel giorno.

Domenica 29 agosto, Efimerida Syntakton ha riportato l’ennesimo respingimento di 25 persone dalla spiaggia di Potami a Samos. Gli abitanti dei villaggi locali sono intervenuti e hanno offerto loro cibo e acqua, solo per poi assistere al loro arresto da parte della polizia, che ha preso i loro telefoni, i loro soldi e li ha fatti entrare in un furgone bianco senza targhe, sostenendo che stavano portando il gruppo al RIC di Vathy. Non sono mai arrivati lì. Il 31 agosto 159 persone sono state intercettate al largo delle coste di Milos e Citera, due isole situate rispettivamente a circa 150 miglia e 250 miglia dalla costa turca.

Complessivamente, nel solo mese di agosto sono stati segnalati da Aegean Boat Report 68 respingimenti nell’Egeo, che riguardano un totale di 1.530 persone. Alla fine, 172 persone sono state respinte in tre eventi separati tra il 29 e il 30 agosto. A tutti è stato negato il diritto di chiedere asilo.

Nel frattempo, il 25 agosto, il ministero della Migrazione ha presentato una nuova bozza per una “Riforma delle procedure di espulsione e rimpatrio” che sarà discussa dal Parlamento greco. Il disegno di legge ministeriale, fortemente criticato dal Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa Dunja Mijatović, prende di mira ancora una volta i gruppi della società civile che sostengono i migranti e ostacolerà ulteriormente la capacità delle ONG di operare nel contesto della ricerca e del soccorso nel Mar Egeo.

Di particolare preoccupazione è l’articolo 40, che stabilisce che le ONG devono essere registrate e “devono agire secondo gli ordini e le istruzioni delle autorità portuali“, il che rappresenterebbe un inconveniente per la possibilità di monitoraggio e per le segnalazioni delle violazioni dei diritti fondamentali da parte delle stesse autorità.

Allo stesso tempo, questo disegno di legge comporta un forte aumento dei costi amministrativi delle procedure di asilo, aumentando la tassa per una successiva domanda di asilo a 100 euro, il che avrebbe un chiaro impatto sul sostanziale diritto di asilo.

Mentre il progetto viene discusso in Parlamento, le organizzazioni che operano a Samos sono state informate di un ampio elenco di requisiti che gli operatori umanitari devono presentare per accedere al nuovo MPRIC che sarà presto aperto nell’area di Zervou. Il personale delle ONG dovrà presentare una copia della carta d’identità / passaporto, un casellario giudiziario rilasciato fino a tre mesi prima della presentazione, una dichiarazione della persona che afferma di non essere stata condannata per un reato penale, un CV e un contratto di lavoro o volontariato.
Il risultato prevedibile di questi requisiti, combinato con le severe sanzioni disciplinate nel disegno di legge ministeriale, sarà un effetto agghiacciante sul lavoro della società civile a Samos, mentre il Segretario generale per l’accoglienza dei richiedenti asilo, Manos Logothetis, sta già invitando le imprese locali nel nuovo campo per garantire che le persone confinate nella struttura non abbiano bisogno di andare in città. Non è chiaro se anche agli imprenditori locali verrà chiesto di fornire un elenco simile di documenti al momento dell’ingresso nel nuovo MPRIC.

DG Home finanzia la guardia costiera ellenica sui meccanismi di monitoraggio
Alla luce degli sviluppi in Afghanistan, il ministro della Migrazione Mitarakis ha deciso di prendere una posizione forte contro la possibilità che i cittadini afghani entrino in Europa dalla Grecia. In linea con tale decisione, la guardia costiera ha inoltrato una richiesta alla Commissione Europea per avere maggiori finanziamenti per far fronte a un eventuale aumento degli attraversamenti di frontiera. Tuttavia, dopo le preoccupazioni crescenti in merito ai respingimenti nell’Egeo e alla frontiera terrestre greca degli ultimi mesi, la DG Home ha deciso di impegnarsi a stanziare fondi aggiuntivi a condizione che la Grecia istituisca un meccanismo di monitoraggio indipendente per i diritti fondamentali.

