Syntagma Square, Atene, 19 agosto 2021. Parwana Amiri alla manifestazione di solidarietà con la popolazione afghana nei giorni della presa del potere dei Talebani.
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Parwana Amiri: «Abbiamo superato tanti confini e ora ci troviamo di fronte ad altri confini»

La seconda parte dell’intervista alla scrittrice e attivista afgana

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Le parole della scrittrice e attivista, sono un contro-discorso al “mondo libero” e tracciano una via nella lotta contro i confini.
Leggi la prima parte:


G: Hai toccato il tema del dolore. Quanto è stato difficile per te raccontare il dolore – il tuo dolore – senza essere vista come vittima ma come soggetto attivo, come corpo in lotta? Come raccontare il dolore come una forza mobilitante invece che immobilizzante?

P: L’aspetto peculiare del mio lavoro era che non stavo solo descrivendo le nostre condizioni, ma stavo anche analizzando il sistema che le produce. All’inizio avevo paura per la mia famiglia perché non volevo metterla in difficoltà a causa del mio attivismo, a causa di quello che scrivevo. Nello scrivere, cercavo di mettere gli altri nei nostri panni, chiedendo loro “cosa penseresti se fossi nella nostra situazione? Rimarresti in silenzio? Non busseresti a tutte le porte possibili?” Ho chiesto al mondo di ascoltarmi, ho chiesto agli altri di sentire le nostre sofferenze perché questo sarebbe potuto succedere a loro, come stiamo vedendo ora in Ucraina. Devo dire che la rappresentazione mediatica e il trattamento riservati ai profughi dell’Ucraina è totalmente diverso da quello riservato a noi. Vedere questo è straziante. Io ho ottenuto l’asilo in Grecia, quindi la ragione del mio viaggio è stata riconosciuta come legittima dallo Stato. Tuttavia, per me non ha alcuna importanza il motivo per cui i miei genitori hanno deciso di venire qui, non ha importanza il motivo per cui abbiamo lasciato la nostra casa. Ero una bambina, non avevo nessuna responsabilità nella decisione, ma ho una grande responsabilità sul presente. Non posso fingere di essere cieca di fronte a quello che migliaia di altre persone stanno passando. Non mi interessa sapere perché siamo arrivati qui, perché è sul presente che devo agire, e sto cercando di fare del mio meglio insieme a tanti altri giovani rifugiati. Non possiamo essere messi sotto accusa per il fatto che i nostri genitori hanno trovato questa soluzione per assicurarci sicurezza e un futuro migliore. Ed è stato difficile perché la gente e i media ci fanno sempre queste domande: “Perché sei venuta qui? Perché hai lasciato il tuo paese?” – e devo rispondere. Ma queste domande non dovrebbero essere fatte nemmeno a una persona migrante adulta. Queste sono le domande che fa la polizia, guardandoci con superiorità. In modo più soft, i giornalisti chiedono la stessa cosa. Ma come puoi capirci se non hai mai letto una riga della nostra storia, se sei stato educato dalla narrazione dominante, se nella tua testa pretendi già di sapere la risposta? Non sai nulla delle difficoltà che abbiamo affrontato nel nostro passato, non sai nulla delle difficoltà della nostra vita quotidiana, e ti ergi di fronte a noi pronto a giudicarci e a classificare la validità della nostra risposta.

Inoltre, come donna afghana, attraversi le intersezioni del sistema capitalista e nazionalista. In Europa e più in generale in Occidente, le donne afghane sono infatti simbolo di impotenza, nel loro nome gli eserciti occidentali si sono definiti salvatori. Rompendo questa retorica, la tua voce è rivoluzionaria.

