Te la do io la Danimarca. Carenze sistemiche nella procedura di asilo e nelle condizioni di accoglienza

Tribunale di Roma, decreto del 19 novembre 2021

Una curiosa e interessante sentenza del tribunale di Roma, ci permette di buttare un occhio in uno di quei paesi nordici che spesso vengono presi ad esempio come avanguardia della tutela dei diritti.

Con stupore apprendiamo che un cittadino di origini senegalese preferisce restare in Italia piuttosto che essere rispedito in Danimarca poiché teme per la propria incolumità.

Vale a questo punto la pena riportare la sentenza quasi per intero perché è illuminante sulle condizioni detentive nel paese della sirenetta.

«…Nel proprio rapporto annuale, Amnesty International sottolinea come, nel gennaio 2020, il Comitato Europeo per la Prevenzione della Tortura avesse richiesto al governo danese di migliorare le condizioni di vita nel centro di Ellebæk, dove sono detenuti richiedenti asilo e migranti e come questo richiamo non avesse sortito alcun effetto (Amnesty International, “The State of the World’s Human Rights”, 7 aprile 2021). Tali condizioni erano già state denunciate dal Global Detention Project nel maggio 2019 e non risultano essere migliorate nel corso degli anni. Peraltro, il rapporto del Global Detention Project rileva come, secondo la normativa danese, i motivi a fondamento della detenzione di richiedenti asilo possano essere diversi: ai sensi dell’art. 36, co. 4 della Legge sugli Stranieri, i richiedenti asilo possono essere detenuti nel caso in cui non compaiano dinanzi alle autorità di polizia per la stesura della domanda o nascondano informazioni relative alla propria identità, nazionalità o al proprio percorso migratorio. Nel 2018, 2.180 richiedenti asilo erano detenuti sulla base di questa disposizione, rispetto ai 1.494 richiedenti asilo detenuti nel 2012 (Global Detention Project, “Immigration detention in Denmark: where officials cheer the deprivation of liberty of rejected asylum seekers”, maggio 2018, p. 8). Per quanto riguarda i dati relativi agli esiti delle procedure di asilo, l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) rileva una significativa diminuzione delle domande di asilo presentate e del numero di protezioni riconosciute in Danimarca negli ultimi anni: “il numero di richiedenti asilo è calato dai 21mila del 2015 ai 1.500 del 2020. Di questi, solo 601 hanno ottenuto l’asilo, il numero più basso degli ultimi 30 anni”.

Le tre principali nazionalità dei richiedenti asilo sono Siria, Eritrea e Afghanistan (ISPI, “Fortezza Danimarca”, 4 giugno 2021). Anche il Global Detention Project conferma come il numero degli status di rifugiato riconosciuti nel Paese sia progressivamente diminuito: dall’85% nel 2015 al 36% nel 2017 (Global Detention Project, “Immigration detention in Denmark: where officials cheer the deprivation of liberty of rejected asylum seekers”, maggio 2018). Va poi ricordato come negli ultimi sia stata segnalata la tendenza delle autorità danesi ad utilizzare ampiamente l’istituto della cessazione della protezione internazionale nei confronti di individui riconosciuti come rifugiati, in particolare cittadini somali e siriani. A partire dal 2019, si è osservato un vero e proprio “cambio di paradigma” nella legislazione danese in materia di protezione internazionale, che è passata da un sistema di protezione permanente ed integrazione ad uno di protezione temporanea e rimpatrio (Nikolas Feith Tan, “The End of Protection: The Danish ‘Paradigm Shift’and the Law of Cessation”, 17 luglio 2020). Come riportato da Il Post, a partire dal 2019 è diventata il primo paese dell’Unione Europea a privare alcuni rifugiati siriani del permesso di soggiorno, dopo aver dichiarato come sicura la zona di Damasco, la capitale della Siria […]. Da allora il governo danese ha iniziato a revisionare migliaia di permessi di soggiorno delle persone siriane arrivate in Danimarca […], sono più di 250 le persone a cui sono stati revocati o non rinnovati i permessi. […] Il governo danese tuttavia non ha relazioni diplomatiche con la Siria o accordi di collaborazione con le autorità siriane, perciò chi perde il permesso di residenza e non vuole partire spontaneamente viene mandato nei centri per il rimpatrio: lì i siriani possono rimanere anche per diversi mesi senza alcuna prospettiva su cosa accadrà loro” (Il Post, “La Danimarca vuole mandare via i rifugiati siriani”, 16 aprile 2021).