Un meccanismo simile, anche se lungi dall’essere completamente indipendente, è già in vigore in Croazia, dal luglio 2021. Il modello croato è stato oggetto di un esame approfondito da parte di BVMN e di altri per l’uso fraudolento dei fondi e una precedente mancanza di attuatività. In Grecia, il ministero ha risposto alludendo a un presunto standard doppio che riguarda il finanziamento condizionale fissato dalla Commissione. Atene sostiene che vi è una possibile mancanza di base giuridica e che la Grecia attuerà tale meccanismo di monitoraggio quando sarà obbligatorio per tutti i membri dell’UE.

Anche se la Commissione ha tutto il diritto di menzionare le proprie preoccupazioni in materia di diritti umani per quanto riguarda la protezione delle frontiere, sembra ancora una volta che non tutti i membri del Consiglio condividano la stessa “visione”, dal momento che il ministro degli interni austriaco, Carl Nehammer, parla della possibilità di centri di deportazione nei paesi vicini come risposta a un possibile aumento dei rifugiati afghani. Ancora una volta la migrazione sta evidenziando una rottura nella politica europea.

Conseguenze degli incendi nella regione
Il 21 luglio è scoppiato un piccolo incendio sulla metà settentrionale di Eubea, un’isola a circa 30 miglia a nord-est di Atene. Nei successivi 20 giorni (con temperature per lo più superiori a 100 gradi Fahrenheit, o 38 gradi Celsius) l’incendio è cresciuto da una costa all’altra di Eubea, facendo tantissimi danni: 120.000 acri di foresta bruciata, centinaia di milioni di euro di perdite economiche e l’evacuazione di dozzine di villaggi e migliaia di isolani. Due persone sono rimaste uccise.

Le evacuazioni sono state condotte nella maggior parte delle aree colpite dagli incendi, ma ci sono stati notevoli ritardi nell’evacuazione del centro di detenzione pre-rimozione di Amygdaleza (PRDC) e nel campo di Malakasa. Mentre gli incendi infuriavano intorno ad Amygdaleza, l’acqua del campo è stata interrotta e le persone sono state costrette a rimanere lì senza alcun modo di proteggersi dal fumo. La polizia ha cercato di vietare le foto e video dalla zona per evitare di far vedere alle persone quanto fosse grave la situazione.

Il 3 agosto, l’eurodeputato Tineke Strik ha invitato il governo greco a evacuare il PRDC e ha ricevuto una dura risposta dal ministro della migrazione e dell’asilo Notis Mitarakis: “Naturalmente abbiamo un piano. Qualche interesse per i residenti locali che soffrono per l’incendio? Avete chiesto di loro?” nonostante la maggior parte dei residenti della zona sia già stata evacuata. Il PRDC è stato infine evacuato, ma solo dopo giorni di proteste e condanne, mentre gli incarcerati sono stati nel frattempo esposti a fumo pesante e temperature elevate. Nel frattempo, 3.000 residenti del campo di Malakasa a nord di Atene sono stati evacuati nel cuore della notte del 6 agosto. Sono stati portati nei campi di Ritsona e Thiva, e poi riportati a Malakasa il 9 agosto dopo che gli incendi si erano allontanati dal centro.

Serbia

Trasferimenti interni da Belgrado
Per tutto il mese di agosto, i volontari del membro del Network Collective Aid hanno assistito a regolari incursioni e sfratti di centri di alloggio informali a Belgrado. Durante le loro attività di sensibilizzazione nei parchi pubblici, i volontari hanno spesso visto la polizia avvicinarsi alle persone e costringerle a salire su furgoni e autobus della polizia.

In alcune occasioni, la polizia ha radunato con la forza le persone in un edificio abbandonato vicino alla stazione degli autobus fino a quando non è riuscita a riempire un intero pullman.I migranti non potevano lasciare l’edificio per procurarsi cibo o acqua durante queste incursioni, nonostante le temperature arrivassero regolarmente oltre i 30 ° C. Ci sono stati alcuni casi in cui i volontari hanno riferito di aver visto persone nell’edificio che sembravano essere ferite. Quando i volontari hanno tentato di avvicinarsi all’edificio in cui i gruppi erano detenuti, la polizia ha chiesto di vedere i documenti di tutti e ha detto loro che non potevano registrare o scattare fotografie.

Le persone prelevate durante queste incursioni spesso tornano a Belgrado pochi giorni dopo e molti riferiscono di essere stati portati al campo di Preševo, vicino al confine con la Macedonia del Nord. Segnalazioni simili sono arrivate dalle comunità di Šid, Sombor e Subotica lungo i confini nel nord della Serbia. Il rapporto di luglio di BVMN ha ripreso questo schema, con gruppi di oltre 60 persone che sono state trasferite in autobus per tutto il Paese fino a Preševo.

