Mediterraneo centrale: report novembre 2021

Un report su quanto è accaduto in mare e sull’altra sponda del Mediterraneo

Photo credit: Eleana Elefante

Nel 2021, conflitti, Covid-19, insicurezza alimentare ed emergenza climatica, hanno creato in tutta l’area del Mediterraneo una combinazione letale per oltre 84 milioni di persone costrette a fuggire dai loro paesi di residenza verso le frontiere europee e oltre 51 milioni di sfollati interni. In ogni varco di confine vi sono presidi militari e filo spinato contro ciò che, impropriamente, viene definita “una invasione umanitaria”. Dai respingimenti via terra di persone migranti ai confini dell’Europa orientale tra Bielorussia e Polonia, tra Lituania e Lettonia e tra Croazia e Bosnia, a quelli perpetrati via mare in tutto il Mediterraneo. Da inizio anno 62.941 persone hanno raggiunto l’Europa attraversando il Mediterraneo centrale. Nel solo mese di novembre 9.504 persone. Nel 2020 ne arrivarono 32.563. In crescita è anche il numero dei minori non accompagnati, già 8.764 contro i 4.687 registrati in tutto il 2020.

Il numero dei respingimenti operati dalla cosiddetta Guardia Costiera libica non accenna a diminuire: da gennaio, 30.990 persone intercettate in mare e respinte in Libia, contro le 11.891 del 2020. In questa rotta, quest’anno, ben 1.313 persone sono decedute o scomparse fra quelle acque. Dal 2014, oltre 22.838 persone sono morte in circostanze simili.

In mare: alcuni episodi del mese di novembre nel Mediterraneo centrale

L’ultimo evitabile naufragio del mese risale al 17 novembre quando più di 75 persone sono annegate dopo essere partite dalla Libia. L’Organizzazione Internazionale per le migrazioni (Oim) ha così diffuso la testimonianza dei 15 sopravvissuti, salvati da pescatori e riportati a Zuara. Il 16 novembre la Geo Barents di Medici Senza Frontiere soccorre, nel tratto di mare fra Zuara e Sabratha, una imbarcazione con 109 persone a bordo partite dalla Libia. Riuscirà a mettere in salvo 99 persone. Per 10 giovani ragazzi subsahariani, di età compresa fra i 18 ed i 24 anni, non c’è stato nulla da fare: uccisi dalle esalazioni di carburante respirate nella stiva dell’imbarcazione. Un superstite, immobile e sotto shock, non voleva lasciare il relitto semi-galleggiante. Guardava in basso, verso la stiva dove giaceva il fratello senza più vita. Durante il complicato intervento, gli operatori di Medici Senza Frontiere hanno riposto quei corpi all’interno di 10 sacchi neri. Il 19 novembre, alla nave umanitaria con 186 sopravvissuti a bordo e 10 corpi, verrà assegnato il Porto di Messina per lo sbarco.
Ad una settimana di distanza da questi tragici epiloghi, Alarm Phone dirama un’allerta per altre 487 persone in difficoltà in acque Sar maltesi. Dalle disperate testimonianze dei naufraghi si saprà che 3 persone in stiva, sono morte per soffocamento in attesa di un intervento di soccorso. Nessuna delle autorità competenti ha risposto alle molteplici richieste di SOS. Solo il 25 novembre la Guardia Costiera Nazionale tunisina interverrà, riportando tutte quelle persone a Elkfef e a Ben Gardane, al confine tra Tunisia e Libia.
Il 20 novembre, una motovedetta della Guardia Costiera italiana soccorre e conduce a Lampedusa 70 persone a rischio naufragio. Nelle stesse ore, la nave Dattilo, sempre della Guardia Costiera, soccorre altre 350 persone, fra cui oltre 40 minori, a bordo di un peschereccio a 70 miglia delle coste siciliane. Le condurrà a Porto Empedocle. Il 24 novembre, a 14 miglia da Lampedusa, tre motovedette della Guardia Costiera italiana hanno tratto in salvo 296 persone, tra cui 14 donne e 8 minori, stipati su un barcone in difficoltà a causa delle pessime condizioni meteo-marine. Nel mentre, la sedicente Guardia Costiera libica effettuerà l’ennesimo respingimento illegale, a colpi di armi da fuoco, di un’altra imbarcazione in zona Sar maltese con 85 persone a bordo. Nel corso della notte, a cavallo del 26 novembre, la Sea Watch4 con a bordo 463 persone (143 minori ed un neonato partorito poche ore prima del soccorso da una giovane donna di 31 anni), salvate in distinte operazioni, proclamerà lo stato di emergenza. Il maltempo ha reso necessaria questa procedura. Per 21 naufraghi è stata disposta una evacuazione urgente per motivi medici. Fra loro 8 donne incinte ed un uomo con gravi ustioni da carburante. Molte delle persone a bordo, alcune in mare da 8 giorni, iniziavano a presentare complicazioni da ipotermia. Finalmente, dopo 11 richieste per ottenere l’autorizzazione a sbarcare in un porto sicuro, verrà loro assegnato il porto di Augusta. Nel mentre proseguono, incessanti, gli arrivi sulle coste meridionali. Il 28 novembre una bimba nasce su un barcone in preda alla tempesta davanti alle coste di Roccella Jonica (Calabria). La motovedetta CP 326 della Guardia Costiera, date le proibitive condizioni marine, ha impiegato oltre 16 ore per mettere in salvo le 244 persone stipate a bordo dell’imbarcazione.

