Photo credit: Raffaello Rossini - stazione di Leopoli

Calma apparente a Leopoli

Appunti da un viaggio dal confine polacco alla città ucraina

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Sono in Polonia da diversi giorni, e come la cronaca degli eventi militari, anche la cronaca delle mie analisi politiche cambia continuamente, ogni giorno, mettendo perennemente in crisi sicurezze geopolitiche e ideologiche.

La necessità di supportare dei civili innocenti in fuga dalle bombe, le disparità di trattamenti per chi in altri momenti drammatici recenti è fuggito da altre bombe, la convinzione che i paragoni in questo caso siano stupidi e inopportuni, le responsabilità morali, la fredda analisi strategica, hanno mosso emozioni, azioni e controazioni, in condivisione con altre persone, singoli esseri umani, associazioni e istituzioni.

La Polonia all’interno della Comunità Europa rappresenta insieme ad altre nazioni situate ad est, un zoccolo duro di quel populismo che tanto imperversa(va?) in Europa durante (e non solo) la parentesi trumpista alla Casa Bianca. Tolleranza zero verso immigrati, occhiolini più o meno volontari ad organizzazione estremistiche di destra e fondamentalismo cattolico, islamofobia, omofobia.

E Przemsley, cittadina della Galizia1, divenuta dallo scoppio del conflitto crocevia di un flusso enorme di persone, aiuti umanitari e armamenti, è orgogliosamente polacca.

Qua la gente ricorda ancora in maniera viva lo sterminio avvenuto per mano delle milizie nazionaliste ucraine dell’OUN (Organization of Ukrainian Nationalists) capitanate dal filonazista Stepan Bandera.

Eppure la disponibilità, la gentilezza e la cortesia della polizia di frontiera polacca nei confronti dei rifugiati ucraini è encomiabile, disarmante: bambini portati in braccio, donne anziane accompagnate passo dopo passo verso il mezzo di trasporto più vicino appena varcato il confine.

Senza contare le istituzioni: mezzi pubblici, interi edifici, scuole, centri commerciali e capannoni messi a disposizione per il trasporto e l’alloggio delle donne e dei bambini ucraini e lo stoccaggio dei beni di prima necessità pervenuti da tutta l’Europa, in una commovente gara di solidarietà.

È quantomeno disorientante vedere le stesse divise, dislocate sul confine bielorusso, accanirsi con le poche centinaia di Yemeniti, Siriani, Afghani e Pakistani bloccati in una zona rossa di nessuno, con assoluta ferocia e spietatezza.

Eppure.

L’idea di andare a Leopoli (Lviv) nasce verso la fine di marzo, dopo un breve confronto con un fotografo italiano, per monitorare il flusso di persone dall’altra parte del confine, nella città forse più tranquilla all’interno del territorio ucraino, dove da diverse settimane si stanno convogliando civili provenienti da Kiev, Mariupol, Kherkov e altre località.

Da Medyka, sul confine polacco, attraverso a piedi la dogana, constatando con sorpresa che insieme a me ci sono anche alcune donne ucraine, cariche di valigie. Le aiuto e intanto chiedo loro come mai stanno tornando in Ucraina, rispondono che sono state in Germania nei giorni scorsi, ma che non si sono trovate bene nei centri di accoglienza, e che quindi preferivano tornare in Ucraina, raggiungere alcuni amici e familiari e attendere lì le evoluzioni del conflitto, e magari così potevano rendersi utili in qualche modo.

Bloccati all’interno della dogana ucraina trovo tre ragazzi indiani, sono seduti per terra in attesa di non si sa bene cosa, sono riuscito a scambiare solo qualche parola con loro, pare ci fosse qualche problema con i loro documenti, non sembrava fossero particolarmente vessati dalla situazione, ma vedendoli non ho potuto fare a meno di pensare come spesso ci siano state notizie di discriminazioni lungo gli ingressi di frontiera, nei confronti di persone che mostravano un colore della pelle leggermente più scuro.

Alcuni dei volontari polacchi a Medika con cui ho avuto modo di parlare, durante la prima immensa ondata di profughi, erano venuti da varie zone della Polonia con il preciso scopo di controllare che altri migranti non ucraini “approfittassero” della situazione e penetrassero il confine.

«Ad un certo punto, insieme a profughi di nazionalità ucraina, sono comparsi profughi di culture completamente diverse, musulmani che in precedenza si trovavano al confine polacco-bielorusso. Hanno cominciato a girare per la città, avvicinandosi ai residenti, in particolare alle donne, che avevano paura di lasciare le loro case. Poi sono iniziati gli attacchi ai negozi e i furti».

