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“Profughi veri” e “profughi finti”: lo strabismo di noi occidentali

Conoscere i meccanismi sociali per oltrepassarli

Photo credit: Raffaello Rossini

Di Giulia Scocciolini, psicologa*.

Nell’ufficio della questura della città in cui vivo è stato affisso un enorme cartello color giallo e azzurro in cui si da il benvenuto ai profughi ucraini. Mi colpisce vedere tale oggetto all’interno di un ufficio in cui spesso i migranti con cui lavoro in accoglienza si vedono rigettare la loro domanda di asilo, senza che ci sia alcun cartello edulcorante a salutarli.

Da quando è scoppiata la guerra in Ucraina la mobilitazione della popolazione occidentale per fornire aiuto agli ucraini in fuga è stata di una generosità e un altruismo senza precedenti. Forse per la prima volta anche gruppi di destra, notoriamente contrari all’accoglienza di migranti, si sono spesi in prima persona per portare i profughi ucraini al sicuro in Italia, in altre circostanze questo tipo di azioni sarebbero state viste come “favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”.

Questa reazione ha destato non poco disorientamento negli ambienti che si occupano di accoglienza, che da sempre devono combattere contro un sistema che spesso ostacola apertamente l’inserimento delle persone straniere sul territorio. Uno dei dibattiti più ignobili, scaturito dai politici di destra (ancora loro) è stato quello sull’esistenza di “profughi veri” e “profughi finti”.

Si fanno due pesi e due misure, le discriminazioni si sono rivelate in modo eclatante nel trattamento riservato ai profughi provenienti dall’Ucraina e tutti gli altri.

Nonostante io lavori con persone migranti da diversi anni, consideri me stessa una persona sensibile a certi temi e abbia sentito le storie più atroci di violenza e fuga per la propria salvezza, ammetto con un certo disagio che non sono esente da tale atteggiamento “doppiopesista”.
Il panico, la disperazione e il dolore sui volti degli ucraini sono sensazioni che immagino sulla mia carne in modo vivido come mai prima.

Photo credit: Raffaello Rossini

Mentre scrivo è trascorso poco più di un mese dal 24 febbraio, il giorno in cui Vladimir Putin ha dato l’ordine all’esercito russo di invadere l’Ucraina ed è iniziata la guerra.
Quel mattino mi ero svegliata all’alba per recarmi al centro tamponi ed accertare la mia positività al covid-19, prima di alzarmi dal letto ho preso il cellulare e aperto i social, ho iniziato a leggere le prime notizie dei bombardamenti in alcune città ucraine.

Mio fratello vive a Odessa da qualche anno, sua moglie e la famiglia di lei sono ucraini, abbiamo festeggiato il matrimonio tutti insieme solo qualche mese prima. Lo chiamo immediatamente, mi dice che è stato svegliato dalle bombe e che sta scappando con sua moglie verso il confine moldavo. Io rimango incredula e terrorizzata. Mio fratello e sua moglie stanno scappando dalle bombe, nel 2022, al confine con l’Europa. Non avevo mai veramente preso in considerazione che qualcosa di simile potesse accadere a delle persone così vicine a me, non sono riuscita a tirare il fiato finché non ho saputo che avevano valicato a piedi il confine.

I giorni seguenti sono stati un continuo controllare in modo ossessivo se le persone ucraine che conosco erano online sui social, leggere qualsiasi notizia riguardante la guerra, stare con la faccia incollata al telefono o al televisore. L’essere in isolamento per covid non mi ha sicuramente aiutato a trovare altre distrazioni, in compenso ha reso il tutto ancora più surreale.

Poi la guerra ha iniziato a fare il suo corso, mostrandosi sotto forma di città e quartieri rotti, deturpati come se fossero fatti di cartone; somigliano più a delle discariche in fiamme che a luoghi dove fino a circa un mese fa era organizzata intorno la vita. Alcuni di quei luoghi li ho visitati solo qualche anno prima durante una vacanza, adesso sono irriconoscibili. Mi colpisce la quantità di macerie e oggetti riversati al suolo, come una marea demoniaca incontenibile, mi chiedo come facessero le abitazioni dei cittadini a contenere tutti quegli oggetti destinati alla quotidianità e che ora sono esplosi ovunque. Tutti quegli intimi spazi domestici violentati e sparsi disordinatamente sotto gli occhi di chiunque. Niente è più al suo posto e niente ha più un posto dove stare, è solo caos e distruzione.

