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Pordenone: non luogo a procedere per le attiviste della Rete solidale e nove richiedenti asilo

Intervista a Luigina Perosa: «Nessuno deve dormire per strada»

Photo credit: Elisabetta Masi

Con l’udienza del 10 novembre scorso al Tribunale di Pordenone, si è chiuso il processo che vedeva coinvolte tre attiviste della Rete Solidale e nove richiedenti asilo per una vicenda risalente all’inverno del 2017.
Il giudice ha stabilito il non luogo a procedere, vista la tenuità del fatto e le condizioni del momento in cui esso è accaduto per Luigina Perosa, Elisabetta Michielin e Gabriella Loebau accusate di occupazione abusiva e deturpamento di terreno altrui e pubblico.

La Rete Solidale di Pordenone 1 si occupa da molti anni delle persone migranti che transitano in città per restarci o per proseguire il loro viaggio.

Le attiviste erano sotto processo per aver “occupato un parcheggio” con una settantina di persone che, in pieno inverno, non avevano un posto dove dormire e per aver organizzato la solidarietà.
Non solo: lo hanno fatto rifiutando una cassazione anticipata e rimanendo sotto processo al fianco dei nove richiedenti asilo coinvolti. Come è sempre stato in tutto il loro attivismo: le cose, dice Luigina, vanno fatte insieme.
Tante le persone che hanno manifestato solidarietà con la loro presenza davanti al tribunale.

Melting Pot Europa ha avuto l’occasione di intervistare Luigina Perosa sul processo, sulle attività della Rete Solidale e le condizioni dei migranti a Pordenone e nel nord est.

Photo credit: Elisabetta Masi
Cominciamo con la vostra inchiesta, iniziata nel 2017 e conclusasi due giorni fa. Non è il primo esempio di criminalizzazione della solidarietà in Friuli, e neanche l’ultimo, come le inchieste che vedono coinvolti di Lorena Fornasir e Gian Andrea Franchi dell’associazione Linea D’ombra a Trieste…

Prima di noi, c’era stato un precedente di criminalizzazione della solidarietà a Udine nel 2017 con Ospiti in Arrivo, anche loro volontari di strada. Loro già in istruttoria sono andati in cassazione e le cose si sono risolte abbastanza presto. Su di noi invece era stato raccolto un dossier in cui siamo state fotografate in varie manifestazioni che settimanalmente facevamo al fianco di stranieri e richiedenti asilo tra Comune, Prefettura e Questura. Nella nostra vicenda, questo è ciò che aveva dato fastidio: non si trattava solo di volontari che portano cibo o vestiti, ma di migranti consapevoli di quello che possono pretendere dalle istituzioni e che manifestano per chiedere che dei diritti siano loro riconosciuti.

Quindi nelle manifestazioni coinvolgete anche i ragazzi in transito?

Assolutamente. Non li consideriamo vittime, individui cui dobbiamo dare qualcosa, ma persone con cui stabiliamo una relazione: le cose da fare insieme si fanno insieme, e insieme si acquisisce una consapevolezza dei propri diritti e si scende in piazza a richiederli.

Certo che dava fastidio: la vostra attività è esplicitamente politica…

Chiaramente. E questo è stato lo spirito anche durante gli anni sotto processo. Quando qualche mese fa abbiamo saputo che l’inchiesta era chiusa e che dovevamo affrontare un processo, noi tre avremmo potuto scegliere: potevamo anche andare dal giudice e venire cassate facilmente. Ma quando abbiamo saputo che i nove richiedenti asilo invece sarebbero rimasti sotto processo, abbiamo deciso di non interagire con il giudice e di affrontare il processo insieme. O ci si salva insieme o non ci si salva.

Una scelta politica portata avanti fino in fondo…

Sì. In questo modo, quando non c’è stato luogo a procedere siamo stati tutti prosciolti. Del resto, per me non è stata la prima denuncia e non sarà l’ultima, mi assumo tutte le conseguenze del mio attivismo. Ma per la vita di queste persone un reato penale diventa ostativo di quei pochi diritti che sono riconosciuti loro.

Un sit in del 4 aprile 2017
Puoi ricostruire la vicenda per la quale siete stati processati?

