Photo credit: Michał Mitoraj (stazione ferroviaria est di Varsavia, 26 febbraio 2022)
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L’informazione differenziale della copertura mediatica sulla crisi ucraina

L’Associazione dei giornalisti arabi e mediorientali (AMEJA) denuncia l'uso di espressioni razziste

Febbraio 2022 – L’Associazione dei giornalisti arabi e mediorientali (AMEJA) invita tutte le testate giornalistiche a essere consapevoli dei pregiudizi impliciti ed espliciti con cui si tratta la guerra in Ucraina. Solo negli ultimi giorni possiamo segnalare espressioni razziste che attribuiscono maggiore importanza ad alcune vittime di guerra rispetto ad altre.

Il 26 febbraio, durante un servizio della CBS News, il corrispondente Charlie D’Agata ha commentato: «Ma questo non è un posto, con tutto il rispetto, come l’Iraq o l’Afghanistan, con conflitti che sono durati per decenni. Questo è un luogo relativamente civile, relativamente europeo – devo scegliere con attenzione queste parole – dove non te lo aspetteresti, o spereresti che non accadrà».

Daniel Hannan, del Telegraph ha scritto: «Sembrano così simili a noi. Questo è ciò che rende tutto così scioccante. La guerra non è più qualcosa che colpisce popolazioni povere e remote. Può capitare a chiunque».

Il conduttore inglese di Al Jazeera Peter Dobbie ha dichiarato: «Ciò che è interessante è che, solo guardandoli, il modo in cui sono vestiti, sono prospere – sono riluttante a usare l’espressione – persone della classe media. Questi non sono ovviamente rifugiati che cercano di allontanarsi da aree del Medio Oriente che si trovano ancora in un grave stato di guerra. Queste non sono persone che cercano di allontanarsi dalle aree del Nord Africa. Assomigliano a una qualsiasi famiglia europea che potrebbe essere tua vicina di casa».

«Qui non stiamo parlando di siriani in fuga dai bombardamenti del regime sostenuto da Putin, stiamo parlando di europei che partono in auto che assomigliano alle nostre per salvare le loro vite», ha riferito Philippe Corbé, BFM TV.

AMEJA condanna e respinge categoricamente le implicazioni orientaliste e razziste secondo cui una popolazione o paese può essere considerato “incivile” o caratterizzato da fattori economici che lo rendono degno di essere luogo di conflitto. Questo tipo di commenti riflette la mentalità diffusa nel giornalismo occidentale di normalizzare la tragedia in parti del mondo come il Medio Oriente, l’Africa, l’Asia meridionale e l’America latina. Ciò disumanizza l’esperienza di guerra in questi paesi, rendendola in qualche modo normale e prevedibile.

Le redazioni non devono fare paragoni che appesantiscono o giustificano un conflitto rispetto ad un altro: le vittime civili e i trasferimenti forzati che avvengono in altri paesi sono ripugnanti come lo sono in Ucraina.

AMEJA esprime piena solidarietà con tutti i civili sotto attacco militare in qualsiasi parte del mondo, e deplora la diversità del trattamento mediatico in un paese rispetto ad un altro. Non solo tale informazione differenziale può decontestualizzare i conflitti, ma contribuisce alla cancellazione delle popolazioni di tutto il mondo che continuano a subire occupazioni violente ed aggressioni.

Al fine di prevenire tali pregiudizi espliciti, chiediamo alle redazioni di formare i corrispondenti sulle sfumature culturali e politiche delle regioni delle quali stanno parlando, e di non fare affidamento su pregiudizi americani o eurocentrici. Paragoni falsi ed imprecisi finiscono solo per creare stereotipi e fuorviare gli spettatori, perpetuando risposte pregiudizievoli alle crisi politiche e umanitarie.