Fotografia di Simone Zito - Cucinando in uno squat di Bihać, inverno 2021-2022
/

Vite e resistenze al confine bosniaco

Riflessioni al rientro da Bihać

Di Nicola Bonelli *, di ritorno dalla staffetta coordinata dal Collettivo Rotte Balcaniche Alto Vicentino

La frontiera ci appare sempre come luogo di tensione tra la pretesa di controllo dello stato e del sistema economico e l’ancoraggio del migrante al suo desiderio di autonomia e libertà. Risulta esemplare in questo senso la cittadina bosniaca di Bihać, affacciata sul confine croato, dove le brutalità a cui le persone in movimento sono sottoposte si scontrano con i sogni e le aspettative che spingono uomini, donne e bambini ad affrontare un cammino che spesso si trasforma in un incubo.

Anche nell’ultimo mese le notizie arrivate dai confini europei sono state drammatiche, tra idranti contro famiglie e bambini al confine tra Polonia e Bielorussia, e naufragi nei diversi tratti di mare. Rimane sottotraccia, ma non per questo meno meritevole di attenzioni, quello che succede tra Bosnia e Croazia, con centinaia di persone costrette a vivere ammassate in abitazioni di fortuna, senza riscaldamento, elettricità, né accesso all’acqua. La brutalità di questo confine ha varie origini e molteplici sono i responsabili di quello che accade. Partendo da un livello più alto, le cause possono essere ricondotte al sistema economico globale, che contribuisce ad accrescere le disuguaglianze e di conseguenza i conflitti, garantendo la libertà di movimento solo a chi proviene dalla parte ‘giusta’ del mondo e costringendo il resto della popolazione a muoversi solo all’interno di contesti di crisi ed emergenza. Siamo brutali noi europei, che stiamo sempre più erodendo il diritto di asilo, attraverso respingimenti alla frontiera, accordi con stati terzi e meccanismi di illegalizzazione preventiva della mobilità transfrontaliera quali l’istituto dello stato sicuro e degli hotspots, che rendono pressoché impossibile richiedere asilo anche a chi è vittima di conflitti e persecuzioni.

Brutale è la violenza degli attori coinvolti più direttamente a Bihać, come quella della polizia croata che non solo respinge illegalmente le persone in movimento, ma compie costantemente violenze sui loro corpi, privandoli degli oggetti per loro più preziosi, quali telefoni e scarpe. È brutale la violenza della polizia bosniaca, che brucia gli insediamenti dove ragazzi e famiglie vivono assiepate, quella dell’esercito italiano, che pattuglia il confine triestino e deporta le persone verso il confino bosniaco. In quelli che vengono percepiti come i confini assediati dell’Europa, l’intensificazione di tattiche militari sembra ammorbidita da tecniche umanitarie, così diventa brutale anche il campo di Lipa, gestito da IOM, così distante dai bisogni delle persone per cui sembra essere stato creato. L’accesso al campo è concesso solo alle organizzazioni, ma, nonostante la recinzione a dividerci, abbiamo raccolto testimonianze su questo sistema, creato per scoraggiare le persone a partire, e per confinarle in un territorio isolato, dove non hanno possibilità né di uscire né di accedere all’assistenza legale. L’investimento sul controllo della frontiera ha come effetto quello di intensificare la criminalità e la violenza che pretendono di arginare, alimentando la violenza di smuggler che richiedono migliaia di euro per garantire qualche chance in più di successo nel game e che sono disposti a tutto pur di estorcere questo denaro.

Fotografia di Simone Zito

Ma la violenza è solo una delle dimensioni che caratterizza la vita di ragazzi e famiglie costretti a questa vita di confine.

Vedere solo la violenza vorrebbe dire oggettivare queste persone, renderle solo vittime passive di situazioni drammatiche, presupposto per la relegazione del migrante in una posizione subalterna.

Provare a mettere in primo piano le storie di chi vive sulla propria pelle il confine, non significa idealizzare un elenco di immagini strazianti facili da associare a qualche campagna umanitaria, ma provare a cogliere la complessità di un contesto dove si intrecciano storie personali, conflitti sociali e dinamiche politiche internazionali.

