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Pratiche di resistenza e approcci postcoloniali

Recensione del libro «Razzismi contemporanei. Le prospettive della sociologia» di Annalisa Frisina

Photo credit: Dario Fichera

«L’antirazzismo non può ridursi a un impegno morale o pedagogico, ma necessariamente passa per la lotta politica» scrive Annalisa Frisina nel suo libro «Razzismi contemporanei. Le prospettive della sociologia» (Carocci editore).

Professoressa associata all’Università di Padova, dove insegna Visual research e Sociologia del razzismo, Annalisa Frisina porta in questo volume alla luce i meccanismi complessi alla base dei processi di razzializzazione. Lo fa con un linguaggio chiaro ed inclusivo, che rende il suo libro una preziosa risorsa, non soltanto per gli/le studiosi/e, ma per chiunque sia interessato ai fenomeni dei razzismi contemporanei.

Partendo dai pionieri della sociologia del razzismo, Weber, Du Bois, Anna Julia Cooper, Adorno, l’autrice ripercorre con sguardo critico gli studi già compiuti in materia di razza e relazioni razziali. Particolare attenzione è dedicata al lavoro di W.E.B. Du Bois e al suo concetto di “doppia coscienza”. Chi sperimenta sul proprio corpo le gerarchie di potere della classe dominante bianca, si ritrova, secondo Du Bois, a vivere in uno stato di doppia coscienza, che si traduce in un tentativo utopico di superare il dilemma del dover essere per forza “africano“ o “americano“. La senti sempre la tua duplicità – un americano, un “nero”; due anime, due pensieri, due lotte non conciliate (Du Bois, 2004).

Nel suo instancabile lavoro di lotta politica, Du Bois, cercò sempre di esaminare e comprendere le interconnessioni tra classe e “razza“. Egli propose e sostenne una radicale e complessiva riforma economica, rifiutando il mito dell’autoregolazione del mercato mondiale e del lavoro come merce di scambio.

Gli studi e il lavoro di Du Bois hanno costituito una solida base per i futuri sviluppi degli studi sulla sociologia del razzismo. Oggi, infatti, un discorso intorno alla “razza” risulta imprescindibile dalle categorie di genere e classe. Tenere in considerazione tutte le strutture di oppressione è essenziale ai fini di una lotta politica comune, in grado di liberare tutte e tutti dallo sfruttamento e dalla discriminazione prodotti dal sistema dominante.

Lo spostamento dell’attenzione dai soggetti razzializzati ai razzializzatori, dunque coloro che mettono in atto i processi di razzializzazione, risulta in tal senso profondamente illuminante, e soprattutto, necessario. Soltanto, infatti, comprendendo il razzismo in quanto il prodotto di un complesso sistema di distribuzione di potere e privilegi, è possibile agirne alla radice. Come sottolinea Annalisa Frisina, il razzismo ci riguarda tutte e tutti, qui ed ora.

 Come sostenevano le attiviste del Combahee Riveer Collective: «ci siamo rese conto che la liberazione di tutti i popoli oppressi necessita della distruzione del sistema politico-economico capitalista, così come del patriarcato. Siamo socialiste perché crediamo che il lavoro debba essere organizzato per il beneficio collettivo di coloro che fanno il lavoro e creano i prodotti, non per il profitto dei datori del lavoro. Le risorse materiali vanno distribuite equamente tra coloro che creano queste risorse. Ad ogni modo, non siamo convinte che una rivoluzione socialista che non sia anche femminista e antirazzista garantirà la nostra liberazione» (p.62).

I processi di razzializzazione sono, dunque, strumenti di controllo del sistema economico imperialista occidentale. Capitalismo e razzismo convivono all’unisono. Impossibile immaginare l’uno senza l’altro. Ecco perchè una lotta antirazzista non può che passare necessariamente attraverso la lotta di classe.

Il sistema capitalista, oggi, cela dentro di sé i meccanismi e la logica del nostro passato coloniale. La globalizzazione ha normalizzato gli schemi riproduttivi del colonialismo e li ha resi necessari e indispensabili alla sopravvivenza del nostro sistema economico. Il colonialismo è dunque ancora qui, con una faccia nuova, più moderna e subdola, ma altrettanto spietato e violento, come ai suoi albori.

Dunque, che fare? In un’Europa che non ha mai fatto i conti con il proprio passato coloniale e le cui politiche migratorie sono la concreta conseguenza di tale fallimento, emerge con urgenza la necessità di una prospettiva post – e de-coloniale. Questo significa accettare il proprio fallimento e rielaborare in termini di restituzioni e giustizia sociale, significa decolonizzare l’immaginario collettivo e gli spazi antirazzisti, che riproducono la logica coloniale attraverso discorsi paternalistici e strutture gerarchiche.

È questo quanto descrive e sostiene Annalisa Frisina nel suo libro. Un libro che, fornendoci importanti strumenti di base per il riconoscimento e l’analisi dei processi di razzializzazione contemporanei e, offrendo esempi concreti di resistenza e pratiche di contro-razzializzazione, ci mostra la strada dell’azione possibile per un cambiamento sociale radicale. E soprattutto, ci ricorda che quella antirazzista è una lotta politica quotidiana e costante.

Ringraziamo per la gentile concessione l’editore e l’autrice.

Liliya Chorna

Nata in Ucraina, cresciuta nel Sud Italia, da anni vivo in Germania, dove lavoro a diversi progetti nel campo della migrazione. Nel 2020 ho conseguito a Napoli la laurea in Comunicazione interculturale in area euro mediterranea con una tesi in Tutela internazionale dei migranti. Guardare alle migrazioni da diverse angolature, in particolare dalla prospettiva post coloniale, mi offre lo spazio per pensare e lavorare ad una collettività più giusta e solidale. Per me l'impossibile è reale.