Queste operazioni su larga scala sono diventate più frequenti nelle ultime settimane. I media locali hanno iniziato a pubblicare regolarmente articoli sugli sfratti, e dichiarazioni fornite dalle autorità statali. Anche il ministero dell’Interno serbo ha rilasciato molte dichiarazioni sulla questione, sostenendo che queste operazioni continueranno anche in futuro al fine di “preservare la sicurezza di tutti i cittadini, così come dei migranti stessi“. Eppure, in verità, questa pratica preserva solo un accresciuto stato di precarietà per le persone in movimento nelle zone della capitale e di confine, rappresentando un ostacolo alla loro mobilità.

Slovenia

Il governo ignora continuamente la sentenza della corte vinta dal ricorrente camerunense
Ad aprile di quest’anno la Corte Suprema della Slovenia ha riconosciuto che il respingimento di un querelante dalla regione anglofona dissidente del Camerun era illegale e che egli doveva essere portato in Slovenia. Questa decisione ha ribaltato il ricorso del Ministero dell’Interno e ha confermato la decisione del Tribunale amministrativo presa nel luglio 2020. Ha riconosciuto che la Slovenia ha violato il 18 ° e il 19 ° articolo della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea: il principio di non respingimento, il divieto di espulsione collettiva e il diritto dei querelanti di chiedere protezione internazionale. Il tribunale ha anche ordinato allo Stato di garantire il ritorno del ricorrente in Slovenia, che gli sia permesso di rientrare e chiedere protezione internazionale.

Anche se lo stato è obbligato a garantire il passaggio (sicuro) in Slovenia, il Ministero e il governo hanno ignorato l’ordine del tribunale per più di quattro mesi e hanno continuato a ignorarlo anche dopo che la decisione era stata resa pubblica da BVMN e da una lettera aperta di InfoKolpa (un ampio articolo sulla decisione è stato pubblicato anche sul giornale Dnevnik e la lettera aperta è stata trasmessa e pubblicata su Radio Študent).

L’unica risposta dei media in merito a questa decisione del tribunale è arrivata dal direttore generale della polizia Anton Olaj, che ha detto solo che il querelante è libero di raggiungere uno qualsiasi dei valichi di frontiera in Slovenia, ignorando che il problema principale è quello di attraversare la Croazia, da cui il querelante è stato respinto più volte.

Il fatto che la pratica dei respingimenti continui (da giugno 2018 ad agosto la polizia slovena ha espulso 27.000 persone secondo i dati disponibili) e continui a essere ignorata anche se la Slovenia ha assunto la presidenza dell’UE è stato anche uno degli argomenti principali del webinar di luglio organizzato da Infokolpa e BVMN. Intitolati “Slovenia e respingimenti a catena: un mediatore disonesto del nuovo patto sull’asilo e la migrazione“, i relatori hanno discusso di questa spinta legislativa sotto la nuova presidenza e delle gravi violazioni dei diritti alle frontiere. Accanto agli attivisti c’erano anche due membri del parlamento: Tineke Strik e Malin Bjork.

Questi ultimi sono stati tra gli eurodeputati che hanno espresso critiche contro il ministro dell’Interno Aleš Hojs nella commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni del Parlamento europeo in un’audizione del 2 settembre. In questa occasione hanno contestato il flagrante disprezzo mostrato nei confronti della sentenza della Corte slovena nel caso del querelante camerunese, e la negligenza mostrata per l’obbligo agli stati di garantirgli un passaggio sicuro e un giusto accesso all’asilo.

I deputati hanno anche criticato la natura sistemica dei respingimenti e hanno consegnato il Libro nero dei respingimenti al ministro Hojs, che in seguito, parlando alla TV slovena, ha risposto: “Ho già letto il Libro nero in parlamento e ho visto cosa scrivono di me e della polizia slovena. Tutte bugie“. Naturalmente non vi è alcuna menzione del ministro Hojs nel Libro Nero, il che solleva domande sull’attenzione dei ministeri alle prove presentate. Le pratiche descritte nel libro vanno avanti anche oggi e sono aumentate negli ultimi tempi, con l’incremento della detenzione di gruppi di migranti nel Centro per stranieri di Postumia.
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Il Libro nero di Respingimenti viene presentato ad Aleš Hojs (Fonte: GUE/NGL)

