La foto di copertina del rapporto

Le condizioni socio-sanitarie di migranti e rifugiati negli insediamenti informali di Roma

Ne parlano Medici per i diritti umani e UNHCR nel rapporto «Margini»

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Il Rapporto di MEDU 1, pubblicato con il supporto dell’Agenzia ONU per i rifugiati (UNHCR) il 17 gennaio 2022, racconta le condizioni socio sanitarie riscontrate durante il 2021 in quattro insediamenti informali a Roma in cui l’unità mobile di MEDU ha lavorato.

Roma è la città che ospita il maggior numero di rifugiati e richiedenti asilo in Italia, e come evidenzia la coordinatrice dei progetti nazionali MEDU Mariarita Peca nella conferenza stampa di presentazione del rapporto (video), ci sono “circa 100 insediamenti precari a Roma, di varie dimensioni e natura (…) in cui la percentuale di rifugiati e richiedenti asilo è in aumento dal 2014”. Per di più, secondo i dati più recenti del Rapporto sulle Povertà a Roma pubblicato dalla Caritas, solo nella capitale ci sono più di 14.000 persone temporaneamente senza dimora, il 15% del totale nazionale.

La clinica mobile per la promozione della salute e dei diritti è un progetto nato a Roma nel 2004 e dal 2016 è inoltre attivo il centro Psyché “Francesca Uneddu” per la salute mentale transculturale.

Di queste, migliaia sono migranti, richiedenti asilo e rifugiati. Infatti, il “34% della popolazione assistita da MEDU sono richiedenti asilo e rifugiati, la metà dei quali sono stati precedentemente accolti nei CAS e nei CARA, in grandi centri isolati dal tessuto urbano, e gestiti con un approccio emergenziale”. A Roma, e in Italia in generale, rimane infatti dominante il modello dei grandi centri in periferia, nonostante ormai da anni il modello di accoglienza diffusa sia riconosciuto come la soluzione più efficace.

Questo “rapporto nasce dal territorio,” afferma Peca “e non ha la pretesa di essere esaustivo”, ma cerca di rappresentare una realtà che emerge dall’interazione tra la clinica mobile, e il contesto socio sanitario degli insediamenti informali e delle comunità che le autorità definiscono come difficili da raggiungere o hard to reach, ma che MEDU e UNHCR cercano di ridefinire come cronicamente escluse.

“E’ un rapporto che parla delle cause di esclusione cronica ai servizi e ai diritti fondamentali, e propone alcune raccomandazioni alle istituzioni, a partire dalle buone pratiche sviluppate in anni di attività sul terreno”

Tramite le attività della clinica mobile, MEDU è riuscita a raccogliere dati significativi sugli insediamenti informali nella zona del Verano e della Stazione Tiburtina, della stazione Termini, dell’edificio occupato sulla via Collatina 2, e dell’edificio vicino a Santa Croce in Gerusalemme noto come Spin Time Labs 3.

Operatori della clinica mobile di MEDU forniscono informazioni sanitarie. Via Marsala, Stazione Termini (Foto Odino Vignali)

I dati su cui si basa il rapporto rendono un’immagine in cui “le condizioni di salute, intesa (…) come benessere psicofisico e sociale, delle persone che vivono negli insediamenti precari”, sono dettate dall’esclusione dal contesto sociale e politico. Una condizione che con il tempo si cristallizza in situazioni di sopravvivenza da cui è difficile emanciparsi, e in cui l’accesso ai servizi è fortemente limitato.

In questi 11 mesi abbiamo assistito 543 persone, e svolto più di 900 visite mediche,” continua Peca durante la presentazione del rapporto, “l’88% sono uomini, con un’età fra 30 e i 50 anni. L’11% sono minori non accompagnati soprattutto nell’area Tiburtina Verano.
Il 75% delle persone che abbiamo incontrato vivono in maniera stabile in Italia, sono persone con intenzione di rimanere, che spesso hanno vissuto in queste situazioni per periodi prolungati, e la marginalità è divenuta cronica. Il 55% di richiedenti asilo che abbiamo incontrato sono persone vulnerabili, sopravvissuti a trattamenti degradanti, o minori non accompagnati
”.

Questi dati dimostrano quindi come tra le persone che si interfacciano con l’unità mobile di MEDU, c’è un’elevata percentuale di individui in condizioni di grave vulnerabilità. Sono persone che abitano spazi che li espongono ancor più a pericoli e violenze, e che sono mantenute ai margini della società civile, fuori dal campo visivo dei politici, fin quando non si parla di degrado nei quartieri e di riqualifica del territorio.