Vedo le foto dei corpi di persone bestialmente freddate mentre stavano cercando di salire su un treno o facendo la fila per una razione di pane, immagino su quei corpi sporchi e in pose scomposte il volto dei miei familiari, dei miei amici oppure anche il mio. Ma l’idea è troppo ripugnante e scaccio subito quel pensiero invasivo. La forte minaccia di tali pensieri è data dal riconoscere benissimo che si tratta solo di un caso se lì ci sono altre vite e non la mia e quella dei miei cari. Vite stroncate di netto con la stessa facilità con cui si sterminano le formiche durante una disinfestazione.

Le vite spezzate non sono solo quelle di chi muore ma anche di chi resta, durante i colloqui di supporto psicologico che svolgo con i beneficiari in accoglienza emerge spesso la difficoltà a ristabilire un proprio ruolo nel mondo da parte di chi è sopravvissuto all’orrore.

Nel suo documentario “The Earth is Blue as an Orange”, uscito in Italia nel 2020, la regista ucraina Iryna Tsilyk riprende la vita di una famiglia ordinaria che vive in “zona rossa” nel Donbass, dove la guerra è iniziata dal 2014. Alla domanda: “Come sarebbe stata la tua vita se non ci fosse stata la guerra?” una delle figlie adolescenti risponde: “Sarei stata più intelligente, invece sono diventata una persona irritabile e cattiva. Se non ci fosse stata la guerra sarei rimasta buona e gentile, come ero da bambina”. La sorella invece racconta che per lei: “La guerra è vuoto, perché tutti vanno via”.

In quei giorni, per la prima volta, ho realizzato con estrema lucidità quanto diventare un profugo sia qualcosa che semplicemente ti capita, ti cade addosso, indipendentemente da chi tu sia e da dove tu provenga.

Non posso dire che non l’avessi saputo prima, l’ho sempre saputo, ma solo ora l’ho davvero capito. La narrazione della guerra nella nostra società era qualcosa di legato a un passato ormai sbiadito e considerato destinato a non ripetersi, qualcosa che se succede, succede nei paesi del terzo mondo, dove queste cose sono considerate da noi molto più plausibili e nessuno se ne stupisce. Ma qui da noi no, la guerra armata di un paese che ne invade un altro non è qualcosa che si pensava possibile, e forse anche per questo fino all’ultimo nessuno ha veramente considerato questo scenario, nonostante i sintomi prodromici fossero evidenti. Stiamo subendo le conseguenze della nostra mancanza di immaginazione – o della nostra più ostinata volontà di negarla – sembra chiaro solo ora che la guerra e l’orrore mortifero che si trascina dietro è qualcosa che può colpire anche gli occidentali ed è per questo che iniziamo a sentirci così minacciati.
Questa guerra non è come le altre che vediamo alla tv, questa stavolta è più vicina e a scatenarla è una potenza mondiale.

Solo quando il problema rischia di coinvolgerci direttamente siamo in grado di reagire?
Cosa ci spinge a trattare i profughi ucraini diversamente da tutti gli altri?
Cosa ci permette di dare un peso specifico al dolore in base alla provenienza?

Devo cercare di rispondere a queste domande per ribilanciare lo squilibrio che ho nell’anima e ridurre il caos che ho in testa. Già dai primi giorni di guerra sono stati pubblicati video inequivocabili di episodi di razzismo e discriminazione, in cui persone di colore venivano respinte e picchiate mentre cercavano di oltrepassare il confine come gli ucraini. Alla visione di questi video mi ricordo di aver pensato che non me ne importava, volevo solo sapere cosa accadeva al popolo ucraino.

Provo grande vergogna per questa mia prima reazione, l’atteggiamento “doppiopesista” è qualcosa in cui non mi riconosco e che reputo spregevole, eppure, viste le discriminazioni attuate nel modo in cui sono stati elargiti gli aiuti umanitari, c’è chi oltre a pensare certe cose sull’onda dell’emotività le ha anche agite.