Austria

Minore somalo respinto dall’Austria nonostante le recenti sentenze della corte
Il 25 luglio, un gruppo di sei persone provenienti da diverse nazioni africane, tra cui un minore somalo, ha chiesto asilo a Bad Radkersburg, al confine sud-orientale austriaco, dopo aver attraversato a piedi il confine con la Slovenia. La polizia austriaca li ha portati alla stazione di frontiera di Sicheldorf, ha fornito loro cibo, ha preso i loro dati personali, impronte digitali e foto e ha fatto loro credere che la loro richiesta di asilo sarebbe stata elaborata. Al gruppo è stato detto che dovevano solo aspettare il trasporto al campo di accoglienza austriaco. Invece, dopo quattro ore è arrivato un furgone della polizia slovena e sono stati espulsi.

Il minore somalo ha detto a Push-Back Alarm Austria, che ha documentato il caso in collaborazione con Asylkoordination Austria:
La maggior parte di noi era malata o aveva ferite alle gambe. Avevamo camminato per diciassette giorni e non avevamo mangiato per tre. La polizia austriaca ci ha detto: nessun problema, andrete al campo, vedrete un medico lì e tutto andrà bene. Eravamo tutti stanchi, ci siamo addormentati. Ci siamo fidati di loro. Nessuno sospettava minimamente che ci avrebbero riportato indietro. Ero felice. La mia lotta era finita.
E poi, i miei amici mi hanno svegliato. Hanno detto che l’autobus per noi era arrivato. Quando sono uscito, ho visto la bandiera slovena, la polizia slovena. Il mio primo pensiero è stato: Oh, ci manderanno in Slovenia, la Slovenia ci darà alla Croazia e la Croazia ci darà alla Bosnia
“.

Il minore somalo ha deciso di intraprendere un’azione legale e ha presentato una denuncia presso lo stesso tribunale austriaco che aveva emesso una sentenza rivoluzionaria nel giugno 2021. Infatti, solo un mese prima del recente incidente, il Tribunale amministrativo regionale della Stiria ha constatato che, nel caso di un denunciante marocchino, la polizia austriaca aveva agito in modo illecito. Anche in questo caso le autorità avevano avviato un respingimento a catena verso la Bosnia ed Erzegovina, effettuato il 29 settembre 2020, con la partecipazione delle autorità slovene e croate.

La sentenza affermava: “Sulla base del corso del procedimento descritto (…) la Corte giunge alla conclusione che i respingimenti sono in una certa misura applicati metodicamente in Austria“. All’epoca, il Ministero dell’Interno austriaco negò qualsiasi violazione sistematica della legge. Alla luce di questi nuovi sviluppi, tuttavia, la valutazione del tribunale si rivela sempre più pertinente.

Push-Back Alarm Austria sta attualmente trattando circa 15 casi simili di rimpatri illegali da parte delle autorità austriache. Nel frattempo l’eurodeputata austriaca Bettina Vollath ha chiesto alla Commissione Ue, in un’indagine urgente riguardante il regime di respingimenti a catena che coinvolge Austria, Italia, Ungheria, Slovenia e Croazia, quali misure saranno adottate per fermare la violazione della Carta dei diritti fondamentali dell’UE da parte degli Stati membri a livello sistematico. Leggi qui la risposta della Commissione.

Italia

Sorveglianza al confine italiano-sloveno
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Pattugliamenti congiunti tra la polizia italiana e slovena (Fonte: Ministero dell’Interno sloveno)

Il flusso di arrivi dalla rotta balcanica verso l’Italia nord-orientale è aumentato significativamente durante il mese di agosto. Associazioni e gruppi di volontari che sostengono le persone a Trieste hanno dichiarato di aver fornito aiuto diretto a 659 persone durante questo mese, tra cui 103 minori. Si ritiene molto probabile che il numero effettivo di arrivi e transiti sia molto più alto, con molte persone che non si fermano a lungo nelle immediate zone di confine. Durante le ultime settimane, ci sono state diverse segnalazioni di trafficanti arrestati mentre trasportavano persone in territorio italiano. Allo stesso tempo, è aumentata anche l’intensità delle pratiche di controllo lungo le frontiere: in un solo giorno 150 persone sono state trovate e trasferite in strutture di quarantena nella regione Friuli-Venezia Giulia (FVG).

