Photo credit: Da Lio Elisa
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Reportage del viaggio in Bosnia di Linea d’Ombra

Un racconto a più voci del 27° viaggio (dal 5 al 10 marzo 2022)

Questi nostri rapporti o relazioni vogliono, certo, informare sulla situazione dei migranti nel Cantone Una Sana, ma, insieme, vogliono anche, e forse soprattutto, comunicare un’esperienza: un’esperienza umana e politica, che per noi è stata ed è fondamentale per capire i nostri tristissimi tempi storici – e per capire meglio noi stessi – e trovarci un ruolo, per quanto modesto, ma non inutile, come ci confermano gli incontri continui, di qua e di là di quella macchina di violenza politica che è il confine, su cui si è impostata la nostra vita ormai da anni…

Partiamo in dieci: Lorena, Elena, Elisabetta, Mila, Sara, Emilio, Nico, Sergio, Gian Andrea: persone diverse, con diverse esperienze, alcune per la prima volta in Bosnia. Avremo qualche difficoltà a trovare un collocamento operativo per tutti. I napoletani, Emilio e i suoi compagni, dovranno ritornare un giorno prima per problemi familiari di uno di loro.
Pubblicheremo, dopo la nostra, le brevi relazioni, di Elisabetta, Elena, Mila, Sara. La relazione di Emilio, Nico, Sergio, per la sua lunghezza e completezza verrà pubblicata autonomamente.

Il viaggio

In Bosnia all’entrata e in Bosnia e di nuovo in Croazia all’uscita, dobbiamo subire il controllo dei bagagli e dell’auto. Da quando siamo stati denunciati, subiamo sempre controlli all’entrata e all’uscita dalla Croazia e all’entrata in Bosnia. L’impressione è anche che oggi controllino di più le persone sospette di svolgere attività con i migranti.

La prima impressione di questo nostro ventisettesimo viaggio è a Velika Kladuša: desolazione. La vita dei migranti è piena di sofferenze, di timori, più in generale di dolore. Ma è vita: desiderio, speranza, attività, messa in gioco di tutto.

Spesso ci siamo detti e abbiamo detto: sono più vivi di noi. Ha dell’incredibile il fatto per cui ragazzotti che non sono mai usciti da un ambito ristretto nel loro paese, riescono ad attraversare l’Europa delle polizie e dei confini e ad arrivare in Inghilterra, in Svezia, in Portogallo… Di contro, il normale scorrere della vita nelle vie di Kladuša ci appare piatto, insignificante. Un contrasto che notiamo anche nel nostro impegno quotidiano a Trieste, fra la piazza del mondo e l’indifferente, ottuso, traffico urbano circostante.
C’è un paradosso: i migranti cercano una vita come la nostra, fatta di prevedibilità, di consumi, di sicurezze. Ma nel cercarla, ci mostrano tutta la violenza che è insita in questo tipo di vita: la vita di tipo ‘occidentale’.

Quando abbiamo fatto un giro nelle praterie adiacenti alla cittadina, indicate per noi come hangar dell’elicottero, i prati fangosi con i grandi alberi sotto cui stavano le semitende dei gruppi familiari ci apparivano un luogo di vasta desolazione: fango e silenzio sotto gli alberi, cosparso di resti, scarpe, indumenti…
Una volta c’era tanto dolore qui: ricordiamo il campo delle famiglie afgane pieno di bambini, nell’ottobre scorso, quando già cominciava a spegnersi l’onda di pietismo mediatico, dopo il ritiro degli americani e dei complici europei. Ma anche il dolore è vita, quando è un dolore attivo che spinge avanti: è proprio questa la condizione migrante che noi abbiamo in prevalenza conosciuto, forse perché la maggioranza è fatta di giovani in cui la speranza prevale sulla disperazione.

Andiamo a incontrare No Name Kitchen, nella loro precaria casa stracolma di materiali – vivace sintesi di una giovane Europa alternativa -, cui diamo il nostro abituale apporto per la loro attività con i voucher per i migranti. Ci informiamo, discutiamo della situazione e, insieme, organizziamo i nostri giorni a Kladuša.