La novità di maggiore rilievo riguardo al sistema di asilo danese negli ultimi mesi riguarda l’approvazione in data 3 giugno 2021 di una legge che prevede l’esternalizzazione della procedura di asilo. Secondo quanto riportato dall’ISPI: “In base alla nuova legge, i richiedenti asilo in arrivo in Danimarca saranno trasportati in un paese terzo dove la loro domanda verrà esaminata. In caso di approvazione della richiesta, l’autore non ottiene di poter entrare in Danimarca ma è autorizzato a rimanere nel paese terzo, in caso contrario sarà la stessa nazione ad espellerlo” (ISPI, “Fortezza Danimarca”, 4giugno 2021). La legge prevede alcune eccezioni per persone vulnerabili (es. minori non accompagnati o individui gravemente malati), le quali potrebbero essere accolte in Danimarca dopo essere state riconosciute come rifugiate nel Paese terzo (Grégoire Sauvage “Le Danemark veut envoyer ses demandeurs d’asile en Afrique”, France 24, 5 giugno 2021).

Nel giorno in cui il Parlamento danese ha approvato la proposta di legge, Filippo Grandi, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati ha affermato che l’entrata in vigore di tale normativa comporterebbe la rinuncia da parte della Danimarca di ogni responsabilità per la valutazione delle domande di asilo e la protezione di rifugiati vulnerabili. UNHCR si è fortemente opposto agli sforzi di esternalizzare le obbligazioni statali in materia di protezione internazionale ad altri Paesi. Questi sforzi di deresponsabilizzazione sono contrari sia al testo che allo spirito della Convenzione di Ginevra del 1951, nonché del Patto Globale sui Rifugiati, che prevede una suddivisione equa della responsabilità relativa alla protezione dei rifugiati (UNHCR, “News comment by UN High Commissioner for Refugees Filippo Grandi on Denmark’s new law on the transfer of asylum-seekers to third countries”, 3 giugno 2021).Pochi giorni prima dell’approvazione della legge, UNHCR aveva pubblicato una nota sull’esternalizzazione delle procedure di asilo, che, pur non nominando esplicitamente il caso danese, condannava fermamente questi tentativi di delocalizzazione (UNHCR, “Note on the “Externalization” of International Protection”, 28 maggio 2021).

Anche la Commissione Europea ha espresso grave preoccupazione su questa riforma, affermando che l’esternalizzazione dei procedimenti di valutazione delle richieste di protezione internazionale non sono ammissibili secondo la normativa europea e secondo il nuovo patto per l’immigrazione e l’asilo (Gabriela Baczynska, “EU executive has “fundamental concerns” about new Danish migration law”, Reuters, 3 giugno 2021). Il Consiglio Danese per i Rifugiati (DRC) ha sottolineato il fatto che il Parlamento abbia votato sostanzialmente al buio, approvando un modello di valutazione delle domande di asilo che è al momento ancora inesistente e che non è dato sapere come funzionerà in concreto. Inoltre, ha rilevato come questa normativa persegua l’irresponsabile scopo di scoraggiare i rifugiati dal presentare richiesta di protezione internazionale in Danimarca (Danish Refugee Council, “Statement on the Danish proposal to potentially externalize the asylum procedure”, 3 giugno 2021).

È importante ricordare che questa normativa entrerà in vigore solo nel momento in cui sarà effettivamente concluso un accordo con un Paese, il quale accetti che le procedure di asilo vengano svolte sul suo territorio. Tuttavia, nonostante le autorità danesi abbiano aperto negoziati con i governi di diversi Stati extraeuropei, come riportato da ISPI, “al momento, nessun paese ‘terzo’ si è fatto avanti per accogliere la proposta danese”. Secondo il quotidiano Jyllands-Posten, il governo di Copenaghen ha avuto colloqui con Ruanda, Tunisia, Etiopia ed Egitto, senza però arrivare a un’intesa. Ma in particolare è il Ruanda – che già ospita 130mila profughi dal Burundi e dal Congo, oltre a 500 migranti trasferiti dai centri libici in base a un accordo Onu –su cui il governo punterebbe per raggiungere un accordo. Da Kigali, che ha recentemente accolto in visita il ministro danese per l’immigrazione Mattias Tesfaye con cui ha sottoscritto un memorandum d’intesa per l’asilo e la migrazione, fanno sapere che “non ci sono accordi in tal senso”.

Si tratta tuttavia di una situazione complessivamente allarmante, che porta il collegio a ritenere che un eventuale trasferimento dell’odierno richiedente asilo in Danimarca si porrebbe in contrasto con la previsione dell’art. 3, par. 2, del Regolamento UE n. 604 del 2013 e con quella dell’art. 4 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, non garantendo con certezza o, comunque, al di là di ogni ragionevole dubbio, il rispetto dei diritti fondamentali del richiedente in tale Stato».

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Si ringrazia l’Avv. Paolo Alessandrini per la segnalazione.


Danilo Burattini

Membro della redazione di Melting Pot Europa e dell'Ambasciata dei Diritti delle Marche.