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Donne ucraine in Italia: voci di chi sta per partire e di chi aspetta i propri cari

Chi torna in patria per combattere, chi si rifugia nei bunker, chi varca il confine: vite distrutte dalla guerra

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Ho capito cos’è la guerra quando scorsi l’espressione di mia Nonna il 5 febbraio 1994, quando un colpo di mortaio esplose nel centro del mercato di Sarajevo massacrando 68 persone e ferendone 144. Era l’assedio di Sarajevo, il più lungo della storia bellica post Seconda Guerra Mondiale: durò quattro anni, dall’aprile 1992 al febbraio 1996.

Quello sguardo di quegli occhi blu come l’oceano, fissi davanti al telegiornale, improvvisamente incolori e spenti mi fece capire ad appena quattro anni che la guerra era un massacro di corpi, di cuori, di speranze e uno stupro dell’anima.

Mia Nonna a Sarajevo c’era nata e cresciuta. E non sarebbe più tornata. E io l’espressione del suo volto quel pomeriggio la ricordo nitidamente a distanza di ventotto anni.

Sarajevo non sarebbe più tornata come prima, «ci sono e ci saranno sempre i segni della guerra», mi ripeteva. Ed era vero. Dieci anni dopo il conflitto la capitale della Bosnia mostrava cicatrici ben visibili: i muri delle città erano graffiati dalle migliaia di pallottole sparate, la torre accanto al quotidiano Oslobodenje un cumulo di macerie di cemento e ferro, i palazzi ancora anneriti, le lapidi in mezzo le abitazioni con la data del decesso tra il 1992 ed il 1996.

La guerra aveva sventrato il presente ed amputato il futuro di migliaia e migliaia di persone.

Ho pensato a questo quando giovedì scorso, il 24 febbraio, il mio telefono ha cominciato a squillare dalle sette di mattina all’impazzata: la prima chiamata è stata di una donna ucraina che lavora faticosamente in Italia, facendo come si suol dire uno di quei lavori che noi italiani non vogliamo più fare.

«Hanno invaso l’Ucraina, i russi hanno invaso l’Ucraina» mi ha detto con un filo di voce, drammaticamente agitata.

M. nel suo Paese non sarebbe voluta tornare, ma era comunque una scelta modificabile nel corso del tempo: magari avrebbe cambiato idea dopo un paio di mesi o di anni. Adesso da scelta è diventata obbligo: non potrà più tornare ad Odesa.

Ha un figlio piccolo con sé, in Italia. Ne ha due in Ucraina. Entrambi hanno moglie e figli, entrambi nell’esercito, entrambi da una settimana in guerra. In una chiamata di ieri mi racconta che le donne e i bambini non sono riuscite a lasciare la città ed a spostarsi: sono rintanate nei bunker di fortuna per sfuggire alle esplosioni causate dai grappoli di bombe che Mosca sgancia a ripetizione. «Del mio figlio maggiore ho notizie confortanti, l’ho sentito ieri e sta bene. Del più piccolo non ho notizie da ieri, sono disperata» mi dice.

Le nuore tenteranno di spostarsi probabilmente, in treno o in bus e se necessario anche a piedi, anche se a quest’ultima opzione non crede neanche lei. La speranza cede disperatamente alla realtà dei fatti: intrappolati come topi.

Photo credit: Emanuela Zampa. In attesa del treno a Przemyśl – Polonia, a pochi chilometri dal confine con l’Ucraina

E. è invece in Italia da quindici anni: parla italiano fluente e si sente italiana. Ma da una settimana le sue radici parlano la lingua della paura: «La mia famiglia abita a Kiev, al di là del fiume Dnepr ed oltre la diga. Qui non riusciranno ad arrivare, ma abbiamo paura. Molta paura. Si fermeranno al Donbass. Devono fermarsi».

La guerra per lei sembrava un’opzione praticamente impossibile: era tornata in patria neanche un mese fa e si era fermata una settimana. Penso stia pensando di continuo a cosa sarebbe successo se il conflitto fosse esploso quattro settimane prima e lei sarebbe rimasta bloccata. Forse le Olimpiadi invernali le hanno salvato la vita.

A Kiev ha una sorella e un fratello con rispettivi coniugi e figli: la più piccola ha appena dieci mesi.

La speranza che il conflitto si tenga lontano da Kiev si affievolisce neanche 72 ore dopo, quando la sua voce diventa terrorizzata e mi dice che un bombardamento dell’aviazione militare russa ha sventrato il palazzo di fronte a quello dove abita la sua famiglia di origine.

Mi racconta che sono riusciti ad attraversare il confine e ad arrivare nei pressi della Romania: uno degli uomini è rimasto in patria a combattere, l’altro è sfuggito alla legge marziale per cui gli uomini tra i 18 e i 60 anni sono obbligati a restare a combattere. Mi dice «ha attraversato il confine».

«Andranno in Polonia, vogliono tornare in Ucraina una volta finita la guerra. Lì hanno la loro vita, il loro lavoro».

Cerca di non pensare che forse in Ucraina non torneranno più, la negazione per la speranza.

F. abita anche lei in Italia, il suo nucleo è da un paio di anni qui: «Mio marito ha i genitori in Ucraina, si sente ucraino, manda le rimesse alla famiglia. Il mio Paese campa con le rimesse degli ucraini che vivono all’estero. E’ tornato in patria per combattere contro gli invasori: non ho potuto fermarlo, ci ho provato, ma non ho potuto. Amo profondamente il mio uomo, e proprio perché lo amo non posso permettere che abbia sulla coscienza di aver lasciato i suoi genitori ed il suo Paese in mano agli invasori».

Il marito di F. ha 32 anni. Ho i brividi lungo la schiena. Ha la mia stessa età: sta andando a morire.

A. ha ventisette anni, vive in Italia da cinque anni, ha la protezione internazionale e non aveva nessuna intenzione di tornare in Patria: «Non potevo tornarci prima, non ci tornerò adesso. La mia famiglia è in Ucraina: i miei tre fratelli sono al fronte, so che non li rivedrò mai più: spero mia madre possa rivederne almeno uno. Io non torno a combattere, la mia vita è qui: lavoro come bracciante e quando posso faccio riparazioni di oggetti informatici. Amo il mio Paese, ma non ho il coraggio di andare al fronte».

Mentre la Russia manda una colonna di sessanta chilometri di carri armati, le borse occidentali crollano: da Milano a Francoforte, da Parigi a Londra. Il rublo russo perde il 30%, New York mostra cedimenti. Le aziende di armamenti vedono i loro titoli schizzare: i signori della guerra guadagnano, i poveri Cristi crepano.

Nel frattempo mi scrivono da Sighetu, in Romania, dove i profughi ucraini (quelli fortunati tra gli sfortunati) arrivano: mi passano su WhatsApp delle foto scattate durante la notte. Scorgo un bambino dentro un carrellino per la spesa, un altro piccolo con un draghetto arancione saldo nelle mani, quasi sperando che possa salvarlo dai militari. E poi un bambino piegato, col giubbino blu ed una sciarpa rossa.

Vite sventrare. Infanzia violata.

Pietro Giovanni Panico

Laureato in Scienze Politiche presso l'Università della Calabria e consulente legale specializzato in protezione internazionale.
Sono appassionato di diritto e cooperazione internazionale.
Ho collaborato con svariate testate giornalistiche online sui temi dei diritti umani e immigrazione.