In questo viaggio incontriamo soprattutto singole storie. È diventato parte integrante del nostro impegno entrare in storie personali di uomini e donne, in un forte intreccio di vicende intime e dinamiche storiche su cui grava potente la forza del passato. È esperire la condizione umana in tutto il suo spessore: un dono esperienziale che ci viene elargito, di cui spesso non ci sentiamo all’altezza.

L’incontro con Diako

Diako, il forte uomo curdo che ha portato Arian a spalle su e giù dal vicino confine fino a quando quest’uomo che non può camminare da solo è riuscito ad arrivare in un campo a Zagabria, dopo numerosi respingimenti. A questo proposito, ci dicono migranti e compagni a Kladuša e a Bihać, che oggi la polizia croata ha, almeno parzialmente, dismesso i comportamenti più violenti ormai noti, e, pur dopo diversi respingimenti, porta le persone nei campi, soprattutto famiglie e persone disabili, come appunto Arian. Esiste ora un numero fisso di segreteria cui il migrante in cammino in Croazia può telefonare – polizia, Frontex, NHCR? Non ci è chiaro.
Così ha fatto Arian.
La meritoria attività di comprovate denunce di Border violence monitoring, cui partecipa anche No Name Kitchen, comincia a lasciare dei segni.

Con Diako, nel suo squat, vicino al confine, insieme all’amico che vive con lui, passiamo un’ora preziosa. Il giorno dopo tenterà per l’ennesima volta e riuscirà ad arrivare al campo di Zagabria, naturalmente solo una tappa.
Nello stesso squat di Diako, una casa a due piani in collina, vive anche una famiglia curdo-iraniana: madre, padre, tre figli, una ragazzina sui 12 anni, un ragazzo e un bimbo bellissimo di due anni. In una stanzetta resa confortevole da numerosi tappeti e dal loro calore umano, accentuato dai giochi e dalla socievolezza del bimbo, viviamo momenti che non dimenticheremo mai, tra sentimenti dolorosi e gioia di vivere.

Ci raccontano che, quando nei passaggi in Croazia la polizia, dopo averli fermati, li fa stendere a terra, anche il piccolo si stende a braccia allargate vicino al padre: segno profondo del gioco infantile come apprendistato della vita. Ci vien da dire che qui, nella condizione migrante si esperiscono gli estremi del vivere, il passaggio fra dolore e gioia, come non si possono esperire in condizioni di ‘normalità’, forse appunto perché fuori dalla norma, la vita può apparire nella sua complessa interezza.

Anche questa famiglia ha tentato più volte il game. E come! Lo ritenterà il giorno dopo: respinta! E il giorno dopo, siamo tornati a trovarla. Gli occhi un po’ velati dei genitori, uguali nel piacere di vederci i ragazzi e il bimbo più piccolo, dai grandi occhi scuri, che ci invitava a giocare con lui.
Infine, il terzo giorno, hanno imbroccato la via del campo di Zagabria: come volevano!

La storia di Arian

Lì, nel giorno del nostro ritorno, giovedì 10 marzo, siamo andati ad incontrare Arian, con la sua compagna e la piccolissima bimba di lei. Ancora e sempre, dobbiamo notare che gli incontri, le relazioni, in una condizione drammatica come quella del migrante, tirano fuori il meglio che c’è in noi e in loro.
In un altro squat, non distante da quello di Diako e della famiglia iraniana, vive una famiglia azara dell’Afghanistan: otto persone, tre femmine e tre maschi. Il padre, dall’aspetto molto dignitoso, faceva il sarto e gestiva un suo negozio. Ha esercitato il suo mestiere anche in Turchia.
Abbiamo saputo dopo due giorni, che, catturati dalla polizia in Croazia, sono stati respinti in Bosnia e portati dall’IOM nel campo di Lipa.

Quante storie di vita si incrociano in queste terre, se si viaggia con gli occhi aperti, umanamente e politicamente! Così, vicino al campo Miral, a pochi chilometri da V. Kladuša, incontriamo tre marocchini, respinti dal campo. Uno di loro parlava italiano: rientrato in patria per il funerale della madre, non è più riuscito a ritornare in Italia.