Dal rapporto emerge che la zona tra il Cimitero monumentale del Verano e la stazione Tiburtina, è una zona che non sembra rientrare nel raggio di attenzione delle istituzioni, e le persone che transitano in questi luoghi spesso vengono in contatto solo con organizzazioni non governative.

Nell’assenza di informazioni chiare e di un supporto strutturato e coerente da parte delle istituzioni, viene a crearsi una conoscenza molto vaga e confusa del quadro legale sulla migrazione in Europa ed in Italia, sui pericoli che continuano a ostacolare il viaggio anche una volta nell’UE, o sui diritti che può rivendicare chi si sposta in questi territori.

Le persone che abitano l’edificio occupato su via Collatina sono in Italia da più di tre anni, ma continuano ad avere seri problemi con l’inclusione sociale. “E’ necessario lavorare su progetti individualizzati, su percorsi individuali di integrazione socio lavorativa” afferma Peca.

Clinica mobile di MEDU presso lo stabile occupato in via Collatina. (Foto Odino Vignali)

A Collatina “ci sono 30 nuclei familiari, con figli minori nati in Italia”, che continuano ad essere esclusi dal tessuto sociale italiano sulla base della nazionalità dei loro genitori, e che vivono in un’identità ibrida su cui si fonda la loro esclusione.

La maggior parte delle persone che abitano negli insediamenti informali a Roma sono iscritte al servizio base di sanità, “ma solo il 30% usufruisce di un medico base, (…) sono persone che vanno in pronto soccorso, ma che non sono consapevoli delle possibilità di presa in carico continuativa da parte della medicina del territorio” e degli altri servizi disponibili attraverso il Sistema Sanitario Nazionale.

Alla stazione Termini la popolazione è molto eterogenea, ci sono persone con problemi di dipendenza, con disagi psichici, richiedenti asilo, e persone uscite dal sistema di accoglienza in condizioni di estrema vulnerabilità. Tuttavia, la presenza di molte organizzazioni non governative nelle vicinanze della stazione aiuta ad alleviare le gravi condizioni socio sanitarie che la caratterizzano.

Le popolazioni ai margini, sono le ultime a essere raggiunte dalle priorità della politica e dalle istituzioni, e spesso le politiche di sgomberi forzati sono messe in atto senza provvedere a delle soluzioni alternative, aggravando ulteriormente la situazione e marginalizzando sempre più questi gruppi di persone che sono già fragili”.

Nelle conclusioni, il rapporto di MEDU ribadisce l’importanza e la necessità di mutare l’approccio ed il linguaggio, e di parlare di “di gruppi umani al margine”, e non di popolazioni difficili da raggiungere. Ma suggerisce anche al governo italiano, al comune di Roma e alle autorità sanitarie, dei passi concreti per migliorare l’accesso ai diritti fondamentali da parte delle persone che abitano questi spazi.

MEDU indica anche la necessità di cambiare l’approccio politico ed istituzionale verso queste comunità, e di facilitare la loro inclusione nel tessuto sociale attraverso il rafforzamento del dialogo, oltre che ridurre le barriere burocratiche ed amministrative che ostacolano l’effettività dei loro diritti.

C’è bisogno di una governance sull’accoglienza, un investimento di risorse e la volontà politica di raggiungere queste persone che sono a torto definite difficili da raggiungere.

Operatori sanitari di MEDU svolgono attività di orientamento socio sanitario presso l’insediamento informale di Piazzale Spadolini, Stazione Tiburtina (Foto Odino Vignali)
  1. «Margini. Rapporto sulle condizioni socio-sanitarie di migranti e rifugiati negli insediamenti informali della città di Roma»
  2. Nella periferia est della città, ospita circa 450 persone, per lo più eritree o etiopi di età media tra i 30 e i 50 anni titolari di protezione internazionale
  3. Nel centro della città, ospita circa 800 persone con una bassa percentuale di richiedenti asilo e rifugiati

Leone Palmeri

Sono un antropologo basato in centro Italia, specializzato in diritti umani agricoltura e migrazione, con esperienze in organizzazioni internazionali, le nazioni unite e con organizzazioni non governative locali che lavorano sulle intersezioni tra migrazione ambientalismo ed agricoltura. Sono madrelingua inglese ed italiano, amo viaggiare, e nel mio tempo libero scrivo articoli sui contesti migratori che mi circondano.