Noi nel 2017 avevamo occupato questo parcheggio in centro città e la polizia passava di frequente a fare controlli e sopralluoghi. Noi cercavamo di tenere sempre pulito questo spazio, e la mattina piegavamo le coperte e richiudevamo i sacchi a pelo: nonostante fosse uno spazio all’aperto in strada, rimaneva dignitoso. Il parcheggio è seminterrato e nella parte aperta abbiamo messo un telo di plastica che proteggeva le coperte e i sacchi a pelo. Si organizzavano anche le operazioni che di volta in volta si rendevano necessarie, accompagnamenti alla Prefettura, raccolta differenziata e così via.

Le manifestazioni erano assolutamente pacifiche, erano dei sit-in nei quali le nostre richieste e i nostri slogan erano scritti su dei cartelli e con la collaborazione della stampa riuscivamo a diffondere al di fuori del nostro nucleo le esigenze di queste persone: sostanzialmente, un posto dove dormire, dal momento che l’Italia è firmataria della Convenzione di Ginevra e in quanto tale non può lasciare dei richiedenti asilo per strada.

Quella mattina, nell’aprile del 2017, la maggior parte degli stalli che avevamo occupato, proprietà dell’Inail, erano vuoti; non sapevamo però che l’ultimo di questi era stato affittato a una signora che nel vederlo occupato ci ha denunciati.

Evidentemente le istituzioni non vedevano l’ora di avere un motivo contingente per aprire delle indagini su di noi. Quando la polizia è arrivata per lo sgombero, era ancora mattina presto, dormivano fuori sessantanove persone richiedenti asilo; ci hanno chiamato, Elisabetta è arrivata per prima, poi io e Gabriella. Sono arrivati con due autobus: di questi sessantanove, sessanta avevano diritto all’accoglienza, ed erano lì perché nessun ente istituzionale aveva proceduto a dare loro un posto letto, pertanto sono stati indirizzati nelle opportune strutture distribuite sul territorio; i restanti nove invece erano fuori progetto, si trattava di richiedenti asilo non inseriti nei canali dell’accoglienza. Io, Gabriella ed Elisabetta con queste nove persone siamo stati accusati e poi mandati a processo.

Nel corso di questa occupazione, molte persone si erano dimostrate solidali ed erano passate dal Bronx 2 anche solo a portare un po’ di frutta o una coperta. Queste persone hanno continuato a manifestare solidarietà verso di noi durante l’iter giudiziario; è stato molto bello vedere che il giorno della prima udienza molti di questi solidali fossero presenti davanti alla Prefettura con il messaggio simbolico “C’ero anch’io”.

Vi aspettavate questa solidarietà da parte della cittadinanza?

Questa solidarietà non era certo strutturale, è stato un raccoglimento spontaneo attorno a delle persone e a una causa; anche disomogeneo: c’erano cattolici in lotta con il vescovo di Pordenone che pur avendo degli spazi non ha mai accolto persone che dormono in strada, ma anche gruppi Scout, gruppi anarchici, compagni e compagne di Pordenone e di fuori città, persone che sono entrate nella Rete Solidale di Pordenone e che talvolta hanno ospitato dei richiedenti asilo nelle proprie case, e che tuttora li ospitano.

Gruppi di persone di diversa matrice ideologica, eppure unite…

L’obiettivo della Rete Solidale è sempre stato chiaro: nessuno deve dormire per strada. Questo movimento è trasversale, riguarda tutti coloro che non hanno un posto letto, dai richiedenti asilo di ogni provenienza ai migranti in transito della rotta balcanica ai cittadini europei e agli stessi italiani che non hanno dove dormire. Oltretutto da qui è partita una grande battaglia per l’apertura di un dormitorio a Pordenone; eravamo riusciti a coinvolgere anche la società civile e la Croce Rossa che ha iniziato a portare un pasto serale a chi dormiva in strada. È stato definito un progetto: la Croce Rossa avrebbe comprato e gestito il dormitorio, sollevando il Comune da tutte le spese. Nonostante questo, quando il progetto è stato sottoposto il Comune lo ha rifiutato, motivando questa scelta con il timore che, se a Pordenone fosse sorto un dormitorio, il flusso di migranti in città si sarebbe intensificato. E così siamo punto e a capo. Ed è drammatico: in tutta la provincia di Pordenone, non c’è neanche un dormitorio.