Gli squats

Torniamo anche nell’immenso desolato squat cosiddetto della ciminiera in cui, nel nostro viaggio d’ottobre, viveva un folto gruppo di migranti. È rimasto dipinta nella nostra memoria l’alta figura di un africano che tutto il giorno dolcemente teneva in braccio un piccolo afgano, affezionatissimo a lui: una bellissima sintesi antirazziale.
Oggi, in un locale della vasta rovina silenziosa, circondata da cumuli d’immondizia, triste residuo d’innumerevoli passaggi, troviamo un unico abitante: un uomo alto e magro del Belucistan, dal volto pieno di malinconica dignità, accompagnato da due amici del Gambia che risiedono al Miral. Dapprima i tre si mostrano molto riservati, per sciogliersi poi, soprattutto quando offriamo i cellulari ai due africani che ne sono sprovvisti (naturalmente distrutti dalla polizia croata).
Ci rimane il ricordo della dignità di questi uomini seri e silenziosi nel triste stanzone affumicato dalla stufetta costruita dagli attivisti.

A Kladuša, facciamo anche la solita spesa al Sudo Luka, cordialmente salutati dal personale. Così, siamo andati ad acquistare telefoni nel negozietto specializzato, in cui vanno spesso i migranti, almeno quelli che se lo possono permettere. Lo scriviamo per ricordare che le nostre spese in loco, non tanto piccole in rapporto al livello di vita, hanno anche lo scopo di creare rapporti positivi con i commercianti locali.

A Bihać la stessa impressione di vuoto per il vuoto di migranti in confronto ai nostri viaggi precedenti, che datano dal giugno del 2018, quando anche il clima emotivo fra i numerosi migranti e gli abitanti della cittadina che mostrava – e ancora mostra – i segni della terribile guerra non lontana, era ben diverso…
Dopo una visita all’enorme magazzino di No Name Kitchen, cui farà seguito un incontro nella loro casa, andiamo da Zemira, reduce ancora da gesti ostili nei suoi confronti. Con lei, come avevamo già fatto nel febbraio del ’21, andiamo a portare alimenti ed altro in uno squat nella ondulata campagna intorno a Bihać, attraversando un grande prato, fra le tracce degli orsi in cerca di cibo. Nella casetta affumicata incontriamo cinque fra afgani e pakistani.

Fra di loro un uomo di una certa età, che parlava italiano. Ci ha raccontato che era stato otto anni in Italia a lavorare nella cintura di Milano, con l’intenzione di restare nel paese, ma durante un viaggio in patria, gli era scaduto il permesso di soggiorno ed ora eccolo qui.
Fra i migranti, c’era anche un ragazzo che con ogni evidenza era il loro passeur, un certo tipo di passeur: un migrante che vende l’acquisita esperienza di viaggio nelle boscaglie della Croazia.

La cordialità dei ragazzi, la giornata solare e non molto fredda, il vasto paesaggio collinare davano quasi un’impressione di serenità. Indubbiamente: un’impressione nostra, siamo ben consapevoli dell’invisibile insuperabile confine tra noi e loro. Solo una palese azione politica comune potrebbe superarlo. Ne siamo ben lontani. Tuttavia, questa è la direzione.
Ritornando a sera, abbiamo incontrato due afgani provenienti da Sarajevo diretti verso lo squat. Arrivavano da Kliuc, cento chilometri a sudest, dove la polizia ferma gli autobus da Sarajevo e fa scendere i migranti.

A Bihać abbiamo anche incontrato, invitandolo a cena, Mahmood, un iraniano, con cui siamo in rapporto da qualche tempo, protagonista di un pericoloso episodio da game. Insieme ad altri migranti, fra cui una problematica parente di cui si fa carico, ha tentato di attraversare la Sava, il grande fiume che segna il confine tra Bosnia e Serbia con un canotto. Il canotto, adatto a due persone, caricato di cinque, è affondato e con difficoltà Mahmood, sua cugina e gli altri si sono salvati. Ora Mahmood non è più accolto nel campo e vive in una catapecchia a Bihać.
L’attraversamento dei fiume balcanici, ampi e ricchi d’acque vorticose è una delle cause di morte dei migranti di questa rotta. Vogliamo ricordare la morte di una bambina turca di 12 anni nel torrente Dragogna, fra Croazia e Slovenia nel dicembre del 2021.