Sono state documentate diverse azioni di alcune ronde di cittadini privati nell’area di Przelmys, per lo più ultras delle squadre di calcio locali.

«Prima eravamo solo rivali tra noi tifosi, quello che ha fatto Putin invece ci ha unito». Così mi ha detto uno degli organizzatori delle ronde, aggiungendo anche: «C’era troppo poca polizia, quindi gruppi di tifosi hanno voluto mantenere l’ordine per mantenere la città calma come prima. Abbiamo deciso di passeggiare per la città, quando incontriamo persone senza documenti, le scortiamo nel luogo dove si trovano tutti i profughi, in modo che anche loro possano sentirsi al sicuro».

A differenza delle settimane precedenti, ora anche una volta varcata la dogana ucraina si possono trovare postazioni di volontari di varie nazionalità, radunati sotto alcuni tendoni all’interno dei quali si possono trovare beni di prima necessità, come cibo e vestiti.

Vedere questa situazione, sommata alla proliferazione di presidi di varie organizzazioni provenienti da tutto il mondo riempire l’area circostante alla dogana di Medyka ora che il flusso di persone è decisamente calato, sembra un po’ anacronistico, pensando a quando invece a far fronte a milioni di persone eravamo pochi volontari sparpagliati e non organizzati.

Eppure.

Il territorio dell’Ucraina è un corpo che si sta svuotando, secondo l’Unhcr più di quattro milioni di persone sono fuggite dall’Ucraina dal 24 febbraio al 4 aprile 2022, come emorragia.

E allo stesso tempo quello spazio vuoto viene pericolosamente riempito da ambigue presenze e armi. Fonti polacche informano che sono aumentati i tentativi di introdurre armi in Polonia dal confine ucraino, si parla anche di un lancia missili smontato e ritrovato a pezzi in luoghi diversi.

Appena entrati in territorio ucraino, la prima cosa che si incontra è un tendone per arruolarsi nella legione straniera, circondata da miliziani volontari. Combattenti polacchi, francesi, georgiani, bielorussi e di altre nazionalità, equipaggiati di tutto punto, penetrano quotidianamente il territorio ucraino spinti da motivi ideologici o allettati dal fatto che al fronte vengono pagati quattromila euro al giorno.

Superati i primi edifici, nello spiazzo degli autobus personaggi poco raccomandabili provano ad adescare gli avventori con proposte di passaggi “privati” fino a Lviv, la grivnia, la moneta ucraina, è in caduta libera e si vede dai blocchi di banconote che le persone portano con sé. Salgo su un autobus urbano, scassato e pieno di borse, sono diverse le donne ucraine che decidono di percorrere la strada in direzione contraria rispetto a qualche giorno prima, alcune di loro hanno lasciato i propri figli al sicuro, da amici o parenti.

Boschi e povertà ai lati della strada.

Qualche checkpoint sgangherato, campi coltivati, e frequenti camion cisterna.

L’arrivo in città è accolto da un tremendo acquazzone.

Accompagno le donne con cui ho condiviso il viaggio verso la stazione centrale, da dove partiranno di nuovo, il loro obiettivo è raggiungere Kiev.

Continua a piovere fortissimo, c’è anche un piccolo campo di accoglienza, le tende sono montate in un parchetto, tra la stazione e l’autostazione, vengono serviti pasti e bevande calde, è animato da numerosi volontari provenienti da tutto il mondo, molti ucraini, associazioni cristiane giornalmente recitano salmi e preghiere, accompagnati dalle note di una tastiera.

Ora le tende sono tutte chiuse, i lacci alle estremità si muovono freneticamente sotto il vento e la pioggia.

Trovare l’hotel non è stato difficile, i tram e gli autobus funzionano regolarmente, le persone tornano dal lavoro o dall’università, c’è una sorta di calma apparente, punteggiata da divise militari sparse in tutta la città. Una calma apparente palpabile anche una volta giunto all’albergo, quando ormai a sera inoltrata, poco prima del coprifuoco, il primo di una lunga serie di allarmi antimissile ha cominciato a riecheggiare spettrale tra le vie della città.

Pare che in questi giorni siano caduti una settantina di missili nell’oblast di Lviv, ma che la maggior parte di questi siano stati eliminati dalla contraerea ucraina.

Nell’hotel c’è uno scantinato che viene utilizzato come rifugio, ma vedo che non è molto frequentato, nonostante la sirena.

