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La presenza di migranti in Bosnia sta diminuendo: è la fine della rotta balcanica?

Nel campo di Lipa su 1.500 posti letto solo 300 risultano occupati

Bosnia, campo di Lipa - Photo credit: Simone Zito

di Simone Zito *, Collettivo Rotte Balcaniche Alto Vicentino

Tornare sul confine bosniaco-croato in mezzo ai migranti respinti, ti stravolge. Ti rimangono addosso gli occhi, i sorrisi, il modo in cui ti dicono “Inshallah” e abbassano lo sguardo quando li saluti, dicendo loro che speri di rivederli in Italia. Perché magari è la 37esima volta che ci provano, perché sopravvivono in Bosnia da tre anni, perché sono riusciti a raggiungere il suolo del Belpaese tre volte ma sono stati respinti dalla polizia italiana e riportati (pardon, riammessi) alla casella di partenza, che si chiama Bihać, senza ritirare le ventimila lire. 

Sono pedine che si muovono all’interno di un gioco del Monopoli dove non ci sono ricchezze da spartirsi e case da comprare, ma solo pericolosi imprevisti: malintenzionati che possono accoltellarti alla schiena perché ubriachi, fiumi che trascinano via, famiglie impoverite che non possono più inviare denaro ai loro cari poiché gli USA di Biden hanno congelato le riserve della Banca centrale afgana dopo l’arrivo al potere dei talebani.

Fa male tornare e ritrovare gli stessi occhi nelle topaie in cui li avevi lasciati. A volte sono occhi annebbiati dal bere, rossi e affumicati dal fumo dei fuochi accesi in tuguri angusti per scaldarsi e cucinare, altre sono luminosi nelle danze o dopo aver vinto una partita a cricket. Sono poche, pochissime le persone in movimento (people on movement – Pom) vicino al confine bosniaco-croato, eppure, non sembra esserci meno vita. La responsabile di una ONG locale ci dice che le Pom ora presenti nel cantone Una-Sana sono intorno alle 2.000 complessivamente, all’interno e all’esterno dei campi formali. Mohammed, cronista freelance, ci informa che attorno a Bihać ci saranno circa 200-300 migranti. Numeri molto diversi da quelli estivi, ma mai così bassi dal 2018, quando il fenomeno migratorio ha cominciato a intensificarsi nel cantone. Anche diversi migranti con cui ci siamo confrontati erano della stessa opinione. È quindi legittimo pensare che questo decremento potrebbe non essere dovuto solamente alla rigidità dei mesi invernali e allo spostamento dei migranti nei campi a Sarajevo e in Serbia, quanto piuttosto al fatto che le rotte starebbero cambiando per l’irrigidimento dei controlli da e verso la Grecia, della Croazia e della Slovenia (spostandosi, nuovamente, verso il confine serbo-ungherese e in Albania).

Il sistema di doccia calda realizzato dal collettivo

A differenza di quest’estate e a dispetto delle attese, sono presenti molti meno afgani, mentre altissimo rimane il numero dei pakistani che cercano di raggiungere l’Europa seguendo la rotta balcanica. Per quanti si chiedessero il motivo, una delle possibili risposte risiede nella scelta da parte degli USA di inserire il Pakistan nella lista dei rogue state (stati canaglia) che rende quasi impossibile l’ottenimento di visti per l’ingresso in Occidente. Le politiche becere degli stati imperialisti e/o legati all’islam integralista ricadono sempre sulla povera gente. I ragazzi che incontro raccontano di essere scappati di notte perché l’Isis li voleva arruolare e farli combattere in Afghanistan, che non era possibile andarsene in altro modo dal paese.  La fuga per loro equivale a mettersi in salvo, ma con la concreta possibilità da parte dei genitori di poterli rivedere solo attraverso lo schermo di uno smartphone. Altri ragazzi per tentare di arrivare in Europa sono costretti a spendere migliaia o decine di migliaia di euro, affrontando un viaggio di anni e che può prevedere la morte per oltrepassare dei confini militarizzati, magari soffocati all’interno del bagagliaio di una macchina o assiderati dal gelo balcanico, oppure inghiottiti da acque troppo spesse per via delle piogge.

Tra i migranti incontrati, sono pochi quelli che tentano il game a piedi: le montagne sono dipinte di bianco e il termometro segna temperature sotto lo zero. I fiumi sono ora un ostacolo grosso, specialmente per quanti non sanno nuotare bene. Pochi giorni prima del nostro arrivo, Ljaz un ragazzo pakistano di 24 anni, incontrato già quest’estate, è morto nel tentativo di attraversare il fiume Sava, vicino a Gradiska. Ora le modalità di attraversamento più utilizzate sono il taxi game per chi può spendere 3.000-4.000 euro e i tir. Partono ogni giorno e chi vuole nascondersi tra le ruote sa quanto tempo ha per trovare una posizione che non lo faccia morire stritolato. Coloro, invece, che tentano di attraversare il confine a piedi, poi provano ad arrivare in Italia utilizzando l’autobus: partono già con i biglietti in mano, vestiti e taglio di capelli occidentali per evitare attenzioni indesiderate da parte delle polizie di frontiera.