In Libia: testimonianza dalle proteste dei richiedenti asilo dinanzi alla sede dell’Unhcr

Dal 2 ottobre, migliaia di persone migranti sono accampate davanti alla sede dell’UNHCR Libia per chiedere l’evacuazione dal paese. L’11 novembre, 57 persone (prevalentemente nuclei familiari con donne e bambini) sono state in effetti rilasciate, hanno ricevuto contanti e carte prepagate in supporto ai primi bisogni di base ma, non hanno ancora un luogo sicuro dove stare né, tantomeno, sono stati evacuati dal Paese. Le donne ed i bambini che sono stati rilasciati si sono uniti ai gruppi dei manifestanti presso la sede dell’UNHCR. Le vittime rilasciate hanno affermato:
«Non abbiamo un posto dove andare. Abbiamo firmato dei documenti perché dicevano che ci avrebbero portati in Canada subito dopo aver lasciato la prigione. Siamo stati portati in uno degli uffici dell’UNHCR dove ci hanno dato dei soldi, dei buoni regalo e poi ci è stato detto di andare a cercare noi stessi un rifugio. Eravamo tutti sconcertati perché non sapevamo da dove cominciare e in quale quartiere andare e, ci chiedevamo come saremmo stati accolti dalle stesse persone che ci hanno arrestato. Abbiamo bambini che hanno bisogno di un po’ di conforto e di un tetto dove dormire. Ora non possiamo tornare all’UNHCR e lamentarci di nulla perché ci hanno già detto di andare solo quando saremo chiamati».

