Photo credit - twitter: @parwana_amiri - Ritsona Camp, 5 febbraio 2022. Parwana e altri residenti del campo protestano contro le interviste di ammissibilità della domanda d’asilo, strumento adottato dal governo greco per dichiarare inammissibili le domande d’asilo in virtù dello status di “paese terzo sicuro” riconosciuto alla Turchia.
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Parwana Amiri: «Per quanto tempo ancora dovremmo tacere?»

Le parole della scrittrice e attivista, sono un contro-discorso al “mondo libero” e tracciano una via nella lotta contro i confini

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La prima parte del dialogo con Parwana Amiri scrittrice e attivista afgana.
Leggi la seconda parte:


Parwana è una scrittrice e attivista afghana, forse avrete già sentito parlare di lei. Non ha ancora 18 anni, ma la brutalità dei confini l’ha costretta a crescere in fretta. È arrivata a Lesbo nel 2019, con la sua famiglia, e ha vissuto nel campo di Moria fino all’incendio del settembre 2020. È stata poi trasferita sulla terraferma, nel campo di Ritsona (70 km a nord di Atene), dove ha vissuto fino a tre settimane fa, quando ha preso un aereo per la Germania. Ha già pubblicato tre libri: The olive tree and the old woman 1, My pen won’t break but borders will – Letters to the world from Moria2 (pubblicato in inglese, greco, tedesco e francese) e Suspended lives – Letters to the world for Ritsona3 (pubblicato in inglese, greco e francese). Con la forza delle sue parole, Parwana è diventata un punto di riferimento politico per tante persone migranti, attivisti e attiviste in Grecia. Negli ultimi mesi, ha attraversato ed animato decine di proteste: contro la designazione della Turchia come paese sicuro, contro l’apertura dei nuovi campi chiusi nelle isole, contro la costruzione dei muri attorno ai campi della terraferma, contro i push-back, per il diritto al cibo, etc. Parwana è una voce insorgente, è un corpo indocile e resistente al sistema capitalista e dei confini. Il suo prendere parola ed agire sovverte il paradigma coloniale e patriarcale – contro tutto e nonostante tutto. Parwana non solo chiama alla lotta, ma indica l’orizzonte e ne traccia la via. In questi giorni di grandi arringhe sulla democrazia e la libertà, ascoltiamo il suo “discorso al mondo libero” – non il discorso dei potenti che giunge dal centro dell’Impero, ma il discorso degli oppressi che arriva dalle frontiere d’Europa e dall’Afghanistan distrutto da decenni di guerra. Non il discorso sulla libertà fatto da chi toglie la libertà agli altri, ma il discorso sulla libertà di chi ogni giorno afferma la propria con le unghie e con i denti, contro padroni troppo grandi. Il discorso di chi ha conosciuto il vero volto dell’Occidente. L’abbiamo intervistata, ed ecco la prima parte della nostra chiacchierata, tradotta dall’inglese. 

G: Ciao Parwana, ho sentito che sei in Germania, giusto?

P: Sì, è vero, sono circa due settimane che siamo qui, vicino a Francoforte.

Ma come siete stati trasferiti?

Siamo venuti da soli. Abbiamo chiesto asilo e poi siamo stati trasferiti nel campo di questa città, non so per quanto tempo rimarremo qui.

Ho sentito molto parlare di te e dei tuoi libri. Con il nostro sito stiamo cercando di creare canali che diano parola a chi affronta e ha affrontato direttamente il regime europeo dei confini – la cui voce è silenziata e negata. Per noi tu sei un incredibile esempio di lotta e di coraggio. Prima di tutto, ti vorrei chiedere di parlare liberamente della tua esperienza come persona in movimento, della tua esperienza di frontiera.

Posso solo dire che il modo in cui le frontiere d’Europa vengono controllate è certamente disumano. Il modo in cui stanno rendendo più difficili e restrittive le procedure d’asilo e il trattamento delle persone sui confini sono davvero discriminatori e disumani. L’UE potrebbe creare canali legali e sicuri, ma spinge la gente a usare le vie illegali. Infatti, dal primo giorno in cui siamo arrivati in Europa, il nostro destino era già stato pianificato. Quando cercavamo di attraversare il confine tra Grecia e Turchia siamo stati respinti cinque volte, e una volta abbandonati in mezzo al mare. Allo stesso modo, chi attraversa il confine dell’Evros (il confine di terra greco-turco) non riceve alcun tipo di supporto, neanche ai solidali è consentito aiutare. Le persone sono abbandonate sulle isole del fiume e non possono comunicare con nessuno. Questo è inaccettabile. Successivamente tutti quelli che non ottengono l’asilo in Grecia sono costretti a passare il confine con l’Albania, e poi la Bosnia e la Croazia per arrivare fino al centro dell’Europa. Devono affrontare troppe difficoltà. Loro sanno che cosa abbiamo passato, ma quando arriviamo nei paesi dell’Europa centrale affrontiamo ancora il rischio delle regole di Dublino. Ci sono famiglie nel mio palazzo (in Germania) che hanno paura di essere deportate in Croazia perché là hanno lasciato le impronte digitali. È già successo ad alcune famiglie di essere arrestate e portate via durante la notte dalla polizia tedesca. Questo è quello che succede ogni giorno e non molte persone ne parlano. Per tutte queste ragioni ho deciso di agire e condividere la mia voce, accettando tutti i rischi che derivano dall’alzarsi in piedi. Molte persone in Europa pensano che i rifugiati non dovrebbero parlare, che non dovrebbero apparire nei media. Ma per quanto tempo ancora dovremmo tacere? Sappiamo che quello che viene detto dai media e dalle istituzioni non è la realtà delle nostre vite, ora è il momento di rivelare la realtà, di togliere il velo che copre la realtà.