Ciò ha spinto ancora una volta il discorso pubblico e ufficiale verso la necessità di reintrodurre le riammissioni informali in Slovenia, propagandate per luglio di quest’anno. Eppure non c’è alcuna conferma ufficiale sulla reintroduzione di “riammissioni informali” (respingimenti) da parte di testimoni sul campo, anche se hanno iniziato a circolare voci su gruppi respinti dal territorio italiano. Il Ministero dell’Interno ha rifiutato di fornire dettagli sulla cooperazione tra le forze di polizia di Roma e Lubiana nei pattugliamenti di frontiera. Ma in assenza di dichiarazioni ufficiali, l’installazione di 55 droni da parte delle autorità slovene è in linea con la crescente sorveglianza del transito attraverso questo confine.

I volontari in Piazza della Libertà a Trieste hanno assistito a un grave episodio di razzismo istituzionale nel mese di agosto. Un’ambulanza è stata chiamata per fornire assistenza medica a un ragazzo minorenne appena arrivato dalla Slovenia. Gli operatori sanitari inizialmente si sono rifiutati di assistere la persona, trattandola in modo aggressivo e irrispettoso. Al ragazzo è stata data assistenza medica solo dopo una forte insistenza da parte dei volontari presenti. Ulteriori ostacoli all’assistenza sanitaria stanno anche avendo impatti più ampi per la mobilità delle persone oltre Trieste, e questo si vede più chiaramente nella mancanza di accesso alle vaccinazioni. Senza il “green pass“, che prova la vaccinazione, le persone in transito in FVG non sono in grado di continuare il loro viaggio.

Turchia

Situazione a Van: il confine iraniano-turco
I confini orientali della Turchia, il principale punto di ingresso per gli afghani (tra gli altri) in fuga verso e attraverso la Turchia per decenni, sono stati militarizzati dal 1980 a partire dal conflitto della Turchia con il PKK (il Partito dei lavoratori del Kurdistan). La Commissione europea ha criticato le misure antiterrorismo nella Turchia orientale per aver portato a violazioni dei diritti umani, ma è attiva nel sostenere finanziariamente la sorveglianza delle frontiere nella regione per prevenire l’ulteriore migrazione verso il territorio dell’UE. Lo strumento dell’UE per l’assistenza preadesione (IPA) per la Turchia tra il 2014 e il 2020 ha fornito al Centro nazionale di coordinamento e analisi congiunta dei rischi veicoli di sorveglianza, antenne di comunicazione e sorveglianza, telecamere termiche e apparecchiature hardware e software. L’IPA ha inoltre finanziato la formazione delle pattuglie di frontiera nell’analisi e nella gestione dei rischi. La Turchia ha anche costruito un muro di cemento lungo 295 chilometri con una recinzione di filo spinato lungo il confine con l’Iran, che secondo il ministro dell’Interno turco, Süleyman Soylu, è stato possibile grazie al sostegno finanziario dell’UE di 110 milioni di euro.

Ad agosto, il governo turco ha spinto verso una più rapida costruzione di recinzioni in cemento a est e un nuovo rafforzamento della sorveglianza delle frontiere nella regione a causa della paura della migrazione afghana con la presa del controllo dell’Afghanistan da parte dei talebani. I media filo-governativi, Daily Sabah, hanno riferito che due compagnie di ricognizione, due compagnie di commando del Comando delle forze terrestri, tre compagnie e un battaglione del Comando generale della Gendarmeria e 750 agenti di polizia delle operazioni speciali, composti da 35 squadre della Direzione generale della sicurezza, e veicoli blindati sono stati inviati al confine orientale per rafforzare la sorveglianza delle frontiere. La Turchia ha anche lanciato una nuova unità di comando della guardia costiera sul lago Van con telecamere termiche e notturne, dispositivi radar e sonar, per ostacolare i trafficanti.

Poiché le preoccupazioni per la sicurezza interna (operazioni antiterrorismo) si interconnettono con le politiche di esternalizzazione dell’UE nella Turchia orientale, le persone in movimento e gli abitanti del posto che attraversano la frontiera per scopi economici informali (ad es. contrabbando di merci) sono soggetti a severe misure di sicurezza. Questi includono anche diversi casi di tortura e uccisioni da parte degli eserciti turco e iraniano durante l’ultimo decennio, come riportato durante le interviste condotte da Karolina Augustova a migranti, residenti locali di Van e l’Associazione Bar Van.

