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«Spero di non rivederti più»

Una manciata di storie raccolte in unità di strada

Photo credit: Unsplash

Nascosta dai campi di pannocchie, la prostituzione nelle camionnettes rivela paura, isolamento, condizioni sanitarie precarie e reti di trafficanti organizzate tra diversi paesi Europei.

Giornata nuvolosa in periferia. Quel grigio classico dell’autunno che mi ricorda la Pianura Padana. Autostrada noiosa. In macchina Radio Nostalgie ci regala qualche classico francese che non conosco, ma la mia collega canticchia divertita. Siamo in Unità di strada, andiamo a incontrare le persone in prostituzione e questo ci porta a esplorare le periferie rurali della regione Rhone Alpes. Usciamo dall’autostrada per raggiungere una statale incorniciata di campi di pannocchie.

Non lontano da una rotonda scorgiamo una «camionnette», un furgoncino. Per vederla bisogna essere allenati, conoscere il sistema. Per un automobilista qualsiasi, non cliente della prostituzione, passa totalmente inosservata.

Parcheggiamo nel fango. La camionnette è un rudere. Una gomma è infilata in un pallet di legno scassato nel punto giusto per dare stabilità. Non si muove da anni. La vernice verde scuro, scrostata, né sa qualcosa dell’umidità dei campi. Sul cruscotto ci sono dei vasi di fiori impolverati, alcuni vuoti. Un tentativo di portare bellezza in un mondo triste. Fazzoletti di carta abbandonati. Un foulard sbiadito. Un gilet jaune appallottolato in un angolo.

Faccio una fotografia nella mia testa. Pannocchie vecchie, nuvole sfumate grigio scuro-quasi pioggia. Tracce di pneumatici nel fango. Fiori tristi. Il furgone è vuoto.
Lasciamo due buste di preservativi sugli scalini di pallet e riprendiamo la macchina.

La camionnette di Sandra è in migliori condizioni. Manca solo il finestrino a destra. Degli adolescenti annoiati dal vuoto della periferia si divertono a romperle il vetro ogni due tre mesi. «Hanno rubato qualcosa?» «Solo i preservativi». Spaccare il vetro di un furgoncino da prostituzione vuoto, per divertimento. Tanto le puttane non sono niente, nessuno. Sandra in quel furgoncino ci dorme spesso la notte. Racconta che se si addormenta velocemente va tutto bene, ma teme l’insonnia: ad ogni minimo rumore sussulta e non chiude occhio fino al mattino. La puzza di petrolio che sentiamo dal finestrino semiaperto da cui ci parla è il residuo palpabile di un riscaldamento pericoloso.

Quello che mi colpisce di queste donne in prostituzione è l’isolamento totale. Solo campi di mais e clienti. «Se succede qualcosa sa dire alla polizia dove si trova?» «No».
La maggior parte non giuda, se ne occupa la rete di trafficanti.
Come diavolo siano arrivate nella campagna più profonda e sperduta della regione queste donne della Guinea Equatoriale che parlano spagnolo, solo il Dio dei trafficanti lo sa.

Ancora qualche chilometro in macchina, il tempo di aggiornare il diario di bordo e arriviamo da Michelle. Sembra più giovane delle altre donne che incontriamo qui. La mia collega non la conosce ancora bene. Il primo impatto è spesso un momento di distanza cordiale «Non mi serve niente, grazie.». Ma oggi abbiamo portato il tè, fa freddo, un cliente è appena ripartito, abbiamo visto l’auto allontanarsi e Michelle ha una faccia veramente triste. Glielo dico, mi preoccupo sinceramente per lei. Il muro crolla. Il tentativo di tenere insieme i pezzi della vita, di preservare integra la sua idea di dignità. Di fare finta che vada tutto bene agli occhi di queste due operatrici arrivate senza invito.

«No puedo mas».

Michelle ha la famiglia in Africa, due sorelle più piccole in Spagna e due figli senza padre. Ha studiato in Spagna, ha cominciato un lavoretto ma poi la malattia di suo padre ha cominciato a prosciugare il suo conto in banca. Nello stesso periodo è stata licenziata dal lavoro. Un’amica allora, che amica, le ha proposto un’ «opportunità».

Ed eccola prostituta nella campagna più triste del pianeta, sola, in Francia. Manda i soldi a casa per il padre, ha finanziato i funerali di sua sorella e manda i soldi a casa per il nipote ormai orfano. Le due sorelle in Spagna studiano, è lei a pagare gli studi, l’affitto, la spesa, i vestiti. È lei ad assicurare un futuro ai suoi figli. A casa pensano che faccia le pulizie nelle case dei ricchi in Francia. Ovviamente tutti vogliono i soldi ma la prostituzione è un’aberrazione quindi non se ne parla. «Sono tante responsabilità per una ragazza da sola. Ti prendi cura di tutti, ma chi si prende cura di Michelle?»
«Sai, quando una nave affonda, il capitano è l’ultimo ad uscirne.»


Michelle spera che le sue sorelle finiti gli studi avranno dei lavori decenti e l’aiuteranno.
Un sorso di tè, raccoglie i pensieri. «Anche prima c’era qui un cliente» e a un certo punto mi fa «Cosa ci fai tu qui? Non dovresti essere qui. Tu non sei come le altre. Non c’hai la faccia’»… «La faccia da cosa? La faccia da puttana? Cos’è per te una faccia da puttana? Se sono qua a vendere il mio corpo è perché ho dei problemi, grossi, pensi che se potessi scegliere rimarrei qua?» Ci racconta di aver risposto, tra lacrime e rabbia, al cliente di miseria. Non ne può più. Non vuole più sentire idiozie. La sua nave personale affonda.

Lo sfogo sembra però averle dato coraggio. Dice che fra tre settimane torna in Africa, e che al ritorno in Spagna farà di tutto per trovare un lavoro (che chiama «lavoro vero»). Mi piace come si rivolge all’Africa tutta come casa. Dice che spera di non tornare mai più, né in questa campagna umida e lontana, né in prostituzione.
Tornando alla macchina la saluto sbadatamente dicendo «Hasta la proxima» e scuotendo la mano la sento rispondere «Spero che non ci sia una prossima» e lentamente chiude il finestrino dietro di me.

Il viaggio di ritorno da queste unità di strada è un momento importante. In coda al casello, ciascuna di noi fa un bilancio con sé stessa delle storie appena sentite, di quei dettagli che sono rimasti impressi, come la mia fotografia. Poi condividiamo ciò che ha lasciato un segno, ciò che è necessario elaborare insieme per garantire l’equilibrio sottile che come operatrici sociali ci permette di affrontare tanta violenza con forza e lucidità. Questi momenti di incontro sono finestre speciali sulla vita delle persone che altrimenti incontreremmo solo in un freddo ufficio, o che non incontreremo mai perché troppo lontane e allontanate nei luoghi dove si può nascondere lo sfruttamento.

Linda Bergamo

Una grande passione per l’Afghanistan mi ha portato a far parte dell'Associazione Cisda ONLUS in sostegno alla Revolutionary Association of the Women of Afghanistan (RAWA).
In parallelo a un Dottorato di ricerca all’Università di Grenoble, lavoro come operatrice sociale con le vittime di tratta degli esseri umani per sfruttamento sessuale.