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L’imprenditorialità come competenza per l’integrazione sociale e lavorativa degli immigrati

Tesi di laurea magistrale di Camilla Fogli

Papers, una rubrica di Melting Pot per la condivisione di tesi di laurea, ricerche e studi.
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Università degli Studi di Torino
Dipartimento di Culture, Politica e Società
Corso di laurea in Comunicazione Pubblica e Politica

L’imprenditorialità come competenza per l’integrazione sociale e lavorativa degli immigrati
Orientamento, formazione e incubazione d’impresa: analisi del contesto italiano

Camilla Fogli (Anno Accademico 2017/2018)

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Introduzione

Alla maggior parte degli studenti vengono ancora assegnati temi come “I turchi a Berlino, “I berberi a Parigi”, I sikh a New York”. Si concentra l’attenzione, insomma, su una minoranza etnica o religiosa come se tutti potessero sapere in anticipo come questa minoranza è definita e quali processi avvengano all’interno e quali all’esterno di quella presunta comunità. Abbiamo creato in effetti una piccola isola; studiamo quest’isola, e di solito concludiamo che l’isola è per tanti versi un’isola. Che noia. (Baumann, 2003, p. 151)

Parlare di migrazioni, oggi più che mai, può risultare un compito arduo e a tratti rischioso. Per quanto uno si impegni ad analizzare e approfondire le infinite sfaccettature che presenta questo fenomeno, la ricerca continua ad aprire nuovi orizzonti, dubbi e riflessioni, senza mai arrivare a conclusioni certe. A ciò si aggiunge poi il fatto che, in generale, la narrativa sulle migrazioni, soprattutto per quanto riguarda i flussi in entrata – i.e. l’immigrazione – è in Italia e in Europa sempre più spesso caratterizzata da una carica emotiva, di chi scrive, di chi legge, di che ne parla. Si tratta di un fenomeno che riguarda tutti noi ed è spesso difficile trattare l’argomento in modo scientifico e neutrale. Inoltre, nell’analizzare la controversa questione migratoria, si possono adottare infinite prospettive e approcci; gli stessi Migration Studies sono un campo interdisciplinare in continua evoluzione, che si basa su studi di antropologia, storia, economia, giurisprudenza, sociologia.

Il presente lavoro intende inserirsi in quel filone di studi che osserva e analizza la questione dal punto di vista economico e lavorativo. Volendo affrontare quelle che sono le dinamiche di inserimento degli immigrati nei sistemi economici e nei mercati del lavoro delle società ospitanti, emerge con chiarezza come la figura centrale dei fenomeni migratori sia stata – e rimanga tuttora – quella del “lavoratore che attraversa le frontiere per cercare lavoro all’estero” (Ambrosini, 2005, p.57). È indiscutibile il fatto che le condizioni economiche e lavorative abbiano storicamente costituito le principali cause di partenza dai paesi di emigrazione: esiste tra immigrazione e lavoro un legame indissolubile, con la conseguenza che la figura dell’immigrato, nella legislazione e nella prassi amministrativa così come nell’opinione comune dei paesi riceventi, viene difatti identificato con la figura del lavoratore (Ambrosini, 2005).

La natura dei flussi, le modalità di insediamento, le relazioni che si instaurano con il contesto locale di accoglienza sono fortemente condizionate dalle caratteristiche che assume l’inserimento lavorativo degli stranieri. Il lavoro, infatti, rappresenta un aspetto fondamentale dell’integrazione ed è considerato il principale punto di contatto e confronto tra il mondo degli immigrati e quello dei cittadini. Esso non è solo il mezzo con cui gli immigrati traggono le risorse materiali per vivere, ma va associato anche ad altre dimensioni centrali della loro esistenza: è uno spazio di socializzazione e integrazione, di apprendimento, di costruzione di ruoli, status e legami sociali, un mezzo di realizzazione umana. L’inserimento professionale non è solo il risultato dell’accesso al mercato del lavoro, ma fa parte del più ampio insieme di condizioni materiali necessarie ad un individuo per integrarsi in un nuovo sistema. Un inserimento lavorativo virtuoso, che tenga in considerazioni le reali capacità, esperienze e aspirazioni dei lavoratori stranieri, può quindi portare ad un miglioramento anche di altre risorse più attinenti alla sfera sociale, come ad esempio la casa, la famiglia, la formazione.