La testimonianza di un respingimento, di una detenzione illegale e di una fuga

Habib Ousmane, un ragazzo senegalese di 28 anni, racconta la sua storia in Libia, dal push-back operato dalla sedicente Guardia Costiera libica, alle varie detenzioni, sino alla fuga a Gargaresh:
«Sono stato intercettato in mare e portato alla base navale di Tripoli il 17 maggio 2021. Il processo di sbarco è stato lento, non avevo l’orologio ma ci è voluto molto tempo perché lo sentivo dal dolore alle natiche derivante dallo stare molto tempo seduto. Il trattamento è sempre disumano: percosse, schiaffi e imprecazioni. Ci hanno caricati su un autobus e poi ci hanno portato nella prigione di Khotshal (Mabani). Due giorni dopo, il 20 maggio, hanno trasferito me e altri a Gharyan. Lì le torture sono irragionevoli. Eravamo sempre costretti ad andare a lavorare. La maggior parte delle volte dormivamo senza cibo e chi chiedeva da mangiare veniva picchiato senza pietà.Poi, il 20 giugno c’è stata una enorme esplosione iniziata con piccoli colpi di pistola e gradualmente ha continuato ad aumentare. Per paura, mentre il fumo circondava il posto, abbiamo iniziato a gridare alle guardie di aprire la porta, abbiamo gridato e gridato, bussato e pianto ma non è venuto nessuno.La seconda esplosione si è schiantata contro la nostra cella, lasciandola cadere sopra di noi. C’era caos, sangue e persone che chiedevano aiuto in diverse lingue. C’era fumo e fuoco dappertutto. Le guardie sono arrivate, ci hanno impedito di scappare sparando in aria. Ci hanno rinchiuso in un’altra stanza, mentre portavano via i feriti e i morti. Il mio amico Faye, un giovane gambiano sulla ventina, ha perso entrambe le gambe a causa dell’esplosione. Il nigeriano Ebuka, sulla trentina, si è rotto le costole a seguito della caduta di un mattone.
L’esplosione è avvenuta tra la seconda e la quarta preghiera (tra la Salat al-zuhr, preghiera del mezzogiorno e la Salat al-magrhrib, preghiera del tramonto). Nella cella con me c’erano 72 persone di nazionalità miste: Nigeria, Ghana, Senegal, Gambia e Camerun. L’esplosione non durò a lungo ma i proiettili risuonarono a lungo. Il fumo entrato nella nostra cella ci soffocava. Poi, verso le 8 di sera, le guardie ci hanno portato in un’altra stanza dietro il centro di detenzione principale. Ho visto circa 6 feriti ma conoscevo il nome di soli due di loro. Tutti noi cercavamo di sopravvivere. L’edificio è crollato sopra i detenuti. Alcuni di loro hanno riportato ferite di diverse dimensioni, i più sfortunati sono morti. Prima dell’esplosione, hanno bussato, gridato e pianto invano, le guardie non li hanno aiutati fino all’improvvisa esplosione. Solo allora sono tornate indietro per impedirci di fuggire. C’erano persone morte e ferite, edifici crollati e negozi, dove le milizie piazzano i proiettili e le munizioni pesanti, ridotti in cenere. Le torture in quel centro di detenzione sono ben pianificate. Alcuni di noi vengono picchiati, altri chiusi in celle di isolamento, ad altri impediscono di mangiare. Per l’estorsione, ti danno sempre un telefono per chiamare la tua famiglia affinché paghi per la tua liberazione. L’importo varia da 2500 a 5000 dinari libici a seconda della nazionalità. Le persone provenienti da Eritrea, Somalia ed Egitto pagano sempre il prezzo più alto. Le guardie si muovono sempre con le pistole, quindi è difficile distinguere se questi uomini armati appartengono al Governo. Per me sono tutti gruppi di miliziani perché nessun soldato del Governo tratterebbe le persone in questo modo.
Sono successe molte cose ma hanno sempre tenuto me e gli altri detenuti rinchiusi fino a quando ci hanno portato fuori come operai per ricostruire la prigione. Lì abbiamo avuto la possibilità di scappare poiché eravamo molti. Per fortuna sono stato tra i fortunati a riuscirci. Mentre eravamo fuori dal centro di detenzione, correndo, potevamo sentire le guardie gridare e sparare in aria ma, nulla ci ha fermato mentre avanzavamo verso le montagne. Abbiamo marciato e marciato, con la pancia affamata e la sola preoccupazione di sopravvivere. Dopo due giorni sulle colline di montagna siamo finalmente riusciti a raggiungere la strada principale, tutti esausti ed affamati. Diversi tassisti si sono fermati, ma la tariffa del taxi era troppo alta per noi. Ne abbiamo supplicati diversi fino a quando un vecchio sulla cinquantina è arrivato e ci ha offerto un prezzo ragionevole. Ci ha guardato preoccupato e ci ha chiesto di quale paese fossimo. Il mio arabo non era così buono, ma gli ho fatto capire che eravamo del Senegal. Ci ha portato in un negozio, ha comprato acqua e snack per noi. Siamo di nuovo a Gargaresh, dove i miei coinquilini e amici mi aspettavano con impazienza. E’ stato meraviglioso riabbracciarli. In quel momento dimentichi tutti i tuoi dolori e la stanchezza nelle tue ossa non è più pesante.
Ho trascorso alcune settimane cercando di riprendermi dalla fatica e dalla rabbia che avevo sviluppato mentre contemplavo il destino di un uomo trattenuto da un altro uomo.
Un mese dopo ho iniziato a darmi da fare e lavorare mettendo in posa dei mattoni. Sono stato in grado di pagare l’affitto ma, sono ancora bloccato in Libia e non sono ancora riuscito a svegliarmi da questo incubo.Purtroppo ad ottobre, quello che tanto temevo è arrivato. Erano le 3 del mattino di un giovedì sera quando sono stato svegliato da forti colpi di pistola. Mi sono alzato e ho vagato nella mia stanza cercando di capire cosa stesse succedendo. Provavo angoscia mentre mi precipitavo verso i miei risparmi, con il pensiero che il comprensorio, che condividevo con i miei compagni, fosse stato attaccato da gruppi armati intenzionati a derubarci. Alle 4:30 del mattino ho provato, invano, a chiamare dal mio telefono cellulare ma non avevo nessun segnale. Allora sono andato al piano di sotto per controllare i miei amici mentre gli spari avanzavano. Alcuni di loro erano già morti. Li ho lasciati lì e sono risalito al terzo piano dove abitavo, ho preso i miei risparmi e sono sceso nuovamente per seppellirli quando, ho sentito queste parole libiche: “Gamis alwota, eidek foug” (siediti con le mani in alto). Lo feci. Sette uomini mascherati in uniforme nera mi circondavano e altri si arrampicavano dove vivevano altre centinaia di miei coinquilini. Uno degli uomini mascherati mi ha colpito con il retro del suo AK-47 e ha raccolto i miei risparmi mentre mi accasciavo giù, tremante e piangente. Altri avevano già perquisito le mie tasche e raccolto il mio telefono. Mi hanno ammanettato con un lucchetto di plastica.Siamo stati poi radunati e portati nella prigione di Khotshal per la seconda volta. Le guardie ci hanno ammassato uno sopra l’altro. Il giorno è passato e non ci hanno dato né cibo né acqua.Questo è durato per giorni, eravamo tutti arrabbiati, esausti e traumatizzati. La gente bussava e bussava ma le guardie non aprivano mai. Eravamo chiusi in capannoni senza finestre. Avevamo difficoltà a respirare, le persone urinavano frequentemente su se stesse sul pavimento dove si sedevano e dormivano.