Ulteriori interviste con persone in movimento indicano respingimenti dalla Turchia all’Iran che si verificano dal 2016 (ad esempio, l’accordo UE-Turchia). Un membro della Gendarmeria turca ha confermato ad Augustova che i respingimenti avvengono nella Turchia orientale “per evitare l’onere finanziario di ospitare tutte le persone nei centri di rimozione“. Tuttavia, l’espulsione delle persone oltre il confine con l’Iran, i pestaggi fisici (segnalati da uomini afghani) e la distruzione di beni, si sono intensificate insieme al recente divieto di deportare gli afghani nel loro paese. Ad esempio, una famiglia afgana arrivata a Van in agosto ha detto di essere stata respinta due volte prima di riuscire a passare, e che le pattuglie di frontiera hanno detto loro di “andarsene e non tornare mai più in Turchia“. Inoltre, le “operazioni di intercettazione” continuano nell’est della Turchia e portano alla detenzione o al trasporto diretto di persone al confine con l’Iran e al loro respingimento. Questo spinge le persone in fuga a fare affidamento sui trafficanti organizzati in minivan e barche per l’attraversamento del lago Van verso ovest, nella speranza di evitare il rilevamento da parte delle autorità statali. Ciò ha portato ad un aumento delle vittime nell’est, dimostrato dalle numerose sepolture al cimitero di Seyrantepe a Van.

Poiché la Turchia mantiene la limitazione geografica alla Convenzione delle Nazioni Unite sui rifugiati del 1951, gli afghani, proprio come tutti i non europei, non sono autorizzati a chiedere asilo in Turchia né in grado di cercare protezione temporanea come è possibile per i siriani. Invece, gli afghani hanno in teoria il diritto di chiedere protezione internazionale in Turchia, con la quale dovrebbero essere reinsediati in Stati terzi. Ma visti i pochi sforzi per reinsediare gli afghani nell’UE e in altri paesi occidentali, la Turchia teme che possano rimanere più del dovuto nel paese e quindi respinge la maggior parte delle domande mentre sviluppa ulteriori misure lungo i suoi confini orientali. La dura sorveglianza delle frontiere e i respingimenti verso l’Iran sono quindi strettamente correlati alla mancanza internazionale di cooperazione sui reinsediamenti dalla Turchia, oltre alla limitazione geografica della Turchia alla Convenzione sui rifugiati.
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Cimitero di Seyrantepe a Van, Turchia orientale, dove vengono sepolte le persone che muoiono durante l’attraversamento dei confini (Fonte: KarolinaAugustova)

La comunità di migranti LGBTQIA+ in Turchia
Con il deterioramento della situazione generale dei diritti civili e politici in Turchia, è dilagante nel paese dall’inizio del 2021 un giro di vite sulla comunità queer e sui diritti delle persone LGBTQIA + . Con il parallelo forte aumento del razzismo nella società turca, la comunità queer di persone in movimento è a rischio. Josoor, membro di BVMN, e la sua organizzazione partner “il progetto Aman“, a sostegno della comunità di migranti queer in Turchia, hanno osservato un forte aumento degli attacchi e della repressione. I membri della comunità non solo devono affrontare attacchi razzisti e omofobi da parte di civili, ma sono anche a grave rischio di repressione per mano delle autorità turche. Con il sentimento generale anti-migranti tra la popolazione turca, le autorità hanno ancora una volta iniziato una campagna di rimpatri forzati “volontari” in Siria e hanno represso la popolazione senza documenti a Istanbul negli ultimi mesi.

In generale, il sentimento anti-queer tra la popolazione in Turchia è più accentuato nelle città più piccole. Fatta eccezione per un piccolo numero di aree nella capitale Istanbul, i migranti queer sono a grave rischio in tutto il paese. Tuttavia, con le autorità turche che si rifiutano di registrare le persone in movimento nelle città più grandi come Istanbul, la maggior parte della popolazione queer che vive lì è a rischio permanente di arresto, detenzione e allontanamento nelle province più vicine al confine siriano, dove sono costrette a firmare accordi di rimpatrio volontario e vengono deportate in Siria.