L’avvio di un’impresa o di un’attività autonoma rappresenta uno degli sbocchi occupazionali non secondari per gli immigrati. Come molti studi evidenziano, la scelta del lavoro autonomo da parte degli immigrati va interpretata più in generale in termini di una risposta reattiva alle difficoltà di inserimento sociale, soprattutto laddove le società d’arrivo risultino caratterizzate da discriminazioni nei loro confronti. Tale impostazione sembra essere quanto mai vera nel caso italiano, se si tiene conto delle vulnerabilità sociali degli immigrati (Reyneri, 2007).
Negli ultimi decenni del XX secolo, il lavoro autonomo per migranti e minoranze etniche è diventato ancora più importante in quanto, da un lato, i flussi migratori sono aumentati e, dall’altro, sono state ampliate le opportunità per le piccole imprese.

È un dato di fatto che i migranti contribuiscono alla crescita economica dei paesi di accoglienza, sia come dipendenti sia come imprenditori, in molti modi, come l’introduzione di nuove competenze e capacità, l’aumento della manodopera e la creazione di nuove imprese. Questo contributo alla crescita delle attività imprenditoriali e alla creazione di occupazione nei paesi europei è aumentato negli ultimi decenni, sia in termini qualitativi che quantitativi.
A livello statistico, risulta evidente il rapporto che lega migrazione e imprenditoria. L’Organizzazione internazionale per la cooperazione e lo sviluppo economico (OECD) in uno dei suoi rapporti annuali, ha rilevato come, a livello generale in tutta Europa, il tasso di avvio di attività in proprio risulti maggiore tra la popolazione immigrata rispetto a quella nativa (OECD, 2010). Sempre l’OECD, nel Rapporto “Entrepreneurship and Migrants”, rileva come in generale i migranti abbiano uno spirito più imprenditoriale rispetto alla popolazione indigena, rappresentando così un importante bacino di potenziali imprenditori in Europa (OECD, 2010).

Inoltre, nella maggior parte dei paesi europei, i migranti sono più inclini a impegnarsi in attività imprenditoriali rispetto ai nativi. La stessa Commissione Europea, nel suo Entrepreneurship 2020 Action Plan 1, attribuisce agli imprenditori immigrati un importante ruolo per il rilancio economico-produttivo dell’Unione Europea, riconoscendo che gli immigrati risultano avere una maggiore propensione alla costruzione di nuove imprese e sottolineando la rilevanza del loro contributo per il sistema imprenditoriale europeo (Fondazione Leone Moressa, 2017).
Dunque, nonostante le difficoltà che i migranti incontrano nell’avviare un’impresa – oltre a quelli che, in generale, incontrano nel loro processo di integrazione in un nuovo paese – diversi studi dimostrano che hanno l’atteggiamento giusto o una mentalità appropriata per avviare un’impresa.

Gli imprenditori con un background migratorio sono in grado di distinguersi per la loro capacità di offrire servizi completamente innovativi e creare posti di lavoro sia per altri immigrati che per i lavoratori locali, fungendo da ponte tra mercati locali e globali. La crescita in campo imprenditoriale favorisce l’opportunità di integrazione dei migranti, aumenta la fiducia tra loro e promuove una coesione sociale, contribuendo alla rivitalizzazione dei centri urbani (Gnetti, 2014). Grazie ai loro legami transnazionali, gli imprenditori migranti possono anche contribuire all’espansione degli scambi tra i paesi di arrivo e i paesi di origine. Molti migranti e persone appartenenti a minoranze offrono importanti beni sociali, culturali ed economici, oltre alle reti transnazionali, come le abilità linguistiche e la consapevolezza multiculturale, che sono sempre più importanti in un mondo globalizzato.