Sento di dover cercare una spiegazione per fare tornare in asse i miei valori, e per farlo devo ripartire dalle basi, da quei concetti sostanziali che ci spiegano come funzioniamo, che per me sono legati allo studio della psicologia. In particolare nella letteratura che si occupa di psicologia sociale si apprende velocemente che le persone per vivere insieme hanno bisogno di fare ordine in modo da trovare e riconoscere facilmente tutto ciò che è situato nel loro ambiente, questo vale per le cose come anche per le idee, e più in generale per ogni significato che siamo in grado di creare. Proprio per questo motivo dividiamo il mondo in categorie, anche per le persone, in particolare questo tipo di suddivisione si chiama “categorizzazione sociale” e ci permette di discriminare un certo gruppo di individui da un altro. Questo processo può essere estremamente utile: ad esempio, quando entro in un negozio e non riesco a trovare il prodotto che vorrei acquistare, immediatamente inizio a cercare l’appartenente alla categoria “commessi” perché dall’appartenente a questa categoria, anche se non lo conosco personalmente, mi aspetto che indossi dei vestiti che lo rendano riconoscibile, che lavori in tale negozio e che sappia dirmi dove i prodotti sono posizionati nei vari scaffali, in modo da farmi trovare velocemente quello che sto cercando, senza dovermi interessare a fare la sua conoscenza.

La categorizzazione sociale avviene quando le persone vengono percepite come rappresentanti di gruppi sociali anziché come individui a se stanti ed è un meccanismo essenziale che ci consente di padroneggiare il nostro ambiente in modo efficace e muoverci al meglio in società. Solitamente la categorizzazione sociale fa apparire i membri di un gruppo più simili tra loro di quanto non sembrerebbero se non venissero categorizzati. Questo è vero sia che si classifichino gli altri sulla base di differenze reali (in molte società il sesso, l’etnia, la religione, sono importanti linee di demarcazione) oppure di caratteristiche arbitrarie e banali. Per categorizzare dobbiamo associare determinate caratteristiche ai gruppi sociali a cui assegniamo gli individui, questi insiemi di caratteristiche sono delle “immagini mentali semplificate” dell’aspetto e del comportamento dei gruppi, ovvero degli stereotipi.

Gli stereotipi possono essere più o meno accurati ma spesso è difficile stabilire il loro grado di precisione poiché non esiste alcun metro di giudizio valido per farlo, alcuni sono talmente vaghi e soggettivi da essere praticamente privi di significato. Come faccio a stabilire che gli immigrati sono più maleducati degli italiani? Come faccio a stabilire che i meridionali sono più pigri dei settentrionali?

Se la validità di uno stereotipo è un concetto di scarso significato, le conseguenze psicologiche di tali stereotipi hanno invece ripercussioni concrete sulle persone dato che non si limitano a descrivere un insieme di individui ma stabiliscono come sono certi gruppi – sovrastimando l’uniformità dei suoi membri – nonché le aspettative e le emozioni che questi suscitano negli altri.
Se vedo le donne come emotive e dipendenti non gli affiderò mai dei lavori di responsabilità e autonomia causando degli effetti reali per la loro carriera lavorativa.

Gli studiosi di questi meccanismi sociali hanno individuato alcuni elementi comuni nel modo in cui le persone categorizzano gli altri e creano i rispettivi stereotipi, in Smith e Mackie viene riportato in modo molto chiaro: “Praticamente in ogni società il gruppo che occupa il gradino socioeconomico più basso, indipendentemente dalla sua etnia, viene considerato ignorante, pigro, volgare sporco e irresponsabile. Negli Stati Uniti, nel corso dell’ultimo secolo questo stereotipo è stato applicato a numerosi gruppi: dapprima agli immigrati irlandesi, poi alla prima ondata di immigrati italiani e più recentemente ai portoricani e ai messicani (Ross e Nisbett, 1990; Pettigrew, 1968). A mano a mano che la posizione economica di un gruppo migliora, i relativi stereotipi cambiano e gli stereotipi che stigmatizzavano quel gruppo come ceto inferiore vengono passati, come abiti smessi, a qualche gruppo nuovo e meno fortunato”.

A sottolineare l’importanza delle circostanze per la formazione degli stereotipi, sempre in Smith e Mackie, viene riportato: “Gli stereotipi si adattano rapidamente ai cambiamenti di ruolo di un gruppo. Ciò è particolarmente evidente in tempi di guerra e di ristrettezze. Quando alla pace subentra la guerra, i tedeschi diventano crucchi, mentre i giapponesi diventano gialli. E quando alla guerra subentra la pace, la spietatezza tedesca diventa efficienza tedesca, e la furbizia nipponica diventa ingegnosità nipponica (Mydans, 1992)”.

