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Caso Vos Thalassa e assoluzione comandante Rackete: si sgretola l’ideologia dei porti chiusi

Soccorrere è un dovere

Soccorrere chi si trova in pericolo in mare e condurlo in un luogo sicuro senza riconsegnarlo ai libici è un dovere

Nel giro di pochi giorni due sentenze aprono delle crepe nelle barriere erette nel Mar Mediterraneo. Il Tribunale di Agrigento archivia definitivamente le accuse contro l’ex comandante Carola Rackete di Sea Watch, mentre la Corte di Cassazione, nel caso dei due naufraghi, il senegalese Bichara Ibrahim Tuani e il ghanese Ibrahim Amid, salvati dal rimorchiatore Vos Thalassa, li assolve affermando che opporsi al rimpatrio in Libia mentre si è a bordo del mezzo di soccorso è un atto di legittima difesa.

La comandante Carola Rackete non commise alcun reato entrando in porto a Lampedusa con i naufraghi soccorsi in mare da Sea-Watch 3. Le accuse di allora, quando al Viminale sedeva Salvini, furono di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e di violazione dell’articolo 1099 del codice di navigazione perché non obbedì all’ordine di non entrare nelle acque territoriali italiane, emesso ai sensi del Decreto Sicurezza Bis. 

In realtà secondo i Giudici di Agrigento Rackete ha agito nell’adempimento del dovere di salvataggio previsto dal diritto nazionale ed internazionale del mare”.

Una conferma di quanto già deciso nel 2019 dal Giudice delle indagini preliminari di Agrigento e ribadito con la pronuncia della Corte di Cassazione del 16/20-2-2020.  Si tratta di una assoluzione che non lascia spazio ad alcun dubbio e che «pone i divieti di ingresso nei porti italiani dopo azioni di ricerca e soccorso privi di fondamento giuridico», spiega il prof. Fulvio Vassallo Paleologo.

«Le navi di soccorso non possono essere considerate come “place of safety” temporaneo, magari per trattative a livello europeo o per la mancanza di posti nei sistemi di prima accoglienza. La competenza degli Stati di bandiera non si può anteporre alle competenze degli Stati costieri richiesti di un POS e in grado di indicare un porto di sbarco nel place of safety più vicino. Anche dopo il Decreto interministeriale del 7 aprile 2020, in tempo di stato di emergenza COVID, il ministero dell’interno non può considerare come “non inoffensivo”, e dunque vietare o dilazionare, il passaggio nelle acque territoriali della nave battente bandiera straniera che ha soccorso naufraghi in acque internazionali».

Una decisione quindi che non va letta solo per il caso di Rackete ma che è estremamente attuale, considerati ancora oggi i lunghi tempi di attesa per l’assegnazione da parte del ministero dell’Interno di un porto di sbarco alle navi che salvano vite nel Mediterraneo.

«Fece il suo dovere», è quanto afferma in una nota la Ong tedesca, che ricostruisce i passaggi più significativi della sentenza.

«Nel 2020 la Cassazione aveva sancito l’illegittimità dell’arresto di Carola Rackete. Lo scorso maggio un primo provvedimento di archiviazione fece, invece, cadere le accuse di resistenza a pubblico ufficiale e violenza a nave da guerra contro l’ex comandante. Di fatto oggi si chiudono tutte le indagini penali nei confronti dei membri della Sea-Watch. La richiesta di archiviazione della Procura della Repubblica di Agrigento, le cui motivazioni sono state integralmente accolte dal Gip nel decreto di archiviazione, riconosce la correttezza della condotta della comandante nell’individuazione del place of safety più vicino e stabilisce che la Libia non può essere considerata, ai fini dello sbarco, un luogo sicuro

Fu quindi l’adempimento – prosegue Sea Watch – di un dovere giuridico, quello di portare in salvo le 42 persone soccorse da Sea-Watch 3, a dettare la scelta di Carola Rackete di entrare in acque territoriali italiane e attraccare al porto di Lampedusa il 29 giugno 2019. Le motivazioni dell’archiviazione si soffermano anche sull’applicazione del Decreto Sicurezza Bis, sottoscritto dall’allora Ministro dell’Interno Matteo Salvini, che presupponeva la violazione, da parte dell’ex comandante di Sea-Watch 3, delle norme nazionali e internazionali. 

Quest’ennesima archiviazione abbatte il pretestuoso muro legislativo eretto da Salvini e, nelle sue motivazioni, conferma quanto già stabilito dalla Corte di Cassazione: soccorrere chi si trova in pericolo in mare e condurlo in un luogo sicuro è un dovere sancito dal diritto internazionale».

L’assoluzione di Carola Rackete segue un’altra importante sentenza datata 16 dicembre, questa volta della Corte di Cassazione. I Giudici hanno riformato la sentenza con cui la Corte d’appello di Palermo aveva condannato per i reati di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, violenza e resistenza aggravata a pubblico ufficiale Ibrahim Bichara Tuani e Ibrahim Amid, due naufraghi soccorsi dal rimorchiatore Vos Thalassa che si erano opposti al rimpatrio in Libia a bordo del mezzo di soccorso.

Gli avv.ti Fabio Lanfranca e Serena Romano, riporta Mediterranea Saving Humans, affermano che «il Giudice per le Indagini Preliminari di Trapani aveva ritenuto la condotta scriminata dalla legittima difesa poiché i due giovani, fuggiti dall’inferno libico, avevano agito al fine di salvare sé e gli altri naufraghi dal rischio di patire nuove, gravissime lesioni dei diritti alla vita, alla integrità fisica e sessuale, a tutela della loro prerogativa di essere portati in un place of safety e di ottenere protezione internazionale.

La Corte d’appello di Palermo, il 3 giugno del 2020, aveva riformato la sentenza assolutoria e condannato i due giovani profughi alla pena di tre anni e sei mesi di reclusione e 52.000 euro di multa ritenendo l’approccio del giudice di primo grado “ideologico” sul rilievo che “tali problematiche devono trovare adeguata soluzione nell’unica sede a ciò deputata, ossia quella politica del confronto interstatuale”.

Discostandosi da una simile impostazione la Suprema Corte ha, ribadito, invece, che il rispetto dei diritti umani è un tema sottratto alle autorità statali, che trova fondamento nelle norme di diritto internazionale a tutela della vita e della integrità della persona affermando che “è scriminata la condotta di resistenza a pubblico ufficiale da parte del migrante che, soccorso in alto mare e facendo vale il diritto al non respingimento, si opponga alla riconsegna allo Stato libico”» .

«Esprimiamo – concludono i due legali – grande soddisfazione per questa importante pronuncia che, in linea con l’orientamento già espresso nella vicenda della comandante Rackete e, prima ancora, nella sentenza Hirsi Jamaa e altri c. Italia del 23 febbraio 2012, ribadisce, una volta di più, che le operazioni di soccorso in mare che si concludano con il rimpatrio dei naufraghi in Libia costituiscono una violazione di principio del non refoulement e violano il diritto delle persone soccorse ad essere portate in un posto sicuro dove la loro vita non sia più minacciata e sia garantito il rispetto dei loro diritti fondamentali».

Redazione

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