Migranti tornano dal lavoro nel ragusano
Il ritorno dal lavoro nel ragusano
/

Migrazione e sicurezza, lavoro e diseguaglianza

Riflessioni dal XXVII rapporto della Fondazione ISMU

Start

A Febbraio 2022 è stato pubblicato il ventisettesimo rapporto sulle migrazioni della Fondazione ISMU 1, presentato con un incontro alla Camera del Commercio di Milano Monza Brianza Lodi 2. Il lavoro riguarda i risultati di numerose ricerche e riflessioni inerenti al fenomeno migratorio nell’anno 2021, marcato inevitabilmente dalla crisi pandemica.

Il rapporto si costituisce di cinque sezioni che affrontano tematiche diverse e ricostruiscono la complessità della migrazione non unicamente sul livello statale ma anche europeo. Successivamente a una prima parte dedicata principalmente ai risultati di alcune ricerche statistiche e un approfondimento rispetto al quadro normativo della migrazione europea, vengono presentate le analisi delle condizioni di vita della popolazione immigrata in Italia – con focus su salute, lavoro e sulla percezione su quest’ultima da parte degli italiani. Il rapporto prosegue dunque presentando diversi lavori inerenti alla tematica degli orientamenti europei, per concludere infine con approfondimenti legati a temi più disparati: dalle possibilità di misure alternative alla detenzione, alla situazione dei minori non accompagnati in Italia.

Sarebbe impossibile ricostruire la complessità o totalità delle tematiche affrontate nel lavoro; tuttavia, è possibile rintracciare un fil rouge che, seppur non sempre manifesto, contribuisce a dare un senso ai risultati delle diverse ricerche che il rapporto presenta. Tale elemento di comunanza è in realtà un’idea di base che caratterizza l’approccio alla migrazione in Europa, e che si riflette nelle pratiche e nelle politiche di gestione della stessa anche a livello statale e locale, e nella percezione della popolazione italiana rispetto al fenomeno.

Si tratta del discorso circa la necessità di securitizzare le frontiere, legato e rafforzato da quello della crisi umanitaria, dell’emergenza, in un rapporto binomico funzionale al mantenimento di uno status quo per il quale la migrazione permane quel fenomeno d’eccezione che, come tale, deve essere gestito. Da questo punto di vista, l’accrescimento dal 2016 della dotazione finanziaria di Frontex, ad esempio, risulta coerente: se la migrazione è emergenza, allora così devono essere le politiche che la gestiscono, necessarie a proteggere lo spazio geopolitico dell’Unione.

Numerosi sono gli studi, tra cui anche quelli del rapporto ISMU, che suggeriscono una visione che si allontana da quella proposta al grande pubblico e che, ribaltandola, guarda alla narrazione della crisi migratoria come maschera per la crisi della sovranità dell’Unione Europea. Nell’evento di presentazione della Fondazione, Vincenzo Cesareo, segretario generale della Fondazione, ricorda la difficoltà da parte dell’Unione di gestire il flusso di persone a partire dalla consapevolezza delle diverse e contrastanti posizioni dei singoli Stati membri, ai quali i trattati riservano ampie prerogative. Come conseguenza, le posizioni per la creazione di politiche, che dovrebbero uniformarsi in modo tale da co-costruirsi, tendono invece a differenziarsi e indebolirsi.

Per quanto riguarda la posizione dell’Italia, il rapporto mette in luce le conseguenze delle politiche che, seppur con qualche spiraglio di innovazione (si veda, ad esempio, il caso del Decreto Flussi), continua a portare avanti delle pratiche che sottintendono una visione razzializzante e discriminatoria della popolazione migrante. Una visione riprodotta e sostenuta dal discorso pubblico sullo straniero, come emerge dall’articolo di Giovanni Giulio Valtolina circa la percezione della popolazione italiana.

All’interno dei canali mediatici, infatti, le tematiche rispetto alle persone migranti riguardano principalmente gli episodi di razzismo e intolleranza e l’evento degli sbarchi. Tale enfasi contribuisce a riprodurre l’immaginario del migrante come vittima (o nemico), e si mantiene anche attraverso l’esclusione delle persone direttamente coinvolte, le quali non sono quasi mai direttamente interpellate. Esse vengono ascritte ad una categoria sfumata che non permette loro di affermarsi attraverso una voce individuale o collettiva condivisa.

Ciò che invece accade è che ai migranti vengano attribuite caratteristiche passivizzanti e marginalizzanti, le quali contribuiscono ad escludere le soggettività dalla possibilità di partecipazione al dibattito pubblico. Inoltre, a livello mediatico “il loro profilo professionale e socioeconomico è poco articolato”, ma contemporaneamente “sbilanciato verso le categorie di braccianti, colf e badanti”. Le posizioni lavorative di status più elevato occupate dalle persone migranti, invece, tendono a non essere prese in considerazione, contribuendo alla riproduzione di un’idea di soggetto intrinsecamente legato a lavori di minore professionalizzazione.