Eri molto giovane quando sei arrivata in Grecia. Hai dovuto crescere nei campi (a Moria, a Ritsona) come tante altre bambine e ragazze. Cosa significa diventare grandi così?

È stato molto difficile. Avevo solo 16 anni quando sono arrivata e non ero in grado di capire la situazione. Non sapevo cosa fosse giusto e cosa sbagliato, non sapevo di chi fidarmi. Non so perché ma c’era una voce dentro di me che mi chiamava a non accettare il silenzio dell’ingiustizia e a lottare contro quello che stava succedendo. Avevo davvero paura che la mia voce venisse silenziata e repressa, è questa paura che mi ha spinto ad alzare la testa. Non volevo accettare la repressione. Sentivo che quello che ci facevano accettare non era giusto e doveva essere cambiato. Andavo a scuola nel mio paese – in Afghanistan – e nei libri l’Europa era descritta come la terra della democrazia. Questo è stato ciò che mi ha fatto ribellare: smettete di dire cose che non sono, perché la democrazia non è quello che stiamo vivendo qui. Se i diritti non sono uguali per tutti, allora dite che l’Europa è la terra della discriminazione. Questa contraddizione mi ha fatto iniziare a lottare per i nostri diritti, ma è stato molto difficile perché ero una ragazza, ero giovane, non avevo neanche l’istruzione obbligatoria, ero musulmana, vivevo in un campo, rifugiata io stessa, con una comunità culturale estremamente patriarcale. Perciò non avevo molto sostegno, ma è stato grazie alla fiducia in me stessa che ho potuto dire a me stessa e alle altre persone che le cose possono cambiare, se solo ti alzi in piedi e non accetti lo stato di cose presenti.

Ritsona Camp, 14 dicembre 2021. I residenti del campo di Ritsona bloccano l’entrata del camion che portava il cibo in scatola indecente che da settimane era la loro unica fonte di alimentazione.

 

Hai parlato di “diventare repressa”, ricordandomi di quando nei tuoi scritti parli di “non diventare colonizzata in un sistema coloniale”. Ma come è possibile resistere a un sistema che attraverso forme di tortura psicologica – come la vita nel campo stessa – è costruito per rimuovere persino dal pensabile ogni possibilità di azione, per espropriare le persone di ogni pensiero collettivizzante e ogni speranza di cambiamento?

Bisogna percorrere tutte le vie possibili. Come altri ho subito quella repressione, ma credo che ciò di cui ho preso coscienza – che molti invece non conoscono – siano stati i nostri diritti. Pensavo: se tutti in Europa hanno il diritto alla democrazia e alla libertà di parola, perché io dovrei esserne esclusa? Ho la mia voce, ho delle armi e degli strumenti per difendere e affermare i miei diritti, quindi è mio dovere usarli. È un grande rischio, soprattutto a causa delle minacce delle autorità. Mi dicevano che non dovevo parlare, che mi sarei messa in pericolo.

Quanto è stato importante scrivere, sia per esprimerti e sopravvivere all’alienazione che per lottare per te e la tua comunità?

È stato molto utile, usavo il potere della letteratura e della scrittura prima di tutto per diminuire la pressione che stavo subendo: era l’unico modo che avevo per parlare, per comunicare in qualche modo. Perché non avevo nessuno con cui condividere la situazione che vivevo, nessuno con cui parlare delle nostre condizioni, e io stessa non ero in grado di riporre la mia fiducia in nessuno. La scrittura era un’arma molto potente per me perché era un modo per raccontare ed esprimere la vita che stavamo vivendo. Mi sentivo libera mentre scrivevo. D’altra parte, attraverso la scrittura volevo cambiare la narrazione che veniva fatta su di noi, perché capivo che c’era una grande distorsione nel modo in cui venivamo rappresentati dai media. C’era una narrazione dominante fatta di stereotipi non accettabili, per cui avevamo bisogno di narrazioni alternative di quello che ci stava e ci sta succedendo. Dovevamo ripulire la mente delle persone dalla narrazione dominante scrivendo da noi le nostre storie.