La diminuzione dei transiti

Mercoledì 9 abbiamo fatto il punto con Silvia Maraone di Ipsia. Ci interessava soprattutto capire due cose: le possibili cause della notevolissima diminuzione del transito dei migranti e il nuovo (relativo) comportamento della polizia croata.
Sul primo punto, pare che la causa principale sia lo sbarramento confinario della Turchia, di cui è noto l’uso dei migranti che si accumulano nel suo territorio in funzione di ricatto nei confronti dell’Europa, che profumatamente la paga.
In tutta la Bosnia ci sarebbero oggi poco più di 2.000 migranti, meno di quanti nel solo Cantone di Una Sana negli anni scorsi, con variazioni a calare da 6.000 a 2.000. Oggi, nel Cantone, un migliaio scarso, fra campi e jungle.
Silvia ci ha anche detto che l’IOM sta facendo una campagna in Bosnia per il rimpatrio dei migranti.
Nei pressi di Bihać, oggi è in funzione un Daily center con la possibilità di fare docce, anche per i migranti fuori campo.
Ricordo, a questo proposito, che il primo intervento con docce per i migranti è stato prodotto dal Collettivo Rotte balcaniche Alto Vicentino nell’estate scorsa, con docce portatili ad acqua calda. Iniziativa che si è rivelata anche significativa per interloquire in maniera adeguata con i migranti. Questo è un problema fondamentale anche per capire in che modi e in che misura sia possibile iniziare qualcosa che chiameremmo un dialogo politico con i migranti, tema insieme essenziale, complesso e difficile.

Infine, sulla via del ritorno, a pochi chilometri dal confine, in mezzo al paese di Izacic, incontriamo un gruppo di migranti respinti. Otto ragazzi, quattro indiani sikh del Punjab, due pakistani, due afgani. Stanchi!
Ci hanno detto di aver fatto a piedi un’ottantina di chilometri: alcuni si sono distesi sul marciapiedi. Gli automobilisti e i pochi passanti osservavano noi, fermi con la nostra auto fra il marciapiedi e la strada, insieme al gruppo: un insieme abbastanza vistoso. A un certo punto, un’auto che proveniva in direzione contraria, ha fatto una rapida deviazione, venendo a sfiorare Lorena e lanciandole un’imprecazione… Poco dopo, sono arrivate due donne anziane, portando ai migranti del pane; e un’altra donna, più giovane, dal suo negozio di parrucchiera, ha fatto arrivare dal bar di fronte del te caldo.

Una sintesi concreta della situazione in Bosnia! Le donne anziane, senza dubbio avevano presente la guerra dei primi anni Novanta. L’uomo in auto esprimeva un atteggiamento abbastanza diffuso, che rimanda anche al carattere interrazziale della guerra in Bosnia. I migranti erano seri, composti malgrado la stanchezza, all’inizio riluttanti ad accettare le nostre offerte… Noi eravamo immersi nella densità umana e politica della situazione, in questo piccolo paese di confine.
Infine, dopo le obbligate soste poliziesche al confine, il ritorno passando per il campo di Zagabria, di cui abbiamo detto prima.