L’albergo è piccolo, ma pieno di vita. C’è un ragazzo ucraino al primo piano, che vive lì da quando è scoppiato il confitto, probabilmente per fuggire alla leva. C’è anche una coppia di polacchi, venuti a Lviv per lavoro, dei giornalisti italiani, una donna fuggita da Kiev con il suo inseparabile cagnolino e gli immancabili riders di “Glovo” che nonostante il coprifuoco, nonostante l’allarme antimissilistico, nonostante la guerra continuano a consegnare pizze a domicilio.

La mattina dopo mi dirigo in stazione, lo scopo è osservare come si comporta il flusso di rifugiati.

La stazione di Leopoli è molto bella, esempio di Art Noveau, aperta al pubblico all’inizio del ‘900 in quella che allora si chiamava “Lemar” (nome tedesco della città all’epoca dell’Impero Austro-Ungarico), ristrutturata dopo i danni della seconda guerra mondiale, densa di ornamenti mitologici con un’infarinatura di classicismo socialista.

La presenza militare è massiccia.

Mentre sto girando un servizio sulla situazione a Leopoli, tra l’autostazione e la stazione, vengo fermato da un paio di persone in borghese, che senza farsi riconoscere in maniera ufficiale mi intimano di interrompere le riprese. È in quel momento che capisco di essere seguito.

Mentre provo a dirigermi verso il centro della città incontro un ragazzo polacco, fermo di fronte all’autobus, sta tornando verso la Polonia. Inizialmente crede che sia un combattente volontario anche io, come lui. Sta tornando da Kiev e mi sconsiglia vivamente di andare in quella direzione:
«È come il far west» esclama.

Ha diverse ferite di arma da fuoco sul corpo. Ha ricevuto due proiettili nel ventre, uno lo ha trapassato da parte a parte sulla spalla sinistra, e una scheggia lo ha ferito alla mano sinistra.

È molto alto, leggermente deperito in volto, occhi chiari. Parliamo in francese: ha vissuto in Francia diversi anni, è venuto in Ucraina due o tre settimane fa, ha combattuto nei dintorni di Kiev, in prevalenza nella zona nord-est, in direzione di Leopoli. È calmo e pacato mentre parla, per lui combattere contro i russi è importante perché li vede come una minaccia per la Polonia stessa. Come lui tanti altri polacchi hanno deciso di andare a combattere.

Non ci sono solo combattenti che partono o che tornano.

All’interno della stazione un’intera area è dedicata al ristoro e all’accoglienza di donne e bambini, alcune donne si sono fatte carico dei figli di altre famiglie, vicini di casa o parenti, perché volontarie al fronte.

In Ucraina tutti gli uomini dai sedici ai sessant’anni possono ritenersi arruolabili, e dunque non possono lasciare il paese, mentre invece la possibilità di combattere per le donne rimane facoltativo e dunque volontario.

Conosco un ragazzo di Dnipropetrovsk, ha ventisei anni, lo incontro in stazione fermo ad un’interminabile fila per comprare il biglietto del treno per la propria compagna incinta e la madre.

Dice che si sente più sicuro a mandarle fuori dall’Ucraina, mentre lui sarebbe tornato nella propria città, a lavorare: «È più sicuro per lei, partorire in un paese dove non c’è la guerra».

Parliamo in inglese un pò zoppicante, discutiamo di musica (fan degli Alt J), design minimalista, cucina tipica (pare che le lasagne abbiano vinto sul boršč) e chiaramente di storia e geopolitica. È evidente fin da subito come le nostre Storie di riferimento siano decisamente diverse, costantemente rilette a seconda del tempo e dello spazio. La rabbia e il disprezzo per la Russia e qualunque sua emanazione culturale, innervano ogni rilettura del giovane ragazzo. Nella stessa fila sosta anche un signore iraniano, è in coda per comprare dei biglietti per lui e suo figlio: «È venuto in Ucraina per studiare il russo».

È bastata questa semplice frase per incattivire l’amabile ragazzo con il quale qualche minuto prima parlavo di Pelmeni ucraini, russi e polacchi. E anche le persone intorno, inizialmente incuriosite dal nostro scambio di battute, hanno cominciato a mostrare un certo astio. «Cosa vuol dire che è venuto a studiare russo in Ucraina? Io ho frequentato l’università a Kiev e le lezioni erano in ucraino», dice con una certa veemenza una ragazza in coda. «Esatto…» continua il ragazzo «anche io ho frequentato l’università ed era in ucraino».

Dopo qualche istante di tensione siamo riusciti a distendere la situazione, un pò incolpando l’inglese e il suo cattivo utilizzo da parte dell’incolpevole padre iraniano, e un pò provando a mediare.