Il rifiuto del Comune, quindi, aveva ragioni puramente ideologiche…

Certamente. Questo la dice lunga sul Nord-est italiano e sul razzismo che invade le strutture del potere. Per fortuna nelle pieghe della società civile c’è anche molto di bello, e nell’occasione delle nostre indagini ha saputo venire fuori e farsi valere.

Fino a che punto questa solidarietà intorno alla causa ha pesato sulla chiusura del processo?

Non so dirti, ma credo che abbia avuto un grande peso. Oltretutto l’altra mattina davanti al Tribunale eravamo quasi un centinaio di persone e so che il giudice era alla finestra ad ascoltarci; io credo si sia reso conto anche della grande ingiustizia che c’è nel costruire un processo su una pratica di solidarietà e anche della profonda contraddizione di tutto questo: la Rete Solidale non ha fatto altro che sopperire a delle carenze strutturali e restituire ai richiedenti asilo che sono per strada dei diritti che alle spetta alle istituzioni riconoscere; con tutto ciò che questo comporta in termini di accesso ai servizi essenziali.

Tu fai attivismo a Pordenone da molti anni. Com’è evoluta l’entità e l’intensità dei flussi sul territorio?

La Questura ha tolto la possibilità di richiedere asilo a Pordenone perché era già sopra il tetto massimo di presenze di richiedenti asilo. Noi, supportati dagli avvocati dell’ASGI e dalla Caritas, abbiamo denunciato la questione e il Tribunale di Trieste ci ha dato ragione e ha fatto ricorso; ma il tribunale regionale del TAR, nonostante abbia supportato il Tribunale di Trieste, non ha mai dato misure conseguenti; hanno aperto un unico spiraglio a dei casi speciali, mediati dallo sportello legale della Caritas.

Naturalmente noi abbiamo con la Caritas un rapporto collaborativo, per cui in presenza di richiedenti asilo cerchiamo di indirizzarli in questo canale. Ma i flussi sono decisamente diminuiti; i pochi che ancora arrivano nelle strutture di accoglienza SPRAR sono mandati qui dalla provincia di Trieste che continua ad accettare le richieste di protezione internazionale: quei pochi che arrivano, sono già accolti in queste strutture. Di nuovi migranti non ancora inseriti nei canali della protezione internazionale ne vediamo pochissimi; certo, l’attività con i migranti non si ferma mai: seguiamo le vicende di braccianti agricoli vittime di caporalato, le vicende di migranti arrivati qui molti anni fa, o migranti che nonostante abbiano fatto domanda di protezione internazionale anni fa sono ancora imprigionati nella lenta burocrazia.

L’altro grande problema in città è la possibilità di avere in fitto un appartamento o una camera: molti proprietari rifiutano di affittare ai migranti, e anche di fronte all’evidenza di persone regolarizzate e con un contratto di lavoro a tempo indeterminato, temono di avere problemi legati alla posizione legale di queste persone o ad un’eventuale perdita di lavoro.

Le cose sono molto cambiate dagli anni Novanta ad oggi: in quell’epoca di grande fioritura industriale, eravamo la seconda città dopo Brescia per presenza di stranieri, c’erano programmi di reale integrazione nella città con progetti di educazione e programmi di accoglienza per i bambini stranieri.

Adesso i migranti che sono stabili qui lavorano prevalentemente nel settore agricolo o di badanti e colf: in tutte quelle fasce suscettibili a sfruttamento e ricattabilità. È lo Stato che in prima istanza produce irregolarità e delinquenza: se non togli l’appalto e il subappalto, come scardini il sistema del caporalato?

È chiaro che una gran parte dei proprietari agricoli sfrutteranno gli spazi aperti nell’apparato legislativo fin quando ci saranno; se fossero obbligati a recarsi al centro per l’impiego per reclutare lavoro, i lavoratori di questi settori verrebbero assunti con regolare contratto.

  1. La pagina Facebook della Rete Solidale di Pordenone
  2. Viene chiamato così il Parcheggio dell’Inail dove avevano trovato riparo una settantina di richiedenti asilo

Rossella Marvulli

Ho conseguito un master in comunicazione della scienza. Sono stata a lungo attivista e operatrice nelle realtà migratorie triestine. Su Melting Pot scrivo soprattutto di tecnologie biometriche di controllo delle migrazioni sui confini europei.