Lorena e Gian Andrea, Linea d’Ombra ODV

Il racconto di Elisabetta

Come prima esperienza sul campo, ignara di quanto mi sarei trovato davanti, pur informata sulla situazione e a conoscenza dei problemi che affrontano quotidianamente i migranti, l’impatto è stato assai doloroso. Si era diffuso tra alcuni membri del gruppo, me compresa, l’aggettivo “intenso” a descrivere con una parola chiave le tante emozioni difficili da esprimere. La rabbia viene dopo, nella riflessione di quanti ostacoli vengono messi sul cammino di queste persone. Ma non è la rabbia che ho visto trasparire dai volti dei migranti, sembravano per lo più incredibilmente sereni. Sembra assurdo dirlo, ma in questi incontri con loro sia in situazioni disagiate o accanto al calore di una stufa l’atmosfera era di serenità. La presenza di un progetto, una meta da raggiungere, mostrava la loro forza dietro a un atteggiamento di pacata accettazione di tutto il male che vien loro fatto.
Un iracheno, narrandoci la sua storia, accennando al fatto di aver perso la moglie e un bambino (ne ha altri due che vivono al momento con la nonna), frenando il nostro moto di compassione ci dice “That’s life!”.. Ci offre dei melograni, li apre per noi. Sembra accettare i disagi della vita negli squat, ma afferma che non avrebbe potuto mai e poi mai offrire questo ai suoi figli. La determinazione di affrontare tutto quanto in prima persona in vista di un progetto ben preciso da perseguire lo porta a studiare con i pochi mezzi a disposizione la lingua tedesca. Vuole andare in Germania. Ha un suo bel quaderno su cui compita le prime frasi nella nuova lingua.
In un altro squat troviamo tre piatti di biscotti preparati con grande cura per accoglierci. L’ospitalità è importante. Ci servono il caffè e poi il tè. Sembra di stare in visita in una casa di amici. Sono sorridenti. Dimenticano per un po’ la loro situazione e la fanno dimenticare a noi. Come il ragazzo che mi chiede di giocare a carte… a poker! Pochi minuti di estraneazione dalla realtà.
Mi sono soffermata a vedere con che cura e perizia un ragazzo faceva il pane, mentre l’altro lo cuoceva in padella. Sembravano esperti del mestiere e invece hanno imparato a farlo qui, non a casa, a casa lo faceva la mamma.
Le grandi strutture abbandonate e forzatamente chiuse, ora cattedrali nere deserte, richiamavano prepotentemente alla realtà, alla negazione dei diritti fondamentali da parte delle istituzioni. Per contro un esercito di giovani (di No Name Kitchen) si dedica anima e corpo a loro difesa e supporto.
Ho sentito da vicino narrazioni di grande spregio della dignità umana. Storie di orrori che credevo impossibili. È stato molto importante per me far parte di questo viaggio e vi ringrazio di avermi accettata fra di voi.

Il racconto di Mila

Viaggio ecologico dell’anima, dall’io al noi. Potrei intitolare così l’esperienza di quest’anno in Bosnia con Linea d’Ombra.
Primo impatto è stato la riflessione del gruppo di viaggio sulla chiara labilità dell’idea di confine. Subito dopo ne faccio esperienza: ci aspetta, al confine con la Bosnia una lunga attesa e una minuziosa perquisizione delle vetture in un clima di assenza di dialogo e di buon senso. Ci viene negato l‘ingresso, ci pieghiamo alle loro richieste, per poi trovare il modo di aggirarle.
In piccolo si è sperimentato il rifiuto del confine e la tenacia di superarlo dei migranti, “il vento non riesci a fermarlo, al massimo lo puoi deviare”.
Il viaggio continua e faccio esperienza di incontri con i migranti sia per strada che negli squat con una qualità diversa di linguaggio, quella della presenza dove invece la fretta agisce come un veleno. Sono lì a testimoniare che io ci sono e li vedo.
Condividere con loro il sorriso e l’aiuto piccolo o grande che posso in quel momento mi ha portato a rivalutare il silenzio come punto centrale dell’incontro. Il mio viaggio ecologico dall’io al noi si fonde con l’espressione materiale ed esperienziale della cultura della pace. L’alloggio della associazione No Name Kichen (NNK) è calda non so se più per il calore della stufa che per quello dell’accoglienza. Volontari di diverse nazionalità ed età si impegnano ad aiutare, supportare, soccorre i migranti che passano il confine tra Bosnia e Croazia. Niente di confessionale, ma il loro agire mi riporta la sacralità della relazione con l’altro. Frequentandoli ho respirato una dimensione di pace e di quiete mentale che tiene al riparo dalla reattività. I volontari di NNK agiscono e si muovono liberi dalla rabbia, dalla frustrazione o da un senso di inadeguatezza o addirittura di colpa o tutti insieme.

I migranti, per questi volontari di ogni dove, non sono fantasmi come vengono considerati anche in Bosnia, presenze inquietanti raramente ben accolte. Paura del diverso, paura delle sanzioni, paura delle autorità tengono i cittadini bosniaci lontano dal contatto con il migrante. Accade poi, che appena vedono che qualcuno infrange il muro di omertà, si fanno coraggio e aprono il cuore alla generosità. In questa missione, attraverso il confronto con i miei compagni di viaggio, mi è accaduto che la visione della umanità si è aperta a una dimensione più grande, quella della storia profonda, non quella di chi ha vinto o perso, ma la storia della vita degli altri al di là di ogni moralismo, di ogni valutazione. Ho trovato la dimensione del noi come necessità evolutiva: siamo costruiti per prenderci cura l’uno dell’altro. Il mio benessere inizia quando mi so occupare dell’altro. La mia mente ecologica si sviluppa quando inizia ad abbracciare la vita in tutti i suoi aspetti. Non si può pensare di risolvere i problemi con pensieri tossici che costruiscono confini interni ed esterni a noi.