Nonostante tutto abbiamo finito con il ridere, pur rimanendo incastonati nelle nostre interpretazioni, credenze e propagande.

La sera stessa mi ha mandato le foto di sua figlia, nata prematuramente nell’ospedale di Lviv, il viaggio così lungo e stressante deve aver creato delle complicazioni alla gravidanza.

Le hanno dato il nome di Lev, leone appunto, in onore della città in cui è nata, e perché per nascere di certi tempi, occorre essere forti come dei leoni.

Ora devono cercare una nuova casa, più grande, in una città talmente sovraffollata da essere quasi al collasso. Rifugiati, combattenti, volontari e giornalisti, oltre alle ambasciate e agli uffici diplomatici trasferiti da Kiev dopo lo scoppio del conflitto, portano mediamente circa 200.0002 persone in più che affollano le strade, gli ospedali, i servizi e le case di Leopoli.

Solo in pochi casi le persone si fermano per lunghi periodi in città, ma il flusso risulta talmente costante, tra chi parte per il fronte e chi torna, e chi invece parte per la Polonia e chi da quella direzione fa ritorno, che i numeri rimangono sempre elevati.

Ho parlato anche con altri ragazzi, soprattutto studenti, incontrati tra le fila dei volontari nel campo nei dintorni della stazione. E tutti, come il giovane padre di Dnipropetrovsk, ponevano l’accento sulla necessità di una noflyzone, ma soprattutto della presenza di basi della NATO sul territorio ucraino. Tale presenza secondo loro fungerebbe da deterrente nei confronti di eventuali (anche future) mire protezionistiche da parte dei russi,

«Ma non pensi che la presenza delle basi NATO influenzerà comunque le decisione politiche future dell’Ucraina? Non hai paura che l’Ucraina perda la propria sovranità in questo modo?» chiedo a uno di loro, dopo una lunghissima ed estenuante discussione. È uno studente di ingegneria informatica, appassionato di storia e volontario. Non capisce molto bene il senso della domanda, l’idea di perdere sovranità in una proiezione storica del genere non lo sfiora nemmeno. Eppure si definisce nazionalista, mi ha salutato con un convintissimo Sláva Ukrayíni, e si riferisce a Stepan Bandera come a un partigiano.

La Russia (solitamente equiparata e identificata con Putin) è un elemento dell’equazione da eliminare, estirpare, o quantomeno annichilire, rendere innocuo. «Fino a quando ci sarà Putin a capo della Russia, l’Ucraina non potrà ritenersi libera». L’unica soluzione è militare, e l’unica forza in grado di fronteggiare la Russia militarmente è la NATO.

«Abbiamo bisogno di armi».

Le richieste ucraine rappresentano ormai un mantra continuo, che è alla base del dibattito politico e militare da Roma a Przelmys, da Bruxelles a Leopoli, dai salotti giornalistici a Mariupol.

E con gli occhi post storici di un italiano abituato alla pace costruita sulle spalle di guerre lontane, geograficamente e culturalmente, non riesco a decifrare il panorama ideologico che si apre di fronte a me.

Ci sono diversi attivisti e giornalisti italiani in città. Nei prossimi giorni è previsto l’arrivo di una carovana pacifista dall’Italia, un convoglio di numerosi camion carichi di aiuti di vario genere e con l’obiettivo di portare in Italia chi tra i rifugiati bloccati a Leopoli ne avesse avuto la necessità.

Le domande che ci poniamo sono tutte legate a come le autorità ucraine, ma anche la gente comune, potrebbe reagire ad una eventuale manifestazione pacifista, magari con tanto di bandiere arcobaleno.

In un luogo in cui una gloriosa statua di Bandera capeggia in un’immensa piazza in città, di fronte a una strada dedicata a Bandera, mentre nei negozi vengono diffuse canzoni metal inneggianti a Bandera.

Sebbene sia un personaggio controverso, considerato un criminale di guerra in Polonia e dagli ebrei ucraini, nel 2010 Bandera è stato proclamato Eroe d’Ucraina dall’allora presidente Viktor Juscenko.

Per non parlare di riferimenti simbolici di matrice nazista presenti in vari luoghi pubblici.

Anche la famosa bandiera rosso nera è presente dappertutto.

L’origine di questo simbolo si posiziona a partire dai primi anni Quaranta, quando era la bandiera dell’UPA, l’Esercito Insurrezionale Ucraino, ala paramilitare dell’OUN, l’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini nata nel 1929 dalla fusione di diversi gruppi nazionalisti ucraini. Scopo del gruppo, che ideologicamente si rifaceva al fascismo italiano, era creare uno Stato che riunisse tutti gli ucraini, cercando l’indipendenza sia dalla Polonia che dall’Unione Sovietica.

