Tre settimane di mobilitazione davanti all’UNHCR a Tripoli: le istanze dei rifugiati restano inascoltate

Ieri si è svolto anche un presidio di solidarietà davanti all’ambasciata libica a Roma e in altre capitali del mondo

Foto da Twitter @RefugeesinLibya

Sono passate ormai tre settimane da quando migliaia di rifugiati si sono radunati davanti alla sede dell’UNHCR a Tripoli, capitale libica. Il primo ottobre, forze di polizia libiche hanno rastrellato interi quartieri abitati da stranieri, principalmente provenienti da Eritrea, Somalia ed Etiopia. A quest’ennesimo e gravissimo episodio di sopraffazione, le persone, stremate dalla violenza e dalle privazioni cui sono sottoposte da anni in Libia, hanno reagito mobilitandosi in massa per chiedere dignità e riconoscimento1. Chiedono di avere una protezione effettiva, di essere evacuati. E si domandano per quanto tempo ancora la loro situazione verrà ignorata, quanti soldi verranno versati ancora dall’Europa ai libici per trattenere i migranti in fuga.

Ma, in 21 giorni, l’UNHCR Libia non è stata in grado di gestire adeguatamente la situazione e di fornire un supporto minimo a chi chiede il suo aiuto. Molti manifestanti non hanno nessun altro posto in cui andare dopo i rastrellamenti. Da diversi giorni denunciano l’assenza di servizi igienico sanitari, di cibo a sufficienza e di rifugi adeguati: molti continuano a dormire all’aperto 2. Addirittura, il 19 ottobre un gruppo di uomini armati non identificati avrebbe minacciato i rifugiati che protestano davanti agli uffici.

Nel tentativo di mitigare la situazione, l’agenzia ONU ha emesso il 22 ottobre un comunicato stampa 3 in cui chiede alle autorità libiche di elaborare un piano nazionale per riconoscere i diritti dei rifugiati e trovare “soluzioni durevoli” alla situazione delle 3 mila persone che da giorni si sono accampate davanti alla sede, chiedendo una protezione effettiva. UNHCR guarda con fiducia alla ripresa dei suoi voli di evacuazione dei rifugiati 4, sospesi dalle autorità libiche da aprile, ma avverte: questa soluzione ha una portata limitata, l’UNHCR non può evacuare tutti 5. È necessario che la Libia riconosca l’urgenza della questione, smetta immediatamente gli arresti arbitrari dei rifugiati e liberi i detenuti nei campi per migranti.

Ma queste – peraltro tardive – azioni rischiano di cadere nel vuoto: non solo la Libia non è parte della Convenzione di Ginevra che regola il riconoscimento dello status di rifugiato, ma i migranti vengono sistematicamente chiusi in centri di detenzione, gestiti sia dal governo libico che da forze paramilitari private. E sono tristemente note le condizioni di questi centri, veri e propri lager in cui le persone vengono sottoposte a violenze arbitrarie, torture, ricatti.

È improbabile che questo terribile scenario cambi a breve, soprattutto perché la protezione dei rifugiati non è nelle priorità politiche del nuovo governo libico, né dei paesi e delle istituzioni internazionali che partecipano agli incontri per stabilizzare il paese. Alla Libya Stability Conference, che ha riunito a Tripoli i rappresentanti di 27 paesi e delle maggiori organizzazioni internazionali, il primo ministro libico Dbeibeh ha dichiarato: “Il dossier dell’immigrazione illegale ci sta causando dei problemi, e chiediamo il vostro supporto sulla questione6. Ancora una volta, l’immigrazione è trattata dai leader politici come una questione di sicurezza, non c’è spazio per parlare di diritti.

Intanto, in Italia la comunità di rifugiati eritrei e diverse associazioni della società civile hanno organizzato un presidio di fronte all’ambasciata libica, in solidarietà con i loro connazionali e con tutte le persone sottoposte a queste condizioni inumane, che non vedono riconosciuta alcuna forma di protezione.

“[I rifugiati in Libia] sono in condizioni disumane, vengono torturati, le donne vengono violentate, sono praticamente in prigione […], non hanno nessun riparo, sono abbandonati a loro stessi […]. Chiediamo all’UNHCR che vengano messi in sicurezza, o che partano verso altri paesi – visto che sappiamo la Libia com’è – che vengano protetti e considerati come rifugiati, che abbiano questo diritto”, ha dichiarato una manifestante eritrea intervistata da Radio OndaRossa 7.

E nel frattempo le persone continuano ad essere intercettate in mare: le stime parlano di 25 mila riportati in Libia nel 2021. Le intercettazioni dei libici, che violano il diritto internazionale perché riportano le persone in un paese non sicuro, sono aumentate vertiginosamente proprio durante gli ultimi mesi, in cui molte ONG che si occupano di salvataggi in mare sono state costrette all’inattività dai fermi amministrativi 8. Si tratta del numero massimo di respingimenti effettuato dall’istituzione degli accordi con la cosiddetta guardia costiera libica, voluti da Minniti nel 2017.

  1. https://twitter.com/RefugeesinLibya/status/1450809340936572928
  2. https://twitter.com/RefugeesinLibya/status/1451279423047716865
  3. UNHCR calls on Libya to urgently develop plan for asylum seekers and refugees, welcomes authorization to restart evacuations, 22 ottobre 2021
  4. UNHCR’s life-saving flights from Libya resume after seven-month suspension, 16 ottobre
  5. Lo ha dichiarato qualche giorno fa anche un funzionario dell’UNHCR a Tripoli
  6. Libya conference for election support, stability kicks off, 21 ottobre
  7. Presidio all’ambasciata libica, le voci della piazza, Radio OndaRossa, 22 ottobre
  8. https://www.repubblica.it/cronaca/2021/10/21/news/migranti_durante_la_gestione_lamorgese_il_maggior_numero_di_interventi_della_guardia_costiera_libica-323189362/

Laura Morreale

Sono laureata in Mediazione linguistica e culturale all'Università per Stranieri di Siena e in Scienze delle lingue, storia e culture del Mediterraneo e dei Paesi Islamici presso l’Università degli studi di Napoli “L’Orientale”.
Mi interessa di mondo arabo-musulmano, migrazioni e contesti multiculturali.