Così, in uno squat di Sturlic, piccolo paese al confine a metà strada tra Bihac e Velicka Kladusa, può capitare di incontrare, in mezzo a famiglie iraniane e pakistane, un medico cubano, che con il suo passaporto può accedere solo in Serbia e da lì può cominciare il suo viaggio per l’Europa. O di incontrare un signore iraniano, che in Italia era già stato con visto lavorativo, ma che ora, a distanza di anni, è costretto a scappare di nuovo dal suo paese sognando la Francia per vedere con i propri occhi i luoghi narrati nei libri di Victor Hugo. In uno squat a 200 m dal confine vive anche M., campione di kickboxing che continua ad inseguire il sogno di diventare un atleta professionista.

Quello che ad un primo sguardo non si può percepire è la caparbietà con cui alcuni ragazzi ventenni riprovano a passare il confine: molti di loro hanno passato metà della loro vita in viaggio e la loro quotidianità è costituita dal game e dal conseguente respingimento, di cui parlano senza risentimento, come se fosse appunto parte integrante del gioco. Alcuni di loro sono qua da più di due anni e la loro strategia di sopravvivenza li ha portati ad imparare anche il bosniaco, così è facile assistere a dei piccoli gesti di solidarietà della popolazione locale, come la possibilità di entrare in un negozio per ricaricare il telefono o fornire agli squat delle taniche di acqua. Da questa vita di frontiera emergono anche semplici scene di vita quotidiana, che però accorciano le distanze tra ragazzi europei e pakistani, come l’attaccamento alla propria nazionale, in questo caso di cricket e non di calcio, seguita attraverso lo schermo di uno smartphone a distanza di migliaia di chilometri.

L’ultima dimensione che chi vive il confine ha il compito di portare alla luce, oltre alla denuncia e alla testimonianza, è quella di farsi megafono delle ingiustizie che questi ragazzi hanno subito e soprattutto delle lotte di cui si fanno portatori. In un periodo in cui le disuguaglianze crescono ovunque colpisce la lucidità con cui D. ci parla della sua vita di attivista per il Jamnu Kashmir National Student Federation, che nell’eterno conflitto del Kashmir si batte per l’unione tra due popoli in conflitto come quelli al confine tra India e Pakistan attraverso l’emancipazione delle classi subalterne, promuovendo istruzione, salute e lavoro per tutti. In un intensissimo confronto D. mi parla del suo desiderio di portare avanti questo suo ideale anche al di fuori della propria terra d’origine, mostrandomi con orgoglio le foto di una manifestazione contro lo sfruttamento lavorativo a cui partecipò durante il suo passaggio in Grecia.

Bisogna riconoscere maggior valore anche a figure come I., che cerca di tenere insieme la jungle di Bihać dove convivono ragazzi pakistani e afghani, tra cui si trovano sostenitori sia delle forze governative come di quelle legate ai talebani. Innamorato del proprio paese, ma lontano dai conflitti che hanno segnato gli ultimi anni del Peshawar, con le sue capacità avrebbe avuto la possibilità di collaborare con l’ostello contribuendo alle comunicazioni tra i locali e le persone in movimento che vorrebbero accedere ai servizi, ma che ha preferito rimanere nello squat per supportare i suoi compagni che faticano a comunicare con le organizzazioni.

Di fronte al disinteresse delle istituzioni europee e alla violenza dei confini, un discorso che lasci aperto uno spazio per la voce di chi vive la frontiera, può creare migliori premesse per istanze di comprensione ed uguaglianza che finalmente smuovano un dibattito appiattito sulla dimensione securitaria ed emergenziale.


* Nicola Bonelli è laureato in filosofia a Trento e in Relazioni internazionali a Venezia. Si interessa allo studio delle migrazioni e lavora come operatore in un progetto di accoglienza di richiedenti asilo a Trento. Volontario in Kenya e in un campo di profughi siriani in Libano, ha collaborato alla realizzazione del primo corridoio umanitario realizzato dalla società civile italiana.
E’ autore del libro La soggettività del migrante lungo la Fortezza Europa, Edizioni Tracce , Pescara , 2017.

#Lesvoscalling

Una campagna solidale per la libertà di movimento
Dopo il viaggio conoscitivo a ottobre 2019 a Lesvos e sulla Balkan route, per documentare e raccontare la drammatica situazione sull'isola hotspot greca e conoscere attivisti/e e volontari/e che si adoperano a sostegno delle persone migranti, è iniziata una campagna solidale lungo la rotta balcanica e le "isole confino" del mar Egeo.
Questa pagina raccoglie tutti gli articoli e il testo di promozione della campagna.
Contatti: lesvoscalling@gmail.com