Photo credit: Raffaello Rossini

Ciò che emerge è che gli stereotipi non riflettono i gruppi come sono effettivamente ma riflettono i ruoli che i gruppi ricoprono nella società in rapporto ai soggetti che li percepiscono. Il corto circuito avviene quando vediamo nel comportamento un riflesso delle disposizioni interiori degli altri, anche se in realtà sono in buona parte i ruoli e le contingenze della situazione a dettarne il comportamento. Dovremmo riflettere sulla distinzione esistente fra ruoli sociali e ruoli personali di ogni individuo, in modo da evitare confusione ed erronee sovrapposizioni.

Per capire più in profondità il processo di categorizzazione sociale dobbiamo tenere a mente un aspetto fondamentale della questione: il modo in cui pensiamo e suddividiamo il mondo in gruppi solitamente favorisce i nostri interessi sostenendo quanto ci aiuta e avversando quanto ci danneggia. Non è casuale che questi processi proteggano sempre le posizioni privilegiate. Tali sentimenti possono dimostrarsi particolarmente dannosi quando un gruppo dispone di maggiori risorse sociali o materiali di un altro e pertanto ha anche il potere di agire sulla base dei suoi pregiudizi. Basti pensare alla velocità con cui i governi hanno stabilito di attuare la Direttiva 55 del 2001 sulla protezione temporanea destinata agli ucraini, fornendo un permesso di soggiorno della validità di un anno senza passare dalle commissioni territoriali, mentre per tutti gli altri migranti solitamente la procedura di richiesta di un permesso di soggiorno è un calvario che dura anni.

Questa è la prova che quando un governo e la sua società sono interessati a qualcosa i provvedimenti inerenti vengono attuati in tempi brevi. Nel caso dell’accoglienza la narrazione precedente all’ondata di profughi ucraini era che le varie nazioni europee non avevano sufficienti risorse per ospitare i migranti provenienti da Africa e Medio-Oriente e che quindi dovevano bloccarne l’ingresso. Quello che invece è accaduto nell’ultimo mese e mezzo è stato l’arrivo di persone in fuga dall’Ucraina in quantità ben maggiore rispetto al numero totale di profughi provenienti da paesi terzi in tutto l’arco del 2021 e nonostante la gravità dell’emergenza l’organizzazione degli aiuti umanitari è stata di un’efficienza e precisione mai viste prima, a disconferma del fatto che l’accoglienza dei profughi è insostenibile da parte dei paesi ospitanti. Temo che se le risorse cominceranno a ridursi a causa della recessione dovuta alla guerra inizieranno a venir meno i nostri slanci di altruismo anche nei confronti degli ucraini.

Tendenzialmente i gruppi cercano di favorire i propri membri e di mantenere i propri privilegi acquisiti e questo spesso significa escludere gli altri gruppi dalle posizioni sociali considerate desiderabili, dalla ricchezza e dal potere, in altre parole: i gruppi privilegiati opprimono i gruppi meno fortunati.

In questi processi entra in gioco la nostra “identità sociale”, cioè tutti quegli aspetti del concetto di sé che derivano dalla consapevolezza di appartenere a determinati gruppi e dai sentimenti suscitati da tali appartenenze, l’“io” si trasforma in “noi”, estendendo il sé oltre l’individuo fino a includervi gli altri componenti dei gruppi a cui l’individuo appartiene. Ad esempio Robert Cialdini (1976) descrive come tendenza a “brillare di luce riflessa” la ricerca di un’identificazione positiva di gruppo: comune è la gioia che si prova quando la propria squadra di calcio vince una partita e l’abitudine di riferirsi ai calciatori usando il primo pronome plurale (“abbiamo vinto noi!”) anche se sono anni che non si tocca un pallone.