Una settimana dopo le persone di altri hangar gridavano e gridavano. Sentivo gli spari e il rumore delle porte che venivano sfondate. Con tutti i detenuti affamati ma con ancora tanta speranza, mi sono alzato e diretto verso la porta. Spingevamo tutti insieme con le nostre poche forze. Per fortuna si è aperta e siamo riusciti a scappare. Non avevo dove andare e non potevo tornare a Gargaresh. Mi sono unito ai sudanesi diretti verso la zona di Seraj, ci siamo andati tutti fino a quando non abbiamo visto dei gruppi accampati ai bordi della strada. Qui mi sono unito a loro e da allora non ho più dove andare. Vedo persone che si registrano con l’UNHCR, ma qui mi viene sempre ricordato che l’UNHCR non è per noi persone dell’Africa occidentale. Sono senza speranza, vivo come un uccello senza riparo e cibo. Spero solo di essere portato in un luogo sicuro ma di non essere rimpatriato nel mio paese».

Il 5 novembre, un gruppo di richiedenti asilo composto da 172 persone è stato trasferito in Niger. L’ultimo volo di evacuazione risale ad oltre un anno fa. Il 25 Novembre, un gruppo composto da 93 rifugiati è invece stato trasferito a Roma su un volo umanitario. Un trasferimento sicuro e legale tra il nostro paese e la Libia non si verificava da settembre 2019. Si stima che ci siano almeno 6.123 persone trattenute illegalmente nei centri detentivi in tutta la Libia, di cui 2.833 persone ritenute “vulnerabili” dall’l’UNHCR. Ciò significa che, più di un paio di migliaia di rifugiati o persone fragili, una volta rilasciati, resteranno per strada in attesa di essere evacuati e/o reinsediati. Altri ricadranno nei circoli di violenza, detenzioni arbitrarie, estorsioni e violazione di qualsivoglia diritto.
Naturalmente, anche il più ampio programma di reinsediamento non porrebbe fine immediata alle migrazioni irregolari. Le persone saliranno ancora sulle barche nella speranza di raggiungere le coste europee e tenteranno di attraversare confini via terra sin quando i loro paesi d’origine saranno attraversati dalle molteplici instabilità del nostro tempo. Ma, l’Europa può ancora cercare soluzioni comuni per ridurre la pressione alle frontiere: visti di lavoro, ricongiungimenti familiari, reinsediamenti e corridoi umanitari potrebbero ridurre la pressione alle frontiere ed abbattere i nuovi muri invocati.

Eleana Elefante

Giurista esperta in Advocacy & Communication dei Flussi Migratori del Mediterraneo Centrale.
Collabora con diverse NGO’s e Patners Europei nel Monitoraggio & Valutazione dei flussi migratori in linea con l’analisi geopolitica di aree geografiche quali il Nord - Africa ed il Medio-Oriente.