Ti vedo, mi vedo,
ti riconosco, mi riconosco,
ti accetto e mi accetto
incondizionatamente
in uno scorrere di occhiate
metaforiche sulla strada della vita.

Dal confine d’Europa. Il racconto di Elena

Uno degli insormontabili confini della fortezza Europa, per molti/troppi esseri umani, è in Bosnia lungo la frontiera con la Croazia.
Ascoltando le storie di chi tenta il “game”, ci si sente a disagio anche solo per avere avuto la fortuna di essere nati dalla parte giusta (…. qualche chilometro più in qua, diceva Paolo Rossi raccontando la guerra dei Balcani).
In questi territori che portano ancora i segni di un massacro di poco più di 25 anni fa transitano famiglie, bambini, donne, uomini che fuggono da altre guerre più o meno sospese, più o meno lontane, più o meno sporche.
E mentre da un mese siamo nel pieno di una spaventosa e pericolosa guerra che ci minaccia da molto vicino, e mentre lungo le nostre frontiere interne e esterne premono i profughi, si fa dei distinguo sul diritto di essere profughi di serie A o di serie B.
Una storia vecchia come il mondo.
Se siamo diventati noi il mito del benessere, della libertà, della convivenza umana come possiamo non riflettere sulle responsabilità di tutta la nostra storia passata?
Condivido il pensiero di uno scrittore di cui non ricordo il nome: in ogni uomo c’è umanità, è il sistema che ha creato che è disumano.
Ma tra queste scoraggianti riflessioni sulla nostra essenza, emergono ricordi di gesti e momenti magici, spontanei, semplicissimi, umani, raccolti lungo il viaggio da Trieste a Bihać (in Bosnia) e ritorno, passando per Zagabria.
Ritrovo in tasca una caramella, me l’ha regalata un ragazzo afghano, o forse pakistano o indiano, che insieme ai compagni di strada, e’ stato preso e respinto alla frontiera dalla polizia Croata. Hanno fatto 80 km a piedi, sono esausti e scoraggiati per non dire disperati. Gli diamo cibo, scarpe e cure per i lividi e le piaghe ai piedi.
Lorena (il cuore di Linea d’Ombra, con cui viaggiamo) medica e poi massaggia delicatamente il piede di un uomo e lui piange. Nessuno l’aveva mai accarezzato così, dice, nemmeno sua madre.
Due donne del villaggio si avvicinano portando pane e un po’ di soldi, parlano emozionate in bosniaco e poi ci abbracciano. E prima di salutarci (dopo aver allertato la Croce Rossa perché vengano loro incontro e li riaccompagnino al campo di Bihać) il ragazzo afghano regala una caramella a ciascuno di noi in un gesto di ringraziamento.
A Velika Kladusa incontriamo i ragazzi di No Name Kitchen. Quasi tutti giovani e giovanissimi, pieni di entusiasmo e di energia, sono un fluido benefico. Vengono da diversi paesi europei, se pur con origini miste. Anche loro combattono un sistema e spesso incontrano coetanei altrettanto giovani che fuggono da dove sono nati perché là non si può più vivere. Ci accompagnano negli squats sparsi per la campagna dove vivono per qualche tempo gli invisibili nell’attesa di riprovare il “game”. Li aiutano come possono: vestiti, coperte, scarpe, cibo, acqua “Non li puoi fermare, sarebbe come voler fermare il vento” dice Mirko il coordinatore dei ragazzi.
Stiamo prendendo il tè con un gruppo di Afghani, nel loro rifugio. C’è una video chiamata: è l’amico che ce l’ha fatta e sta in Italia, lavora in una cucina come suggerisce il grembiule che indossa. Allora è possibile c’è speranza!
Tra di loro c’è anche un ragazzo giovanissimo, ha 16 anni e da 5 anni è in viaggio, anche lui ha tentato più volte il game, l’ultimo confine, ma gli hanno portato via anche i documenti. Piange raccontando che è sua mamma che ha insistito perché partisse, la famiglia ha messo insieme i soldi e lo hanno affidato una carovana di compaesani che si dirigeva verso l’Iran e poi Turchia (oltre la catena del Grande Ararat 5137 mq, il picco più alto).
