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L’odissea di Amir bloccato in Turchia

Come altre persone LGBTQIA+ anche lui è in attesa da anni di un ricollocamento

Amir S. M. ha una storia molto simile a quella di tanti altri gay iraniani rifugiati in Turchia che da anni stanno aspettando un ricollocamento in altri paesi più sicuri; la sua domanda di ricollocamento, datata 2016, giace da anni in un cassetto e USA, Canada o la Spagna, considerate mete sicure per i migranti iraniani LGBTQIA+, divengono sempre più lontane.

Prima del 10 settembre 2018, l’UNHCR era responsabile dei casi dei rifugiati, delle interviste e della registrazione; dalla fine del 2018 la competenza è passata all’ufficio immigrazione della Turchia e la stretta è stata evidente.
Di fatto centinaia di persone LGBTQIA+, provenienti principalmente dall’Iran (dove è un crimine avere un orientamento sessuale diverso), vivono in una condizione di limbo, di sospensione, tra evidenti discriminazioni, difficoltà di accesso al sistema sanitario turco, precarietà abitativa e lavorativa.
Per un reinsediamento in un Paese terzo, rifugiati LGBTQIA+ devono aspettare da 5 a 7 anni, durante cui non possono lavorare o avere accesso al sistema sanitario, affrontano xenofobia e omofobia. Tanti iraniani, nonostante abbiano passato diversi anni dal loro arrivo in Turchia, non hanno potuto avere un colloquio con i referenti delle procedure di ricollocamento dei Paesi disponibili.

Siamo riusciti a raggiungere e intervistare Amir S. M. tramite l’associazione veronese Pink Refugees che, da anni, è in prima linea nella difesa dei diritti e in supporto all’autodeterminazione di tutti i migranti LGBTQIA+.

MP: Amir, ci racconti come vive una persona gay iraniana in Turchia?

A: La vita da gay in Turchia è come in Iran. L’unica differenza è che non vieni giustiziato, ma c’è un’estrema omofobia e sono molte le denunce per atti di violenza contro la comunità LGBTQ. Puoi venir picchiato molto duramente, abusato, sessualmente aggredito e molestato, e tutto questo vale per qualsiasi persona LGBTQIA+; come rifugiato LGBTQIA+ potresti dover affrontare molto di più e non c’è niente che tu possa fare al riguardo. Anche le associazioni LGBTQ in Turchia devono affrontare questi problemi e sono sotto pressione.

Perché sei scappato dall’Iran e quando sei arrivato in Turchia?

Sono fuggito dall’Iran perché faccio parte della comunità LGBTQ, il mio orientamento sessuale è stato rivelato ed ero in pericolo di vita, in Iran infatti l’omosessualità è punibile con la morte e l’esecuzione secondo il codice penale islamico iraniano.
Sono arrivato in Turchia nel 2016 nella città di Ankara, e mi sono registrato come rifugiato presso UNHCR.

Quali sono ora le tue difficoltà in Turchia, lavori, hai una casa?

Vivere in Turchia come rifugiato, specialmente come omosessuale, è un incubo e una sfida quotidiana. Come rifugiato sei da solo e nessuno ti sostiene o ti aiuta, puoi lavorare solo in nero e fare lavori estremamente duri, senza orario ed in ambienti di lavoro pericolosi; devi cercare molto anche per trovare uno di questi lavori perché come rifugiato hai un trattamento “preferenziale” e non hai alcuna tutela. Il datore di lavoro può essenzialmente fare quello che gli pare, può facilmente cacciarti quando vuole senza darti i soldi, per cui se hai lavorato e chiedi i tuoi soldi ti umilieranno o potrebbero anche picchiarti e tu non puoi dire o fare nulla al riguardo perché il lavoro nero è vietato e potresti, a causa di questo, anche essere espulso e rimpatriato.
Dal momento che non ho famiglia e sostegno non ho avuto altra scelta che lavorare in quel tipo di ambienti di lavoro pericolosi; in questi anni vissuti in Turchia sono stato gravemente ferito in questi ambienti di lavoro di pura sopravvivenza; non avendo diritti legali ti trattano come vogliono, ti fanno fare i lavori più duri e pericolosi, ti danno meno cibo degli altri durante l’ora di pranzo, ti abusano verbalmente o fisicamente e tu non puoi farci niente.
La situazione può peggiorare ulteriormente una volta che si rendono conto che fai parte della comunità LGBT: puoi essere licenziato, molestato sessualmente o addirittura picchiato. Sono stato molestato sessualmente e fisicamente mentre lavoravo in uno di questi ambienti e non c’era niente che potessi fare perché se mi fossi lamentato mi avrebbero licenziato. Ho pensato alle mie spese da pagare e a sopravvivere, quindi ho dovuto tacere e non dire nulla; a volte non riuscivo a credere al dolore e all’umiliazione che stavo attraversando, mi faceva sentire che non esistevo, anche se invece esistevo. A nessuno importava davvero cosa stavo passando, quando pensavo a questo diventavo così emotivo che non riuscivo a controllare le lacrime e dovevo andare in bagno nel bel mezzo del lavoro per non far sapere a nessuno che stavo piangendo. Inoltre in Turchia non puoi denunciare nessuno per le molestie che subisci come omosessuale perché le autorità non ti prenderanno sul serio e non importa a loro cosa stai passando.

Ora mi è stata diagnosticata una malattia autoimmune (FMF, febbre familiare mediterranea), il mio corpo attacca i propri organi, è molto dolorosa e non può essere curata ma solo controllata attraverso una terapia farmacologica.
Il farmaco che sto usando mi rende molto debole e, a causa di questa mia malattia, non posso lavorare.
L’alloggio è un altro problema, recentemente è iniziata un’ondata di xenofobia estrema e i proprietari si rifiutano di affittare le loro case ai rifugiati. Dopo aver cercato per mesi sono riuscito a trovare un appartamento in affitto ma non ho supporto finanziario e non so cosa accadrà, sto cercando un impiego che non richieda duro lavoro fisico che non posso sopportare a causa delle mie condizioni di salute.

Perché il tuo ricollocamento in un altro stato più sicuro non è ancora avvenuto?

Non so quali siano i motivi e perché ci voglia così tanto tempo, ma è devastante.

Chi ti sta aiutando in questo momento per risolvere la tua situazione? UNHCR se ne sta ancora occupando?

Immagino che UNHCR sia ancora responsabile del mio caso. A parte UNHCR o altre organizzazioni collegate a loro, non conosco altri modi per essere reinsediati in un paese sicuro, ma forse potrebbe essere possibile attraverso visti umanitari e ONG di altri paesi.

Cosa chiedi alla comunità internazionale per te ma anche per altre persone gay bloccate in Turchia?

Chiedo alle organizzazioni internazionali che potrebbero ascoltarmi di aiutami ad arrivare in un paese sicuro dove come essere umano e gay siano garanti i diritti umani e fondamentali per vivere una vita normale e libera; la situazione in Turchia è incredibilmente difficile e disumana specialmente per la comunità LGBTQ, non c’è sicurezza e nessun diritto umano fondamentale.
Apparentemente il mondo esterno non è a conoscenza di cosa sta succedendo qui, spero che sentano le nostre voci!

Matteo De Checchi

Insegnante, attivo nella città di Bolzano con Bozen solidale e lo Spazio Autogestito 77. Autore di reportage sui ghetti del sud Italia.
Membro della redazione di Melting Pot Europa.