Ritrovando persone già conosciute quest’estate e incontrandole quasi quotidianamente per settimane e mesi, sono germogliate amicizie sincere di un’umanità che si fa politica nella misura in cui i gesti di cura sono complici e solidali, atti a creare una comunità multiculturale che resiste e combatte le logiche di esclusione dei poveri dall’Unione europea, a Bihac come in Italia. Per quanti lavorano quotidianamente con i migranti nelle città del nord Italia, condividendo lotte antirazziste, questo aspetto è da considerare e curare con le dovute attenzioni e delicatezze necessarie, affinché questi rapporti siano fondati sempre sul rispetto e il riconoscimento reciproco.

Infine, un ultimo aggiornamento è da dedicare a quel campo di confinamento che è Lipa: recinzioni, telecamere, fari, container e polizia in mezzo al nulla, lontani dagli occhi dei turisti e della popolazione bosniaca. Arrivando all’ora del tramonto, l’impatto visivo è forte. La vecchia Lipa sembra ormai un vecchio guscio vuoto, abitato da rifiuti e oggetti dimenticati che raccontano il passaggio di migliaia di vite (ironica la scritta su diverse lattine di energizzante sparse ovunque che recita “just power”). La visita degli spazi prima occupati dai tendoni militari è desolante.

Lì sono rimasto colpito da un ragazzo intento a spostare vecchie testiere metalliche abbandonate da un mucchio ad un altro poco distante. Poteva sembrare che stesse ripulendo il campo dalle carcasse di ferro. Lui, invece, mi ha risposto: “No, no, lo faccio per non cadere in depressione o impazzire”, questo perché a Lipa, in mezzo al nulla, non c’è nulla da fare. Ipsia ACLI e un’altra associazione provano ad animare con grande fatica e impegno un luogo fatto di anime che vagano avvolte da una coperta a scacchi, che quando si accorgono della tua presenza ti fissano come fossi un animale raro venuto ad annusare la porta di casa. All’interno del campo – ci racconta – quello che viene assicurato è la nuda vita, con cibo scadente e cure mediche discutibili. Stop, altro non c’è. É praticamente inesistente qualsiasi attività che dia umanità alle persone che lì vi stazionano, al punto da inventare passatempi che rispondono alla sola necessità di non rimanere chiusi nel container a morire di inedia.

Anche lui ci racconta del decremento delle Pom nel cantone, e di quanto questo sia una beffa ai danni del campo di Lipa appena ampliato, nel quale ora sono presenti all’incirca 300 persone su una capienza complessiva di 1.500 posti. Sarà per questo che altri ragazzi incontrati negli squats fuori Bihać dicono che OIM ha smesso di dare aiuti all’esterno dei campi e gira quasi tutti i giorni per i posti in cui vivono per chiedere loro se vogliono essere portati a Lipa. La riduzione delle Pom nel campo potrebbe significare una progressiva riduzione dei lauti finanziamenti che vengono ricevuti da OIM e dal governo bosniaco per la ‘gestione’ dei migranti.

La primavera svelerà se questi paesaggi torneranno ad essere abitati e attraversati da un’umanità in fuga o alla ricerca di un sogno di benessere e sicurezza, oppure se i cambiamenti che abbiamo osservato sono strutturali e porteranno questi corpi a rischiare la vita in altre terre e in altre acque. La sostanza, comunque, non cambierà: nell’Europa dei diritti umani non c’è posto per loro.

Tutte le immagini di Simone Zito


* Simone Zito è autore del libro “Rott’amare. La feroce accoglienza europea nei Balcani

«È un libro che ci richiama al dovere di uomini, di essere umani. Nell’umanità c’è ben poco di “umano”, mi ha detto una sera un amico. Il fatto che avesse la pelle più scura della mia e che suo padre fosse africano, vi assicuro, non significava nulla. Si parlava di violenze, di crimini, di pagine buie della storia. La storia dell’umanità», questo ha scritto Eric Gobetti all’inizio della sua prefazione al libro che Simone Zito ha fatto scaturire dalla sua esperienza a Bihać. E l’autore ha disambiguato così le possibili interpretazioni del titolo: «Rott’amare: due parole dense come i Balcani, quasi solide, raccolgono in un piccolo punto del foglio piani che si intersecano vertiginosamente lungo le frontiere d’Europa. Rotte dove i migranti sono mossi dall’amore di sogni da raggiungere o figli da difendere. Rotte amare come i manganelli sulla pelle e il filo spinato, mari che sono tombe che inghiottono e vie da attraversare; frontiere obsolete e stantie che sarebbe opportuno buttar via, come si fa con i ferri vecchi e gli oggetti inutili. Da rottamare».

Simone Zito

Sono nato a Torino nel 1986. Filosofo, insegnante per scelta e scrittore di fiabe per diletto. Dal 2014 mi occupo di educazione libertaria teoricamente e praticamente, dando vita a esperienze educative informali.
Dal 2021 iniziano i viaggi nei Balcani a studiare la rotta balcanica a stretto contatto con i migranti respinti. Sempre nel 2021 esce «Rott’amare. La feroce accoglienza europea nei Balcani» edito da OGzero.