Considerando poi alcuni trend demografici che caratterizzano non solo l’Italia ma tutti i paesi europei, primo tra tutti l’invecchiamento demografico europeo rispetto ai più alti tassi di crescita registrati tra le comunità di immigrati, il contributo dei giovani stranieri e delle minoranze aumenterà sempre di più. Ciò viene ad esempio confermato, per quanto riguarda il contesto italiano, dai dati in possesso di Infocamere, che confermano come la crescita della componente straniera nel tessuto imprenditoriale in Italia abbia assunto dimensioni davvero rilevanti. Per fare un confronto, nel 2011 gli stranieri iscritti nei registri delle imprese delle Camere di commercio italiane quali titolari e soci d’impresa risultavano essere circa 400.000, nel 2017 le imprese guidate da immigrati sono quasi 590.000, pari al 9,6% del totale di imprese attive in Italia. Dunque, guardando agli ultimi sette anni, il fenomeno dell’imprenditoria straniera si conferma uno dei motori che mantengono in equilibrio il sistema imprenditoriale nazionale.

Alla luce di tutto ciò, appare dunque evidente come garantire l’integrazione e il successo degli immigrati nel mercato del lavoro e nel tessuto imprenditoriale nazionale, supportandoli nella realizzazione del proprio potenziale e aspirazioni, sia un elemento fondamentale per uno sviluppo economico sostenibile e per la creazione di una società multiculturale e inclusiva.

Il tale contesto, il presente lavoro si propone dunque di offrire un ulteriore contributo alla comprensione di alcune dinamiche che legano la competenza dell’imprenditorialità – e gli strumenti che la supportano – ai processi di integrazione socio-economica dei migranti in Italia e all’analisi della varietà dei modelli e iniziative sviluppate in tale direzione. Questo obiettivo è stato perseguito ponendo un particolare accento su gli strumenti e approcci di formazione professionale e imprenditoriale, sul ruolo dell’orientamento e delle pratiche di mentoring, sulla rete di servizi attualmente disponibili in Italia e sulla costituzione di un ecosistema italiano intorno a tali tematiche.

Per quanto riguarda la struttura, il lavoro si divide in due parti distinte: una prima parte teorica e una seconda parte di ricerca empirica.

I primi quattro capitoli andranno quindi ad analizzare il tema da un punto di vista teorico, tramite un’approfondita revisione della letteratura sull’imprenditorialità dei migranti e lo sviluppo delle capacità imprenditoriali in un contesto migratorio, congiuntamente a un’analisi dei dati, statistici e non, riguardanti i flussi migratori e il mercato del lavoro immigrato in Italia.

Gli ultimi tre capitoli sono invece dedicati a descrivere la parte di ricerca empirica svolta negli ultimi mesi. In particolare, dopo aver illustrato la metodologia utilizzata, vengono presentate due analisi parallele. Una prima legata ad un progetto specifico, selezionato come caso studio e studiato in modo approfondito – scelto tra una lista di progetti e iniziative precedentemente selezionati in quanto ritenuto particolarmente rilevante per l’utilizzo di processi e strumenti innovativi – e una seconda inerente invece all’indagine del contesto italiano, tramite lo studio di altri progetti, iniziative e interviste a diversi esperti e operatori del settore.

Bibliografia

  1. Nel 2013 la Commissione Europea ha presentato un piano d’azione a sostegno degli imprenditori. Il piano si basa su tre pilastri, con azioni da sviluppare ad ogni livello, europeo e nazionale: a) educazione all’essere imprenditori; b) rimozione delle barriere che frenano le imprese; c) migliori opportunità per donne, giovani, senior e immigrati.