La bandiera rossa e nera è diventata nota al grande pubblico europeo proprio in occasione delle proteste del 2013, quando venne adottata da una serie di piccoli gruppi di estrema destra, che decisero di unirsi sotto l’egida di “Pravyi Sektor” (Settore Destro). L’account del gruppo sul social network VKontakte3 quel giorno ha incoraggiato i membri a venire sulla scena, portando bottiglie per molotov e bombe. Right Sector è stata costituita alla fine di novembre 2013 come confederazione di tifosi di calcio combattenti di strada e gruppi nazionalisti di destra: Patriot of Ukraine (Andriy Belitsky), the Social-National Assembly, Trident (Dmytro Yarosh), UNA–UNSO (Yuriy Shukhevych ), White Hammer e Carpathian Sich. Oltre alla bandiera, il gruppo ha adottato come simbolo anche il Tridente (tryzub) stilizzato, mutuato a sua volta da altri gruppi di estrema destra ucraini, attivi soprattutto a partire dagli anni Novanta e Duemila.

E la città ne è piena. Ai check point, nelle bancarelle, sui balconi e dalle finestre delle case.

Andriy Ivanovych Sadovyi, sindaco di Leopoli e uomo forte di tutta la Galizia, ha vietato la vendita di alcolici all’interno della città, per la presenza di troppe persone armate, con il rischio dunque che la situazione possa degenerare.

Ed è proprio questo il senso della mia riflessione: riempire un corpo vuoto di armi, al di là di come uno ragioni sulla pace, la diplomazia e la guerra, può essere strategicamente un fallimento.

Le armi non si dissolvono una volta comparse, come in una drammatica sceneggiatura di un film noir, e il disarmo è un processo molto difficile, lo abbiamo visto negli anni ’90, quando l’Ucraina rinunciò all’arsenale nucleare sovietico presente nel proprio territorio. L’invasione dell’Ucraina è stata un punto di svolta politico e storico per molti motivi, uno dei quali la fine della pace così come viene di solito concepita in Europa. La Germania, la Polonia e l’Italia hanno aumentato le spese destinate alla costruzione di armi, e benché tutto ciò risulti più propagandistico che effettivo, dato che risultati tangibili di una vera ricostruzione dell’esercito di nazioni da anni ormai votate alla diplomazia possono arrivare solo dopo diversi anni di lavoro, sono elementi indicatori di un’inversione di tendenza.

E tralasciando ragionamenti geopolitici da fenomeni di Risiko, in questo clima generale, farcire di armi inglesi, americane e turche un territorio ucraino non ancora completamente vaccinato al nazismo, con la presenza di numerosi legioni e gruppi miliziani di estrema destra, anche non ucraini, può rivelarsi davvero pericoloso.

Sono queste le riflessioni che annoto sul quaderno, mentre sono in attesa del treno che mi dovrebbe riportare in Polonia. Ed è proprio in questo preciso momento, che alcuni ragazzi, con un fare molto energico, e come al solito senza identificarsi, si avvicinano a me e alle persone con cui sto sostando lungo il binario.

Non sono soldati e non sono nemmeno poliziotti, hanno visto la scritta PRESS, ci hanno sentito parlare in italiano e si sono inventati una storia secondo la quale proprio un italiano quel giorno aveva fotografato dei carichi di munizioni su rotaia arrivate a Lviv.

Quindi hanno insistito per vedere minuziosamente le gallerie delle immagini dei nostri telefoni e le schedine delle macchine fotografiche, e così come sono arrivati se ne sono andati, senza alcun ulteriore commento.

È la guerra bebi. Non c’è nulla da dire, se non appunto che la guerra fa schifo.

Eppure.

  1. Galizia (pol. Galicja) – Regione storica polacco-russa, che fino al 1918 formò una regione dell’Impero austriaco. Si estende fra i Carpazi a S e la valle della Vistola a N, ed è percorsa dai fiumi Vistola, Raba, Dunajec, Wisłoka, San e Dnestr. (da treccani.it)
  2. https://edition.cnn.com/2022/03/18/europe/lviv-ukraine-attack-russia-importance-intl/index.html
  3. https://vk.com/public62043361

Raffaello Rossini

Antropologo e registra dei documentari "La Merce Siamo Noi", "Across" e "You//Spring" prodotti in collaborazione con Borders of Borders e Pettirouge Prod.