Uno dei membri della comunità il progetto Aman, la trans siriana Sofia, è stata arrestata alla fine di luglio e rilasciata solo dopo che il progetto Aman aveva avviato una grande campagna mediatica che ha portato un membro della Camera dei Lord del Regno Unito a intervenire diplomaticamente. Sofia è stata successivamente rilasciata ed è al sicuro, a differenza di un’altra donna trans siriana che è stata rimpatriata con la forza in Siria da Istanbul nel 2019 ed è scomparsa solo pochi giorni dopo, presumibilmente uccisa. Con la presa del potere da parte dei talebani in Afghanistan e la conseguente repressione della comunità POM in Turchia, Josoor e Aman temono che la situazione dei rifugiati LGBTQIA+ nel Pese si deteriorerà ulteriormente nei prossimi mesi e il progetto Aman sta concentrando i suoi sforzi sul reinsediamento dei suoi membri della comunità in altri paesi.

Secondo quanto riferito, un’afgana LGBTQIA + a Van ha anche dovuto nascondere il suo orientamento sessuale quando ha fatto domanda per la protezione internazionale in Turchia alcuni anni fa a causa della sua paura di essere respinta e deportata in Afghanistan, cosa che era già accaduta alla sua amica. Tra gli altri timori per la comunità LGBTQIA+ di Van c’è la possibile sottomissione a controlli medici e/o commenti inappropriati da parte dei medici per testare l’”orientamento sessuale” al momento della registrazione dei loro casi, come riportato durante le interviste effettuate da Karolina Augustova.

Un aggiornamento su Istanbul e la Turchia in generale
Per mesi, il sentimento anti-migranti è aumentato in tutto il paese, portando a orribili attacchi contro i siriani ad Ankara a metà agosto. L’acquisizione da parte dei talebani dell’Afghanistan ha causato gravi ripercussioni per le persone in movimento di tutte le nazionalità in Turchia e al confine greco-turco. Dalla fine di giugno, Josoor, membro di BVMN, ha osservato gli autobus della polizia in ogni angolo delle piazze principali dei quartieri di Istanbul che ospitano una grande popolazione di migranti. In un ciclo che si ripete dal 2019, la polizia turca ha lanciato un altro giro di vite sulla popolazione senza documenti, questa volta in relazione al previsto aumento degli afghani che arriveranno nel paese.

I centri di detenzione di Istanbul sono pieni da mesi, il che fornisce alle autorità il pretesto per trasportare i detenuti nelle province più vicine ai confini, dove si esercitano pressioni, tra cui violenza psicologica e fisica (che in diversi casi equivalgono a tortura) al fine di costringere i detenuti a firmare accordi di rimpatrio volontario. È impossibile per BVMN determinare il numero di persone respinte in Siria in questo modo negli ultimi mesi, ma il modello è di profonda preoccupazione.
Josoor e altre organizzazioni in Turchia hanno osservato un aumento del numero di afghani che arrivano nel paese.

Secondo i dati dell’ambasciata afghana (che opera in modo indipendente e può continuare a farlo fino a quando la Turchia non riconoscerà i talebani come nuovo governo), almeno 100 famiglie afghane arrivano a Istanbul ogni giorno, con circa 1000 persone che chiedono sostegno al consolato afghano a Istanbul quotidianamente. Oltre ai 112.000 afghani che hanno ricevuto protezione internazionale temporanea negli ultimi anni, ce ne sono circa mezzo milione che attualmente vivono in Turchia non registrati poiché le autorità turche si sono rifiutate di rilasciare permessi di soggiorno umanitari per i cittadini afghani.

L’ambasciata afghana ha esaurito da tempo i passaporti da stampare e ha fatto ricorso alla fornitura di adesivi che dimostrano l’estensione e altri tipi di carte d’identità, entrambi i quali saranno comunque possibili solo fino a quando il governo turco non riconoscerà i talebani come Il governo legittimo dell’Afghanistan.
Come la maggior parte delle persone prive di documenti in Turchia, gli afghani appena arrivati sono nascosti a causa della repressione della polizia e non hanno opzioni per legalizzare la loro permanenza nel paese. Di conseguenza, non hanno modo di lavorare formalmente e fare soldi per sostenersi e, naturalmente, non ricevono alcun sostegno dallo stato.

