//

Pane e acqua, la recensione del libro di Ibrahima Lo

Dal Senegal all’Italia passando per la Libia

1673671889.jpg

Di Alice Bertocco, tratto da Sherwood.it

Ibrahima è un ragazzo giunto in Italia dal Senegal. Dopo l’attraversata del deserto del Sahara, qui ci è arrivato con un gommone, partito dalla Libia, con dentro decine e decine di persone e salvato dal naufragio da una ONG.

Il racconto autobiografico inizia dal Senegal, più precisamente a Mbacké, a circa duecento chilometri dalla capitale. Ibrahima nasce qui, il 26 settembre del 2000.

Ibrahima fin da piccolo ha voglia di studiare, imparare, conoscere. Ma quando rimane orfano di madre e poi di padre, si vede costretto a lasciare la scuola e a provare a cercare un lavoro per mantenersi. Ma dentro di sé, inizia a pensare all’Italia. All’Europa. E così, decide di partire.

Da Mbacké arriva a Kaolack. A Kaolack acquista il biglietto per Agadez (in Niger) e, da lì, prendere un pikop”(grande pick up) per arrivare in Libia. I controlli militari erano severissimi e alle persone originarie da Senegal, Costa d’Avorio, Gambia e altri stati, chiedevano soldi. Ad Agadez incontra i trafficanti che convincono i migranti a fidarsi di loro.

Nel deserto del Sahara, i trafficanti trasportano i migranti nei pikop a fari spenti ed esclusivamente di notte, perché capita molto spesso di incontrare banditi o di venire fermati dai militari del Niger. Arrivati in Libia, li consegnano agli arabi. Libici armati di kalashnikov che urlano wan fulus, ovvero “dove sono i soldi”, ai migranti. Ogni giorno li cibavano solo con un pezzo di pane e un bicchiere di acqua. Ogni giorno vengono torturati, frustati, uccisi. E le donne violentate. Ibrahima vede due amici, conosciuti durante il viaggio, morire a colpi di fucile in testa. Loro urlavano e piangevano. I libici continuavano a picchiarli.

Dopo due mesi circa, arrivano alcuni libici e dicono tabur, ovvero che i migranti devono mettersi in fila per essere chiamati per, finalmente, partire alla volta dell’Europa.

Ibrahima parte il 9 giugno 2017. Dopo due ore di viaggio, il motore smette di funzionare bene. Aveva paura. Avevano paura. Ad un certo punto, comincia ad entrare acqua nel gommone e hanno iniziato a togliersi i vestiti per cercare di assorbire l’acqua che continuava ad entrare imperterrita. Il mare era mosso, le onde erano alte. Sembrava la fine.

Poi, una luce rossa nel cielo che segnalava di andare avanti e, poco dopo, una nave che batteva due bandiere: italiana ed europea. La salvezza.

Questo libro ci racconta la storia di un ragazzo che in Senegal perde i genitori e che non può più continuare a studiare e che si vede costretto a intraprendere un viaggio che si rivelerà essere difficile e traumatico. Di un ragazzo che, uscito dai confini dei suo Paese e incontrando i militari e i trafficanti di esseri umani, per la prima volta sperimenta l’essere considerato uno straniero. Una merce di scambio. Che porta la Libia sul suo corpo e il Mediterraneo nella sua anima.

Ibrahima ci fa immergere nella sua vita e nella vita di chi ha rischiato e rischia di morire nella speranza di arrivare nella “terra promessa”, l’Europa.

Arrivato in Italia nel 2017, ancora minorenne, dovrà fare i conti con il razzismo di una società che si rivela essere sempre più ipocrita e xenofoba. Ma non solo questo. Ibrahima, in Italia, ha incontrato persone che hanno preso a cuore la sua storia e che l’hanno aiutato a costruire un nuovo percorso di vita.

Ibrahima ora vive a Venezia e collabora con l’equipaggio di terra della ONG italiana “Mediterranea Saving Humans”. Continua a studiare e sogna di diventare un giornalista, per poter raccontare le vite di fratelli e sorelle che intraprendono lo stesso viaggio che ha fatto lui.

Perché quei corpi non sono numeri, sono vite. Vite sepolte in fondo al Mediterraneo, un cimitero con epigrafi senza nome e bare invisibili.