Sì, credo sia rivoluzionaria. Molti non mi chiamano rivoluzionaria, preferiscono evitare questa parola. Ma io voglio essere rivoluzionaria, e mi piacerebbe meritare questa parola. Perché non ero già parte di una società europea quando ho deciso di mobilitarmi: come non-europea mi sono opposta a un sistema europeo che non mi riconosceva nemmeno come persona. La mia lotta è totalmente ingiusta perché i miei nemici sono molto molto più forti di me. Ho capito che stavo salendo sulle spalle dei molti che avevano lottato prima di me, ma non trovavo molto supporto nelle loro esperienze. Ho capito che dovevamo essere molti di più, e che non dovevamo fare come in passato. Dobbiamo lasciare qualcosa per quelli che verranno dopo, dobbiamo lasciare tracce delle nostre lotte che siano utili alle lotte del futuro. Leggendo la nostra esperienza, dobbiamo capire le condizioni di adesso e andare avanti. Credo che ci stiamo riuscendo, almeno in parte, perché molti stanno seguendo il mio lavoro.

Sei stata protagonista nelle proteste del campo di Ritsona, così come di alcune manifestazioni di piazza Viktoria (Atene). Puoi raccontarci qualcosa di quelle azioni e di quelle assemblee, che sono state un’importante dimostrazione di come le persone migranti possano auto-organizzarsi e agire?

Mobilitare altri rifugiati è stato difficile perché non erano consapevoli dei loro diritti. E questo è ciò di cui il sistema non vuole che prendano coscienza. Specialmente a Ritsona, è stato difficile perché non avevamo copertura mediatica. Alle mobilitazioni la gente mi chiedeva sempre di contattare i media per venire alle nostre manifestazioni. Cercavo di fare del mio meglio, chiamando tutti quelli che conoscevo. In piazza Viktoria è stato importante anche perché lì non c’erano manifestazioni proposte direttamente da rifugiati, di solito erano lanciate da persone solidali locali. Organizzarsi è stato difficile perché sono una ragazza giovane, una musulmana – in prima linea con gli striscioni chiedendo alla gente di unirsi al corteo. E avere il microfono, dare gli slogan. Era diverso perché prima c’erano sempre uomini in prima linea, erano loro gli eroi.

Viktoria Square, Atene, 17 settembre 2021. Parwana guida un corteo di solidarietà per la popolazione afghana.
Quanto è stato difficile riunire in un’assemblea persone provenienti da molti luoghi diversi, con background diversissimi ma che stavano condividendo una stessa condizione di oppressione?  L’ho visto come una sorta di esperimento no border.

È stato davvero difficile. Ho dovuto chiedere ai rappresentanti di ogni comunità di venire, di sedersi intorno a un tavolo, discutere dei nostri problemi comuni, e trovare una forma di azione comune. Con idee diverse, con modi diversi di esprimersi, ma con un unico significato. Questa era la mia strategia, dicevo: “Non importa che tipo di problema hai oggi, oggi lo affrontiamo perché domani il tuo problema potrebbe essere anche il mio”. Se oggi condividiamo tutti questo problema e lo risolviamo per te, sarà risolto per tutti. Per esempio, se noi come comunità afghana o siriana ci schieriamo per risolvere un problema ma le altre comunità non lo fanno, allora il problema sarà risolto solo per noi. Allora cosa volete fare come comunità somala? Questo problema potrebbe essere vostro domani, dovreste prendere posizione oggi anche se non vi riguarda direttamente. Se volete risolvere questo problema per tutti, partecipate. Ma ottenere la fiducia è stato difficile, non venivo da fuori, vivevo anche io nel campo con 3 mila persone (a Ritsona), e avere la fiducia di metà delle comunità è stato davvero difficile. Mi hanno dato fiducia grazie alla mia perseveranza, alla mia resistenza, al mio non arrendermi. 

Quale può essere, secondo te, la strategia giusta per portare avanti questa lotta, considerando che coinvolge tutte le frontiere d’Europa?

Credo che la radice del problema sia alle prime frontiere, le frontiere per entrare in Europa, per arrivare ai margini dell’Europa. Penso alla frontiera tra la Turchia e la Grecia, quella del Mar Egeo. Penso che se questo sarà cambiato, molti dei meccanismi si romperanno, perché questo è ciò che limita in primo luogo l’accesso all’Europa. Il cambiamento dovrebbe iniziare da lì.