Un simpatico e vitale uomo iracheno ci offre il melograno e il tè, come un perfetto ospite.
«Il melograno fa bene lo so, io ero fisioterapiste nella mia città Nassiria, ho lasciato i miei due figli alla nonna, non è bene trascinarli in un viaggio del genere, mia moglie e un altro figlio sono morti. Così è la vita!»
Abukar viene dall’Algeria, ma non ha fatto la rotta via mare verso la Sardegna perchè e troppo costosa (10mila a persona ??). Ha preferito passare dalla rotta Balcanica, ma ora non riesce a superare il confine. È molto scoraggiato e depresso, sul muro ha scritto: «All men die but not all men really live».
Però facciamo insieme una partita a carte, vince la nostra Betta che è una pokerista
Nella graziosa cittadina di Bihać Incontriamo Annette, una giovane donna francese che vive qui dove ha trovato il suo amore e ora hanno un piccolo bambino. Da qualche anno porta avanti un progetto culturale e artistico che coinvolge chi vive a Bihać e chi ci passa, un progetto che vuole superare i confini mentali, culturali. Una lotta per abbatterli. Obiettivo non facile.
Sulla via del ritorno passiamo per Zagabria, cioè per il campo di prima accoglienza alla periferia della città, dove Lorena e Gian Andrea vogliono incontrare Arian, un giovane uomo iraniano che nelle gambe spezzate porta tutto l’orrore di un gioco al massacro, giustificato, accreditato nel nostro avanzato sistema politico. E con grandissima sorpresa e gioia ci vengono incontro alcuni membri di una numerosissima famiglia Kurda che avevamo incontrato a Velika in uno squallido squat dove erano minacciati da un vicino instabile e violento.
Tutti arrivati a Zagabria, ospiti della struttura per le famiglie che richiedono asilo, dalla nonna ai bambini. Ci abbracciamo troppo emozionati. Hanno superato la barriera un po’ a piedi, un po’ in taxi, un po’ in bus guidati dai passeur, cui pagano cifre inverosimili (fino a 4000 a persona).
Chissà se c’è lo sconto per famiglia? mi chiedo. E mi vengono alla mente altre famiglie in fuga verso la svizzera 80 anni fa.
Dopo una settimana, torniamo nella piazza della stazione di Trieste da dove siamo partiti: uno snodo verso l’Europa.
Arrivano stanchi, massacrati ma pieni di speranza, aspettative e illusioni.
Siamo in Italia! – ci dicono – finalmente liberi, liberi di muoversi, di andare, di ricongiungersi con le famiglie, di lavorare e vivere dove meglio credono.
Chiacchiero con un bel ragazzo cubano, cui diamo delle calze fini che non sa come infilare, è quasi elegante, si direbbe sia in tournée. Tutto felice mi racconta dei suoi progetti, passerà a Roma a vedere una zia, poi andrà in Francia e Spagna «E come?» – gli chiedo – «come pensi di passare la frontiera con la Francia, se non hai più nemmeno il passaporto, su per le montagne nascosto tra il bosco e le piste da sci ?»
Sono sconcertata dalla presenza di cubani. Ce ne sono diversi sulla rotta europea, perché loro hanno il visto per la Serbia, o la Russia o la Bielorussia, dove in questi mesi si sono ritrovati intrappolati con altri disperati nella foresta al confine polacco.
È Ismail, prezioso mediatore culturale pakistano che vive a Trieste, che gli spiega come fare, da dove passare, dove trovare aiuto presso i volontari (nascosti anche loro, pena favoreggiamento alla migrazione), dove prendere l’autobus e comprare il biglietto a Bardonecchia.
Lorena come tutti i pomeriggi (estate, inverno, freddo, caldo, bora che soffia) è presente con il suo carrettino verde per il primo pronto soccorso, medica piedi e mani, distribuisce medicine e amore. I volontari collaborano con soldi, vestiti, telefonini e altro perché gli invisibili possano ripartire, via flixbus o treno, verso il loro futuro.