La narrazione sulla popolazione migrante rispecchia ciononostante una reale e diffusa condizione di subalternità rispetto alla popolazione italiana. L’articolo di Laura Zanfrini, contenuto all’interno del rapporto, mette in luce gli effetti della pandemia sul lavoro migrante, già marcato da condizioni di ineguaglianza strutturale. Dal 2019 si è rafforzata una tendenza preoccupante, che riguarda l’aumento del numero di inattivi tra la popolazione migrante. Tale dato rappresenta “una battuta d’arresto nel processo di rafforzamento del profilo multietnico del mercato del lavoro italiano”, e va quindi considerato con attenzione, dal momento in cui uno dei vantaggi economici dell’immigrazione è proprio quello di “riequilibrare gli indicatori del mercato del lavoro”.

Con la crisi pandemica, il tasso di disoccupazione della popolazione migrante è sceso infatti, per la prima volta, sotto quello degli italiani.
Tuttavia, ancora più preoccupante è la condizione di tale popolazione nel mercato del lavoro: nonostante l’alto tasso di occupazione – legato ad un alto grado di adattabilità – i soggetti sono marcati da una forte fragilità economica – un dato che esprime nella sua inconfutabile chiarezza l’etno-stratificazione della nostra società.

Circa un terzo delle famiglie immigrate, infatti, riesce a sopravvivere solo attraverso il lavoro irregolare – elemento che contribuisce a porle in una condizione di fragilità, subalternità e marginalizzazione su vari livelli. Allo stesso tempo, un quarto degli stranieri rientra nella categoria di lavoratore povero: il 25%, ovvero cinque volte tanto il dato che riguarda la popolazione italiana (5,1%). Tale divario si spiega prendendo in considerazione sia una limitatezza dal punto di vista patrimoniale, sia la retribuzione media annua, pari a 12.902 euro – il 38% in meno di quella complessiva dei lavoratori in Italia.

Contemporaneamente, i poveri stranieri in cerca di occupazione sono circa il doppio rispetto gli italiani (rispettivamente 31,5% e 16%). All’interno di questo quadro che racconta di una società che perpetua le discriminazioni etniche ed etnicizzanti, emerge un’ulteriore criticità: la posizione delle lavoratrici immigrate, il cui tasso di disoccupazione, durante la pandemia, è aumentato di due volte rispetto a quello della popolazione immigrata maschile.

Tale dato si spiega innanzitutto prendendo in considerazione la vulnerabilità strutturale che caratterizza generalmente la condizione di vita di queste soggettività, a partire dalla veicolazione della forza lavoro immigrata femminile in canali che riguardano professioni poco retributive e soprattutto segnate da gravi mancanze in termini di tutela e gestione tra le attività lavorative e gli impegni famigliari (si pensi al lavoro di badante).

Alla luce di questi dati, la Fondazione ISMU ribadisce l’importanza di modificare contemporaneamente le politiche del lavoro e della migrazione, esplicitando l’interconnessione strutturale delle due e dunque sostenendo la necessità di una consapevolezza rispetto all’esigenza di considerare la complessità del fenomeno migratorio in relazione alle diverse sfere della società. Il suggerimento è dunque quello di coniugare la gestione dell’immigrazione sia dal punto di vista politico che economico, da un lato; dall’altro, combattere l’idea di una società necessariamente duale, suddivisa tra una popolazione nativa idealmente connessa a specifiche attività lavorative e una popolazione straniera per la quale non sono pensabili professioni di status elevato. Un’immagine non meramente ideale, ma estremamente performativa dal momento in cui si traduce in politiche precise che plasmano le possibilità di vita delle persone su cui agiscono.

L’immigrazione diventa, in questo senso, una lente privilegiata per poter porre in evidenza le criticità e disuguaglianze che caratterizzano non solo la nostra società, ma anche e soprattutto i modelli di produzione, accumulazione e distribuzione – inevitabilmente globali. A tal proposito, la pandemia ha certamente evidenziato, ad esempio, le profonde problematiche legate alle condizioni di vita dei lavoratori essenziali, soprattutto per quanto riguarda il mondo dell’agricoltura, fondato su contratti di tipo stagionale – talvolta addirittura categorizzabili come forme di schiavismo moderno (EPRS, 2021).

La consapevolezza rispetto a un certo tipo di dipendenza dovrebbe favorire la modificazione delle politiche che riguardano non solamente il mondo del lavoro, ma anche integrativamente la sfera dell’immigrazione, nella direzione di “promuovere una legislazione efficace e inclusiva, sostenuta da un imprescindibile livello di consenso” (Valtolina, rapporto della Fondazione).

Il rapporto della Fondazione non è dunque unicamente una raccolta di studi che tentano di toccare le diverse sfumature riguardanti la migrazione e l’immigrazione, ma si pone come risorsa necessaria – poiché fondata, appunto, sulla ricerca – per costruire nuove politiche, condivise sia sul piano statale che internazionale e che tengano in conto la complessità degli attori e delle sfere coinvolte nel fenomeno della mobilità.

Riferimenti

European Parliamentary Research Service (2021), Migrant seasonal workers in the European agricultural sector, Briefing, February.

  1. Ventisettesimo rapporto sulle migrazioni, 2021, Fondazione ISMU
  2. Presentazione del rapporto

Lidia Tortarolo

Quasi antropologa e aspirante ricercatrice. Vivo a Milano ma vorrei spesso essere Altrove. Mi interesso di migrazione perché non posso non farlo: è qualcosa che mi prende lo stomaco, me lo rigira. Al momento mi sto occupando principalmente di temi legati all’antropologia della violenza e all’antropologia medica, in relazione al contesto migratorio della Rotta Balcanica.