In effetti, la frontiera tra Croazia e Bosnia, il Mediterraneo centrale, e tutte le altre frontiere esterne dell’Europa sono i luoghi più letali. Ma prima stavi mobilitando la categoria di rivoluzione, direi una parola molto importante e pesante. Come immagini la rivoluzione? Cosa intendi con questo? È una domanda difficile, ma forse hai qualche suggerimento da condividere…

Onestamente non ho messo in ordine i pensieri, non ho ancora una risposta. Ma ci penserò meglio non appena sarò in un luogo più stabile. Ho alcuni indizi, per esempio che la rivoluzione dovrebbe iniziare dai rifugiati, dalla rivendicazione dei nostri diritti e dalla presa di coscienza dei nostri diritti. Ho tanti oppositori per quello che faccio, le nostre azioni hanno sempre ricevuto più opposizione di quelle delle persone solidali. Ma sempre quando c’è opposizione c’è cambiamento. Le autorità erano contro le mie azioni perché non volevano che questo cambiamento avvenisse, ma un piccolo cambiamento c’è stato perché ora stiamo discutendo delle nostre lotte, c’è una forza che stiamo condividendo con altri.

Oltre alle frontiere e al sistema d’asilo, penso che un punto importante riguardi la vita delle persone in movimento una volta stabilizzate in Europa. Le persone vengono sfruttate nell’industria e nell’agricoltura, facendo lavori duri e mal pagati, continuando a vivere nell’invisibilità sociale e politica. Ci sono alcuni esempi di mobilitazione, come le lotte bracciantili nel sud d’Italia, che si sono rafforzate negli anni ma affrontano un sistema forte e violento come quello della grande distribuzione e del caporalato. In generale, nelle nostre società la segregazione razzista persiste in tutti gli aspetti della vita, anche dopo aver ottenuto i documenti. Inoltre, molte persone che sono state in viaggio devono affrontare i traumi di un passato difficile. Nei territori e nelle città le frontiere nazionali diventano frontiere sociali, e la lotta – la stessa lotta – deve essere portata anche lì.

Sono appena arrivata in Germania, non conosco le condizioni di vita qui, sono nuova. Sono veramente determinata a continuare la lotta, ma dal primo giorno qui ho notato che tutti sono silenziosi, anche se avrebbero molto di cui lamentarsi. Per esempio, nei campi della Germania siamo sistematicamente controllati. In più, una grande differenza tra qui e la Grecia riguarda proprio la questione della visibilità, perché lì (in Grecia) ci sono molti problemi che si vedono, mentre qui (in Germania) ci sono più problemi procedurali e burocratici, che non si vedono. L’immagine che avevo della Germania prima di arrivare si è già rotta: immaginavo di arrivare e andare a scuola, di iniziare subito una vita normale. Ma da quando siamo arrivati siamo stati trasferiti da un campo all’altro, ed è molto noioso, molto faticoso. Sono davvero esausta. Siamo in un posto lontano da tutto, quando potremo vivere una vita normale in una casa normale? Stiamo solo respirando, non stiamo vivendo.  Siamo esausti, credimi. È difficile lottare ancora. Abbiamo superato tanti confini e ora ci troviamo di fronte ad altri confini. I media tacciono perché si suppone che i campi in Germania siano perfetti, nessuna voce esce da qui. Ma so che la gente qui ha paura di essere deportata, affronta i traumi, sa che qui è l’ultima possibilità. E l’azione politica qui è più difficile.

Abbiamo già parlato molto, non so, vuoi aggiungere qualcosa?

No, ma vorrei chiederti come pensi sarebbe possibile agire per i rifugiati. Come continuare? Sostenere quelli che ho lasciato? Mobilitare gli altri qui, in Germania? Non so cosa sia più urgente.

Secondo me? [e la conversazione continua]
Ritsona Camp, 27 gennaio 2022. Dopo un’abbondante nevicata, gli abitanti del campo (3000 persone) sono rimasti senza acqua per diversi giorni. 

Giovanni Marenda

Studente magistrale di Sociologia e Ricerca Sociale all'Università di Trento. Ho trascorso la maggior parte del 2020 ad Atene, in Grecia, impegnato nel lavoro di solidarietà. Sono un attivista del Collettivo Rotte Balcaniche Alto Vicentino, che promuove la libertà di movimento e supporta le persone migranti lungo le rotte balcaniche e sui confini italiani.