Riflessioni al ritorno da Kladuša e Bihac. Il racconto di Sara

Sono decenni ormai che veniamo bombardati su ogni fronte da immagini di strazianti e catastrofiche tragedie, da esserne pressoché anestetizzati. Cosi, anche la ben conosciuta e documentata brutalità istituzionale della polizia nei confronti dei migranti al confine fra Bosnia e Croazia è stata talmente normalizzata da non stupire particolarmente. La condizione di esseri umani trattati ben peggio di animali lascia indifferenti, perché in fin dei conti «cosi va il mondo».
Nello specifico, il migrante è stato disumanizzato a tal punto da rendere possibile questo tipo di violenza senza destare grande sdegno, mentre al contempo la solidarietà viene criminalizzata, e chi porta aiuti deve farlo di nascosto, correndo il rischio, in Bosnia, di espulsione dal paese. Anche a noi al confine Bosniaco è stato richiesto di riportare in Croazia, fra altre cose, alcune borse con pannolini ed abiti per bambini, dopo che l’ufficiale di turno ci chiese se quelli erano «vestiti per i migranti».

Ovviamente in relazione a quanto sopra, è inevitabile non pensare alla grande ipocrisia nell’applicazione di ben altra unità di misura nel trattamento dei rifugiati ucraini. Complici governi, giochi politici e media, la narrativa proposta è completamente diversa, e cosi anche la risposta del popolo. È senz’altro scoraggiante constatare quanto, per un verso o per l’altro, le nostre emozioni siano manipolabili, ed anche la solidarietà segua delle mode. Si può dire che viviamo in un’epoca in cui la sfida è stare svegli. Nonostante ciò, è imperativo continuare ad esserci anche e soprattutto per coloro a cui continua a venir tolta dignità ed umanità, come i migranti che abbiamo conosciuto a Kladuša e Bihać, e chi come loro percorre la rotta balcanica sognando una vita migliore, incontrando invece un'”accoglienza” che porta ancora più dolore e trauma in vite già duramente segnate dalla violenza.

Per assurdo, ciò che desta maggiore sorpresa a chi li riceve e/o a chi li osserva sono proprio i semplici gesti di aiuto e solidarietà. Come quando, fermi ad aiutare un gruppo di uomini sfiniti dopo 80km di cammino nella notte e respinti illegalmente al confine croato, creiamo uno spazio che porta vicini e negozianti ad uscire ed offrire anch’essi un gesto di solidarietà, portando un po’ di pane, soldi, offrendo un tè caldo, nonostante quelle barriere linguistiche e culturali, che altrimenti avrebbero potuto creare incertezza e scoraggiare questo tipo di iniziativa. Ciò che dovrebbe essere la normalità diventa un evento emozionante e commovente anche perché eccezionale. Ma proprio un gesto che rompe gli schemi può creare spazio per chi da solo farebbe fatica a prender parte, e così crea un circolo virtuoso e spinge ad una presa di coscienza individuale: il primo passo verso il cambiamento.

Va però purtroppo menzionato che oltre a destare supporto, quel nostro gesto ha destato anche reazioni di bel altra natura, a partire da un invito a “portarceli tutti in Italia”, fino ad un preoccupante tentativo di investimento di Lorena, evidentemente volto a minacciare ed impaurire. È importante non lasciarsi sopraffare da queste dimostrazioni di ignoranza, e non farsi prendere dal senso di nichilismo ed impotenza di fronte alla quantità di odio, orrore ed assurdità di cui siamo testimoni. Dobbiamo continuare ad essere portavoce di un modello sociale diverso ed umano, e portare avanti con costanza la nostra resistenza al degenerante sonnambulismo della nostra società, creando ed allargando una rete di rapporti solidali veri. È cosi che rendere visibile questo aiuto diventa ancora più importante, che sia al bordo di una strada in Bosnia, o in Piazza Libertà a Trieste, restare indifferenti di fronte a certe contraddizioni diventa, o dovrebbe diventare, sempre più difficile.

Linea d'Ombra ODV

Organizzazione di volontariato nata a Trieste nel 2019 per sostenere le popolazioni migranti lungo la rotta balcanica. Rivendica la dimensione politica del proprio agire, portando prima accoglienza, cure mediche, alimenti e indumenti a chi transita per Trieste e a chi è bloccato in Bosnia, denunciando le nefandezze delle politiche migratorie europee. "Vogliamo creare reti di relazioni concrete, un flusso di relazioni e corpi che attraversino i confini, secondo criteri politici di solidarietà concreta".