I tanti benefici per l’appartenenza a un gruppo hanno però un costo. Poiché l’autostima dipende non solo dagli attributi e dai successi individuali ma anche da quelli di gruppo, abbiamo bisogno di considerare amabili e degni di stima i gruppi di cui facciamo parte, in effetti tutte le informazioni riguardanti il nostro sé vengono elaborate in modo da favorire un’immagine benigna di noi stessi. Poiché condividono le nostre qualità gli individui del nostro gruppo diventano parte di “me” e del “mio” e quindi li troviamo “migliori”, solitamente migliori di quelli che ci sembrano i membri di gruppi esterni al nostro. Non a caso il conflitto è il fattore più potente nel rendere l’appartenenza a un gruppo più accessibile e saliente alle nostre menti. Quando il mondo viene visto attraverso la lente delle proprie appartenenze di gruppo ciò che è meglio per il gruppo corrisponde a ciò che è meglio per l’individuo e la distinzione tra interessi personali e collettivi svanisce. Questo può generare comportamenti di grande solidarietà, come quelli avvenuti nei campi per i profughi ucraini in Polonia, oppure può portare alla negazione della guerra da parte dei cittadini russi, nonostante le testimonianze dei loro amici e parenti in Ucraina.

Dobbiamo essere consapevoli che tutti siamo influenzati dalle categorie e dagli stereotipi, spesso appresi precocemente e fortemente radicati, quindi difficili da modificare. Per superare gli effetti negativi degli stereotipi occorrono sia motivazione che opportunità: stereotipizzare è facile mentre elaborare le informazioni complesse richiede maggiore impegno e risorse, ma sicuramente restituisce all’ambiente e agli individui che ci circondano un tentativo di comprensione meno a rischio di distorsioni. Infrangere gli stereotipi è difficile ma possibile e vale sicuramente lo sforzo che richiede (Devine, 1989).

Riflettere su come funzionano le nostre menti in rapporto con gli altri individui sociali, aumentare il livello di consapevolezza a riguardo, al momento mi sembra l’unica cosa in grado di aiutarmi, provare a rileggere l’esperienza di queste settimane in modo coerente per dargli un significato, dato che la guerra in Ucraina ha inizialmente messo a soqquadro quello che pensavo di conoscere.

A proposito del doppio standard con cui vengono trattati i profughi ucraini e di altri paesi, rileggendo gli studi di psicologia sociale emerge un messaggio chiaro: le differenze come i punti di comunanza tra noi e i membri di altri gruppi possono essere più o meno numerosi, ma dipendono sempre e solo da noi. Il modo in cui categorizziamo noi stessi e gli individui come appartenenti a certi gruppi è frutto delle nostre scelte e degli occhi con cui decidiamo di guardare gli altri in relazione a noi stessi.

Quindi la vera differenza tra i profughi ucraini e quelli provenienti da altri paesi è il nostro sguardo.

Forse i fatti orribili di questa guerra possono essere un riflettore sull’esistenza di un grande gruppo sociale a cui dovrebbero essere subordinati tutti gli altri, il gruppo sovraordinato degli esseri umani. La drammaticità di questo tempo non può cadere nel vuoto e nell’insensatezza, nonostante l’orrore può essere l’occasione per ristabilire chi vogliamo essere: un’umanità che lavora per la sua più piena preservazione poiché, se ci pensate bene, le relazioni con gli altri nel nostro ambiente di vita è davvero tutto ciò che abbiamo. Sarà solo nostra la libertà e la responsabilità di farlo accadere.
Sempre nel documentario di Tsilyk la madre delle ragazze precedentemente citate spiega cosa l’ha spinta a non scappare dal Donbass con la sua famiglia: “Se tutti scappano chi resterà per ricostruire la città?”.

* Giulia Scocciolini è uno psicologa che lavora in un progetto di accoglienza.

Bibliografia

  • Cialdini, R. B., Borden, R. J., Thorne, A., Walker, M. R., Freeman, S., Sloan, L. R. (1976). Basking in reflected glory: Three (football) field studies. Journal of Personality and Social Psychology, 34, 366-375.
  • Devine, P. G. (1989). Stereotypes and prejudice: their automatic and controlled components. Journal of Personality and Social Psychology, 56, 5-18.
  • Mydans. S. (1992, March 4). New unease for Japanese-Americans. The New York Times, p. A8.
  • Pettigrew, T. F. (1968). Race relations: Social and Psychological aspects. In D. L. SILLS (a cura di), The international encyclopedia of the social sciences (Vol. 13, pp. 277-289). Macmillan Company, New York.
  • Ross, M., e Nisbett, R. E. (1990). The person and the situation: Perspectives of social psychology. McGraw-Hill, New York.
  • Smith, E., R., e Mackie, D., M. (1998). Psicologia Sociale. Zanichelli, Bologna.