La copertina di Disgrazia!
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Macaroni: ovvero i migranti italiani a Grenoble

«Disgrazia!», un fumetto di Coline Picaud ci porta a scoprire storie di razzismo anti-italiano che parla della nostra quotidianità

Quando dico che sono italiana, qui a Grenoble, le persone che incontro mi guardano con affetto. La curiosità della bibliotecaria quando vede la mia carta d’identità così grande e di carta, la boulangère che si complimenta per il moi accento leggero, gli amici che invece scherzano sulla mia pronuncia di alcune parole con la U. Nessuno mi hai mai incolpata di «rubare il lavoro» a qualcuno: lavoro con persone migranti dalle vite difficili, diciamocelo, sono pochi a invidiarmi.

Invece negli anni ‘30 la vita di una migrante italiana a Grenoble era un inferno. Tra il 1921 e il 1930 più di un milione di italiani hanno lasciato il Bel Paese per approdare ovunque nel mondo più ricco, a cercare fortuna. C’era anche chi sentiva che la situazione politica stava degenerando, e scappava da quello che sarebbe diventato il fascismo.

Il fumetto Disgrazia! di Coline Picaud (Edizioni Le Monde A L’envers), titolo volutamente in italiano, parla di Grenoble, dove i migranti italiani degli anni ‘20 venivano principalmente da due città: Corato, in Puglia e Sommatino, in Sicilia. La sua famiglia è di origini siciliane e un disegno dopo l’altro ci racconta la storia dei lavoratori nelle miniere siciliane di zolfo, che entravano nel tunnel con il «polpo alla gola» e quando ne uscivano sfogavano le loro frustrazioni su mogli silenziose.

Ci racconta dei matrimoni, di mafia, dei sogni infranti una volta entrati nelle fabbriche di guanti a Grenoble. Orari impossibili e quella pelle delle mani che la sera si staccava, bruciata dalle sostanze chimiche con cui la pelle era trattata. A Grenoble, dove ora c’è un liceo, un centro storico, un quartiere popolare, c’erano le fabbriche di guanti, tessuti, bottoni e quant’altro. C’era anche il comunismo in quelle fabbriche, e Calogera, una vita di stenti, partecipava agli scioperi, le lotte sociali e si batteva durante le occupazioni delle fabbriche contro i padroni. Ha rinunciato alla fede, si dichiarava atea. Immaginate l’importanza di questa presa di posizione, operaia, donna, per una siciliana negli anni ‘30.

Ma di questa storia, ciò che mi colpisce di più è la pagina 83, Capitolo Quinto intitolato «Sales Macars»: sporchi maccheroni. Italiani vittime di razzismo quotidiano, istituzionale, vittime di violenze e di esclusione sociale. Il razzismo contro gli italiani comincia alla fine del diciannovesime secolo. Oggi non ce n’è più traccia: i discendenti di questi primi migranti sono tutti francesi, e noi, giovani, siamo studenti erasmus, lavoratori e lavoratrici, compagne e compagni, e soprattutto ingegneri.e (che è un po’ l’attività principale della Silicon Valley francese). Ma per decenni, italiani e italiane sono stati chiamati «sporchi, pulciosi», Maccheroni che ci rubano il lavoro. «Gli italiani fanno troppi figli» era scritto sui muri. Erano anche considerati pericolosi anarchici a causa dell’omicidio di un contabile da parte di Sacco e Vanzetti, negli Stati Uniti.

Oggi di tutto questo odio resta una parola «Rital», che è il nomignolo dispregiativo per designare gli italiani. Lo si usa per scherzare, soprattutto quando c’è l’Italia che gioca sul grande schermo del pub. Oggi «Rital» detto con disprezzo è stato rimpiazzato da «Rebeu» (Arabo) o «bougnoule» (sempre arabo) accompagnati dall’aggettivo «sale», che vuol dire sporco. La colonizzazione francese ha portato con sè tutta una lista di insulti che non riporterò qui, ma che vengono mobilizzati principalmente dagli adepti del Rassemblement (ex Front National) e chi potete trovare ancora più a destra di loro.

La storia si ripete, sempre uguale, cambiano i protagonisti, gli stessi discendenti di quegli italiani sono oggi pronti a denunciare l’altro dei peggiori crimini e soprusi. Con una punta di amarezza si conclude quindi questo fumetto biografico, ricco di ricerche approfondite e che parla un po’, anzi molto, della nostra storia.

Linda Bergamo

Una grande passione per l’Afghanistan mi ha portato a far parte dell'Associazione Cisda ONLUS in sostegno alla Revolutionary Association of the Women of Afghanistan (RAWA).
In parallelo a un Dottorato di ricerca all’Università di Grenoble, lavoro come operatrice sociale con le vittime di tratta degli esseri umani per sfruttamento sessuale.