Lungo le rotte e nelle città di passaggio, le attiviste e gli attiviste  europei spesso portano aiuto pratico alle persone in movimento, ma faticano a stringere alleanze politiche, sicuramente anche a causa delle condizioni estreme in cui le persone migranti sono costrette a sopravvivere. Molte volte siamo noi – attivisti bianchi – a parlare di voi – persone migranti – riproducendo così narrazioni coloniali. Molte volte le lotte contro i confini hanno una componente migrante limitata al loro interno. Inoltre, le comunità migranti sono spesso divise tra loro. Cosa ne pensi di questo? Come avete costruito in Grecia delle lotte comuni?

Certo, è totalmente diverso esprimere noi stessi direttamente dall’avere altri che scrivono e parlano di noi. C’erano molti giornalisti che venivano a Moria e Ritsona per raccontare le storie delle persone, molti autori che chiedevano alle persone di parlare di loro per poi rappresentarle, per costruirne dei personaggi. A volte i giornalisti trascrivevano parola per parola quello che dicevamo, catturando la nostra vita momento per momento. Ma questo non è quello che volevo, perché comunque resta un grande divario, un divario emotivo. Non erano in grado di esprimere i nostri sentimenti, perché i nostri sentimenti non terminano con i drammi. C’è un potere nella nostra voce, c’è una forza nelle nostre storie, ci sono eroi nelle nostre anime, per tutto quello che abbiamo passato. Questo è ciò che vogliamo esprimere, e non possiamo trovare questo spazio nelle storie scritte da altri. Chi si definisce persona solidale ha davvero bisogno di dare ai rifugiati il modo di esprimersi. Questo è ciò di cui abbiamo davvero bisogno, perché parlare, scrivere, esprimere è potere. Questo potere non vogliamo ci venga tolto, non dobbiamo cederlo. È molto diverso filmare la vita di un rifugiato piuttosto che dare la telecamera a un rifugiato, chiedendogli di filmare. Non voglio categorizzare nessuno, ma molti giornalisti e media che arrivavano nei campi con macchine fotografiche e telecamere non volevano insegnarci come usarle, non volevano darci l’attrezzatura e i consigli giusti – perché quelle attrezzature erano armi di rappresentazione per loro, che determinano un divario di potere. Per me era diverso, non scrivevo per fare mie le storie degli altri, scrivevo le storie degli altri per dar loro voce, per far risuonare la loro – la nostra – voce. C’è una grande differenza. Molti si avvicinavano a noi dicendo che avrebbero condiviso la nostra voce per aiutarci, ma in realtà stavano solo esponendo e riproducendo il loro potere. Mi rammarico veramente di come i media si sono avvicinati a me, di come hanno usato me e il mio tempo. Venivano al campo, restavo con loro per ore e raccontavo la nostra vita, perché speravo fortemente che l’attenzione mediatica ci avrebbe aiutato. Ma a loro interessava solo ottenere il materiale, erano interessati solo a fare soldi, perché i rifugiati erano una moda in quel momento. Per loro era importante solo il dramma, e il modo in cui lo rappresentavano era totalmente inaccettabile. Posso dire che in tanti sono venuti da me, tanti hanno voluto conoscere la mia esperienza e richiesto le mie conoscenze. E io ho condiviso tutto. Ma poi non ho avuto nemmeno un messaggio da parte loro, non ho avuto nessun appoggio da parte loro. Per esempio, ho chiesto loro di condividere un video di noi durante una protesta, ma mi hanno risposto dicendo “mi dispiace, la nostra azienda non l’ha accettato, non possiamo condividerlo”.  Allora perché venivano da noi? Infine ho capito che questo stava succedendo perché eravamo un trend, eravamo parte di un dramma. Anche il nostro dolore veniva venduto. Non compravano nemmeno il nostro dolore. Questa è stata la linea rossa, questa è stata la ragione per cui volevo cambiare la narrazione, invertire lo specchio. Da loro che parlavano di noi a noi che parlavamo di noi stessi, e chiedevamo di darci spazi e di stare dalla nostra parte – per opporci e cambiare il sistema. Questo è stato il mio modo di sfidare chi si diceva solidale, chi sosteneva di preoccuparsi del nostro dolore.

Viktoria Square, Atene, 7 febbraio 2022. La polizia blocca il corteo per la libertà di movimento delle comunità migranti della città e dei campi e dei solidali di Solidarity with Migrants e del centro sociale Zizania, organizzati collettivamente nell’Assemblea contro i push-back.

Leggi la seconda parte:

  1. https://publicationstudio.biz/books/the-olive-tree/
  2. http://lesvos.w2eu.net/files/2020/04/broshure-Letters-from-Moria-202002-screen.pdf
  3. http://birdsofimmigrants.jogspace.net/tag/letters-to-the-world-from-ritsona/

Giovanni Marenda

Studente magistrale di Sociologia e Ricerca Sociale all'Università di Trento. Ho trascorso la maggior parte del 2020 ad Atene, in Grecia, impegnato nel lavoro di solidarietà. Sono un attivista del Collettivo Rotte Balcaniche Alto Vicentino, che promuove la libertà di movimento e supporta le persone migranti lungo le rotte balcaniche e sui confini italiani.