Polonia/Biellorussia

Violenza ai confini esterni europei
A seguito del rapimento e della detenzione del giornalista dissidente Raman Protasevich da parte delle autorità bielorusse a maggio, l’UE ha imposto sanzioni economiche alla Bielorussia. Ciò ha fatto infuriare il dittatore bielorusso, il presidente Aleksandr Lukashenko, che ha deciso di seguire l’esempio di Recep Tayyip Erdoğan e di fare pressione politica sull’UE facilitando il movimento delle persone attraverso i suoi confini. La Bielorussia confina con tre Stati membri dell’UE: Polonia, Lituania e Lettonia. Da giugno, il numero di attraversamenti di frontiera verso questi paesi dalla Bielorussia ha registrato un aumento significativo. Ad agosto la guardia di frontiera polacca ha contato circa 3.500 di quelli che definisce tentativi di attraversamento “illegale” delle frontiere.

Non sorprende che lo Stato polacco, lituano e lettone, con il sostegno di Bruxelles, abbiano risposto all’apertura di questa nuova rotta migratoria con violenza cruda, respingimenti illegali, innalzamento di recinzioni e crescente militarizzazione e sorveglianza dei confini. La Polonia ha già iniziato a costruire una recinzione di filo spinato alta 2,5 metri al confine con la Bielorussia. Gli attivisti hanno documentato casi di respingimenti illegali, come si è visto in molti altri punti alla frontiera esterna dell’UE. Le persone in movimento sono state intercettate dalla guardia di frontiera sul territorio polacco e, nonostante la loro volontà di cercare protezione internazionale in Polonia, sono state regolarmente riportate al confine e costrette a rientrare in Bielorussia.

In Bielorussia, i migranti che hanno appena subito un respingimento sono spesso costretti dalle autorità bielorusse a tentare di attraversare il confine con la Polonia, e ciò ricorda le azioni delle forze turche sulle rive del fiume Meriç. In questo “ping pong” crudele alcuni gruppi sono stati spinti avanti e indietro attraverso il confine numerose volte, un modello osservato anche al confine con la Lituania. Altri gruppi sono rimasti bloccati al confine, sorvegliati dalle forze bielorusse e polacche da entrambe le parti, incapaci di entrare in entrambi i territori. Un gruppo di 32 afghani è stato tenuto in queste condizioni per settimane e le forze polacche hanno impedito agli attivisti di dare loro cibo, acqua e assistenza medica.

Monitorare queste pratiche violente contro i migranti è ancora più difficile da quando il governo polacco ha dichiarato lo stato di emergenza in una zona larga 3 km lungo l’intera lunghezza del confine con la Bielorussia. La zona è sorvegliata dalle truppe dell’esercito, dalla polizia e dalla guardia di frontiera. A giornalisti, attivisti e ONG che non hanno sede all’interno della zona è vietato l’ingresso. È vietato registrare e documentare le attività delle autorità impiegate nella zona. Con l’inverno che si avvicina e le temperature che già scendono quasi a 0 ° C di notte, è difficile non immaginare il peggio per le persone in movimento intrappolate nelle fitte foreste al confine tra Polonia e Bielorussia.

Glossario dei report. Agosto 2021
A agosto BVMN ha registrato 30 casi di pushback, che hanno coinvolto 324 migranti. Le persone coinvolte sono uomini, donne, bambini con tutori o minori non accompagnati, e provengono dal Marocco, Egitto, Algeria, Iraq, Siria, Pakistan, Bangladesh, Afghanistan, Kashmir, India, Kurdistan e Libano:
• 7 respingimenti in Serbia (1 a catena dalla Slovenia, 1 dalla Croazia, 3 dall’Ungheria e 2 dalla Romania)
• 15 respingimenti in Bosnia ed Erzegovina (4 a catena dalla Slovenia e 11 dalla Croazia)
• 1 respingimento dalla Macedonia del Nord alla Grecia
• 7 respingimenti verso la Turchia (1 a catena dalla Bulgaria, 5 dalla Bulgaria, 1 dalla Grecia)
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Struttura e contatti del Network
BVMN è un organismo volontario, che agisce come un’alleanza di organizzazioni nei Balcani occidentali e Grecia. BVMN si basa sugli sforzi dei partecipanti e di organizzazioni che operano nel campo della documentazione, dei media e della difesa legale. Finanziamo il lavoro attraverso sovvenzioni e fondazioni caritatevoli, e non riceviamo fondi da alcuna organizzazione politica. Le spese riguardano i trasporti per i volontari sul campo e quattro posizioni retribuite.

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